FANTASTIC NEGRITO

Dietro al soprannome, Fantastic Negrito, c’è un vivace cinquantenne neroamericano dal fisico atletico che anche da noi, a livello mediatico è cresciuto rispetto alla sua prima volta in Italia l’anno scorso. Una More »

American Music Tour: impressioni di un viaggio

Il Mississippi sta al Blues come il Po sta al melodramma verdiano? Incuriosito da questa fantasiosa equazione, ma in realtà per conoscere meglio la storia musicale e la cultura del Sud degli More »

Arriva l’estate con il n. 143!

            In questo numero troverete:   William Ferris – Voices of Mississippi Tom Waits Steve Marriner Chicago 50 anni di dischi (2a parte) Robert Kimbrough Sr. Alabama More »

Andy J. Forest & Roberto Luti – Cantù

Si sono già incrociati più volte, però non ci era ancora capitato di vederli in duo per un intero concerto. Parliamo di Andy J. Forest e Roberto Luti e della loro performance More »

Eric Bibb – Crema

Unica tappa italiana per Eric Bibb, lo scorso 19 maggio, nel bel Teatro San Domenico di Crema, ricavato in una ex chiesa risalente al XV secolo, una sala dal suono nitido, ideale per More »

BEN HARPER & CHARLIE MUSSELWHITE – FABRIQUE, MILANO

Due date al Fabrique di Milano per Harper e Musselwhite, sulla scia del recentissimo secondo disco insieme, “No Mercy In This Land”. Abbiamo assistito al primo concerto, lunedì 23 aprile e i More »

Marzo 2018, la Primavera del Blues, n.142!

            In questo numero troverete: Chicago Jimi Hendrix Jimmy Reed Isaac Hayes Paul Reddick Grady Champion …e tanto altro! Per poterlo leggere: http://www.ilbluesmagazine.it/ E non dimenticate di abbonarvi: http://www.ilblues.org/abbonati/ More »

Una serata per Maurizio Bestetti – Milano, Spazio Teatro 89

Erano in parecchi ad attenderlo per il suo ritorno a Milano allo Spazio Teatro 89. I suoi vecchi amici del Rogoredo, persone dalla mezza età in su che lo hanno conosciuto quando animava More »

Popa Chubby al Phenomenon

In questo freddo Venerdì di metà Febbraio, a giungere al Phenomenon, in quel di Fontaneto D’Agogna, è Popa Chubby da New York City, con il Two Dogs World Tour 2018. Affiancato da More »

Vintage Trouble – Fontaneto D’Agogna

Mi sono avvicinato con curiosità a questo evento musicale, conoscevo Francesco Piu ma incredibilmente non lo avevo mai visto dal vivo; dei Vintage Trouble avevo sentito parlare bene, così come della sala More »

Tag Archives: muddy waters

Jimmy Reed

Un ritorno trent’anni dopo  di Carlo Gerelli

Lo diciamo subito: questo è un box essenziale per rendersi conto di chi era Jimmy Reed e di quanto importante e anche variegata sia stata la sua musica, ancorché sotto l’apparenza di uniformità e monotonia che lo ha spesso caratterizzato agli occhi dei più. In definitiva un box imperdibile per chi ama il blues degli anni ‘50, e molto istruttivo per tutti gli altri. Nonostante non fosse un virtuoso come Little Walter né un grande showman come Muddy Waters o Howlin’ Wolf, ai tempi i dischi di Jimmy Reed vendettero tantissimo, forse proprio perché l’apparente semplicità dei suoi schemi risultava facilmente memorizzabile, ti entrava in testa insomma, e in secondo luogo perché i suoi pezzi erano, o almeno sembravano facili da rifare quindi diventavano immediatamente popolari anche presso gli altri musicisti. Quando poi nei primi anni ‘60 esplose il Blues Revival in Inghilterra, tutti ma proprio tutti i principali attori della scena inglese (per esempio Keith Richards e Brian Jones degli Stones) non esitavano a riconoscere in Jimmy uno dei loro modelli, proprio grazie al fatto che i suoi pezzi rappresentavano una sorta di introduzione, di manuale del blues, e spesso anche il canale che poi li aveva portati alla conoscenza degli altri grandi. Per tutti, in primis ovviamente i musicisti blues, ma anche per i frequentatori di altri generi dal jazz al rock al pop al r&b, la musica di Jimmy Reed, nella sua semplicità e immediatezza è sempre stata come uno sfondo da usare per disegnare un repertorio, e anche un serbatoio da cui attingere. Qualche nome? Elvis Presley, Hank Williams, Van Morrison, Neil Young, Etta James (“Baby What You Want Me To Do”), Wynton Marsalis con Willie Nelson, Rod Stewart, gli stessi Rolling Stones (“Bright Lights, Big City”). [continua a leggere nel n° 142 – marzo 2018]

Eric Clapton : Life in 12 Bars

Annunciato in un primo momento in dicembre, il documentario di Lili Fini Zanuck su Eric Clapton è arrivato nelle sale italiane tra il 26 e il 28 febbraio, distribuito da Lucky Red. Proprio Clapton ha coinvolto la Zanuck per occuparsi del progetto, lasciandole completa libertà di scelta e senza esercitare alcun veto, in ragione dell’amicizia che li lega, risalente all’inizio degli anni Novanta quando lui compose la colonna sonora per il suo film “Rush” (in italiano “Effetto Allucinante”). Lei ci ha lavorato a lungo, assemblando una mole di materiale ingente, tra fotografie, filmati d’epoca, ricordi di familiari e colleghi, interviste esistenti o realizzate per l’occasione. Costruisce un filmato di oltre due ore che si snoda in ordine cronologico lungo la vita e la musica del musicista di Ripley, Surrey. La scelta stilistica della Zanuck, mutuata per sua ammissione dal documentario “Listen To Me Marlon”(dedicato a Brando), è stata quella di non avere “teste parlanti” sullo schermo, utilizzando perciò solo l’audio delle interviste con Clapton o altri come commento a questo o quel momento, senza salti temporali col presente.

Robert “Bilbo” Walker – Intervista

Dai Soul Stirrers a Chuck Berry, da Clarksdale a Chicago e molto altro

di Matteo Bossi

Per ricordare nel modo più adeguato Robert “Bilbo” Walker, scomparso all’età di 80 anni, lo scorso 29 novembre, ci è parso sensato ricorrere alle sue stesse parole, ripubblicando integralmente l’intervista apparsa nel nostro numero 107.

Robert “Bilbo” Walker è davvero un personaggio particolare, sul palco sprigiona energia, lanciandosi con disinvoltura, dove l’istinto lo porta, divertendo il pubblico e divertendosi lui stesso. Mississippiano d’origine, ha viaggiato e vissuto in molti luoghi, suonando con numerosi musicisti, tra lo stato natale, Chicago e la California. Mancava dalle scene italiane da dieci anni,  suonò infatti al Delta Blues di  Rovigo nell’estate del 1998, ma nel luglio 2008 è stato il protagonista principale dell’ultimo week-end del Rootsway Festival.  Dopo il suo breve  soundcheck Robert, sempre impeccabilmente vestito, ha accettato volentieri di raccontarsi.

NORMAN HEWITT 1943 – 2017

Foto di Gianfranco Skala

Il primo contatto fu telefonico. Quello successivo, fisicamente, ebbe luogo in occasione, e non poteva essere diversamente, del concerto di Blind Jim Brewer a Vimercate il 12 marzo 1983. Da allora la stima nei riguardi di questo figlio di Albione, la cui ironia era proverbiale, non fece altro che aumentare. Infatti, oltre ad essere un profondo conoscitore dell’universo Blues & Jazz, le sue trasmissioni che andavano in onda dalla stazione radio della Svizzera Italiana divennero basiche per molti, comprese le collaborazioni con il Corriere della Sera e successivamente con la nostra rivista “IL BLUES”, divenne nel 1989 il cervello pensante (leggasi Direttore Artistico) della rassegna annuale “Blues To Bop” erede, in un certo senso, della precedente “New Orleans in Lugano”. Ciò che soddisfaceva della sua conduzione era la poliedricità degli artisti che, nel corso degli anni, si succedevano sul palco del festival. Era ormai logico aspettarsi i musicisti della Music Maker Foundation che lasciavano il posto alla sacred steel guitar di Aubry Ghent, apprezzare il blues acustico di Tom Pomposello in giusto contrasto con il blues elettrico del figlio d’arte Big Bill Morganfield e quello di Eddie Clearwater, il tutto senza mai dimenticare gruppi locali o band italiche come quelle di Rudy Rotta e Blue Stuff.

Foto di Salada Luciana

Ma il fiore all’occhiello rimane la dimensione affidata al gospel che veniva ospitato la domenica nella cattedrale di Lugano, ed in cui nel 1995 ricordo ancora le impressionanti presenze successivamente di John Dee Holeman, Neal Pattman e Sarah Barnes & Carolina Messengers. Ciao Norman. Adesso potrai fare a John Lee Hooker, finalmente, quella domanda riguardante Muddy Waters, che la sua manager ci impedì di portare in porto quell’11 maggio 1983 nei camerini del Teatro Orfeo di Milano. Ma credo che ormai ce la siamo dimenticata…

 

 

Marino Grandi   

Chuck Berry 1926- 2017

Forse non c’è  un sinonimo per rock’n’roll a meno di non voler utilizzare… Chuck Berry. Come in fondo già sosteneva, a suo tempo, John Lennon. E’ persino semplicistico qui ricordare quanto abbia prodotto nella sua decade prodigiosa, tra il 1955 e il 1965, era musica per il corpo il suo rock’n’roll, costruito sulla sintesi di elementi country, rhythm & blues e blues, non ha mai celato la sua ammirazione per Carl Hogan, Muddy Waters, Louis Jordan o T-Bone Walker. La musica era vissuta anche sul palcoscenico in modo particolare, incendiario e contagioso. Chuck ci sapeva fare con le parole, le sue canzoni sono tuttora costruzioni perfette, un incastro di ritmo e immagini vivide, innocenza e double entendre, plasmando il linguaggio di espressioni divenute peculiari, tanto è vero che qualche anno fa Bob Dylan (in gioventù a sua volta aspirante rock’n’roller) lo definì “lo Shakespeare del rock’n’roll”. Popolarissimo anche tra i giovani bianchi, tutti quelli che all’inizio dei Sessanta hanno fondato un gruppo, fossero essi inglesi o americani, gli devono più di qualcosa. Quasi un paradosso che l’unico suo pezzo a finire al numero uno delle classifiche sia stato, nel 1972, “My Ding A Ling” e che da allora, in pratica, abbia portato in giro per il mondo il proprio mito e le proprie bizzarrie, suonando con band locali i suoi classici immortali. Sono pezzi talmente inoculati nella coscienza collettiva globale, pensiamo all’uso che ne ha fatto il cinema o la pubblicità, che sembra lunare pensare che non siano sempre stati qui, ma appunto frutto del talento del signor Charles Edward Anderson Berry, da St. Louis, Missouri.  La sua musica dal 1977 viaggia nello spazio sul Voyager insieme ad altre testimonianze dell’arte musicale dell’umanità.  E la storia non è ancora finita dato che, qualche mese fa, Berry aveva annunciato la pubblicazione, nel giugno prossimo, di un album di inediti intitolato “Chuck”.

Matteo Bossi

JAMES COTTON 1935-2017

James Cotton e Hubert Sumlin – Foto di Matteo Bossi

Quando se ne vanno personaggi della statura di Cotton, di qualcuno cioè sulla scena dagli anni Cinquanta, ci si trova a pensare all’assenza, al vuoto che figure come la sua lasciano. Prevale la sensazione di tramonto di un’epoca e la transizione difficoltosa verso un presente incerto e povero di artisti carismatici. Qualcuno lo ricorderà per il lavoro, in fasi differenti, accanto a Muddy Waters e molti appassionati, crediamo, avranno un loro ricordo legato a lui e alla sua vasta produzione discografica. Cotton è passato per varie etichette (Sun, Vanguard, Verve, Capitol, Alligator…) e formazioni, toccando vertici assoluti, ricordiamo almeno “Mighty Long Time” su Antone’s  l’acustico, bellissimo “Deep In The Blues”, con una formazione ridotta ai soli Charlie Haden, David Maxwell (anche loro purtroppo scomparsi) e Joe Louis Walker. Chi ha avuto la fortuna di vederlo in concerto non si dimenticherà di un musicista che trasudava gioia di suonare ogni volta che metteva piede su un palco, ovunque si trovasse. So long, Mr. Cotton, la terra le sia lieve.

Matteo Bossi

The Rolling Stones – Gli Stones e il blues

Breve storia di un amore eterno

La prima volta che Keith Richards ascoltò Robert Johnson chiese, «hey ma chi suona l’altra chitarra?» e quando gli risposero che non c’era una seconda chitarra, ne rimase sbalordito, esattamente come accadde a Bob Dylan quando fece la stessa cosa. Sono passati cinquantadue anni da quell’aprile del 1964, in cui uscì il primo album dei Rolling Stones. Era un album di cover di blues, per loro l’unica ragione per la quale valeva la pena vivere, come direbbe Woody Allen. Capolavori come “I’m A King Bee”, che apriva il lato 2 del disco, rivissuti dal genio di Richards, Jagger, Jones, Wyman e Watts. Come scrive Richards nel suo bellissimo “Life”: «La tenuta della band era molto precaria, nessuno si aspettava che sfondassimo. Voglio dire, eravamo contrari al pop e alle sale da ballo, la nostra unica ambizione era essere la migliore blues band di Londra e far vedere a quegli stronzi come stavano le cose, perché eravamo certi di esserne capaci. Venivano ad incitarci strani drappelli di persone. […] Noi stessi non avevamo in mente di fare chissà che, se non avvicinare altra gente a Muddy Waters, Bo Diddley e Jimmy Reed. L’idea di fare un disco ci era del tutto estranea. I nostri propositi allora, erano di natura idealistica. Eravamo promotori non retribuiti del blues di Chicago. Con distintivi lucenti e tutto il resto. Inclusa una applicazione monastica intensa, almeno da parte mia. […] [continua a leggere nel n° 137 – Dicembre 2016]

MIKE SPONZA SPAZIO TEATRO 89

Il Blues non molla, nemmeno durante la partita dell’Inter o l’ormai famigerato “fuorisalone”, ed è per questo che ci siamo trovati con altri appassioanti di buona musica, definizione che non racchiude solo il blues, allo Spazio Teatro 89 sabato 16 Aprile per il concerto di Mike Sponza. Dopo l’esordio di Faris Amine di qualche settimana prima, Mike presenta in terra meneghina il suo nuovo progetto Ergo Sum, ovvero poesie latine tradotte in inglese e musicate sulla metrica afroamericana tipica del blues, le arcinote dodici battute. Dopo averlo visto ospite a Torrita di Siena nel Gran Gala del Blues, in cui ha raccolto elogi da parte dei danesi, e in attesa di rivederlo a Pistoia in una serata dedicata ai musicisti del nostro paese, devo dire che Mike mi ha positivamente stupito, e non poco.

L’Uomo Centenario

Muddy Waters (Helsinki, 1970, foto Pertti Nurmi ©)

Muddy Waters (Helsinki, 1970, foto Pertti Nurmi ©)

Muddy Waters: modi diversi per non dimenticare l’uomo e la sua musica.

Avevamo già iniziato, pur senza immaginarne il seguito, ad occuparci di lui. Cominciammo nel numero 128 (Settembre 2014) con un viaggio a ritroso nel tempo negli anni compresi tra il 1947 ed il 1962. Poi fu la volta di Marco Denti che nel giugno di quest’anno, con la consueta perizia che lo contraddistingue, ci prese per mano per farci toccare, o perlomeno intuire, la sua importanza di traghettatore verso le nuove generazioni. A questo punto, approfittando della pubblicazione, non certo contemporanea ma quasi, di tre diverse testimonianze discografiche, racchiuse in due doppi CD ed un singolo, in cui Muddy Waters è più o meno presente, scagliamo un’altra pietra nello stagno del conformismo fatta questa volta di angoli vecchi già esplorati, di nuove angolazioni, di omaggi postumi. Vorremmo chiudere questa prefazione confermandovi anticipatamente che a noi importa poco o nulla di sapere quando lui è nato (1913 o 1915). L’importante è che lo sia. La Fondazione del Chicago Blues Stando a quello che il curatore delle note di questo doppio CD, “Early Morning Blues The 1947-1955 Aristocrat & Chess Sides” (Soul Jam 600849), Gary Blailock, ha riportato nel bel libretto corredato anche di foto in bianco e nero e a colori… [continua a leggere nel n° 132 – Settembre 2015]

 

NOTODDEN BLUES FESTIVAL 2015

Ritorniamo a Notodden in Norvegia dopo qualche anno, e ancora abbiamo negli occhi la prima esperienza della Blues Convention del 2009 e il festival del 2011. L’occasione stavolta ci è data da due artisti particolari, entrambi poco blues, almeno in senso canonico, ovvero Robert Plant e George Thorogood. Il primo, in tour con i Sensational Space Shifters, lo abbiamo visto già lo scorso anno a Padova, in una serata memorabile grazie anche all’apertura affidata ai North Mississippi Allstars, da sempre nostri beniamini. Il secondo invece lo attendevamo in Italia qualche anno fa, ma la scarsa prevendita fece cancellare il concerto già fissato!