Bob Riedy 1946 – 2020

Per commemorare la figura di Riedy, scomparso il 26 ottobre scorso, riproponiamo qui di seguito l’articolo su di lui apparso nel numero 118 de Il Blues, all’interno di uno speciale sul Chicago Blues.

Quando tenere in vita il blues, ed i bluesmen, era solo questione di fede               di Marino Grandi

Dopo il boom degli anni Sessanta, fu la volta dei tempi duri. La decade successiva segnò l’avvento dell’acid rock e della fusion, su cui però finì per imperversare la pulsazione meccanica della disco music. I tempi stavano cambiando rapidamente e per tutti era difficile, se non spesse volte impossibile, interpretare ogni giorno se stessi guardando il futuro. La Chess Records era in procinto di passare di mano, i “padri” del genere riproponevano, più o meno, gli stilemi degli anni precedenti ma con meno convinzione, e chi fino a poco tempo prima veniva annoverato tra i “comprimari di lusso” restava senza lavoro. E fu proprio all’incirca alla prima metà degli anni Settanta, ovvero quando Jimmy Dawkins e Magic Slim non erano ancora diventati nuovi punti di riferimento, che apparve un personaggio che tenne vivo ed alimentò l’anima del sottobosco musicale chicagoano. Quest’uomo fu Bob Riedy. Bianco, originario del Wisconsin, pianista mai tentato dal canto ma influenzato da Otis Spann, dopo il suo trasferimento nella Windy City, verso la fine degli anni Sessanta, entrò ben presto a far parte delle seconde linee del Chicago Blues. Ma la sua figura assume rilevanza quando ebbe l’idea di dare vita ad un circuito di bluesmen con cui, tramite l’appoggio della agenzia di spettacoli RMR Productions, alimentare in maniera costante il cartellone di alcuni club della North Side tra cui Biddy Mulligan’s, Wise Fools Pub, Peanut Barrel Pub, etc. Ma l’importanza del suo lavoro assume i contorni più netti quando veniamo a sapere che le band che lui assemblava e di cui faceva parte, spesso eterogenee e quindi difficilmente omologabili, potevano contare su artisti come Carey Bell, Johnny Young, John Littlejohn, Fred Below, Eddie Clearwater, Jimmy Rogers, etc., tutta gente in grado di sfornare Chicago Blues autentico ben diverso da quello per turisti allora appena agli albori. Parte dei suoi risultati videro la luce, discograficamente parlando, sotto il nome di Bob Riedy Chicago Blues Band nell’ellepì LP “Lake Michigan Ain’t No A River” (Rounder 2005 pubblicato nel 1973 e recensito nel n.18) e come Bob Riedy Blues Band nel vinile “Just Off Halsted” (Flying Fish 006 pubblicato nel 1974).

Ma è all’inizio degli anni Ottanta che Bob si rende conto che la sua figura quasi filantropica, di tramite tra gli artisti ed i proprietari di club, è ormai obsoleta. Privo di stimoli, uscì di scena e fu inghiottito dalle vicissitudini umane spesso così care a quegli stessi bluesmen con cui aveva condiviso il palco (problemi con la legge, quattro by-pass, etc.). Sebbene il suo nome ritorni a circolare nel 2009 in occasione del Chicago Blues Festival di quell’anno e di altri eventi commemorativi della sua attività negli anni successivi, qui lo vogliamo ricordare per il coraggio, attraverso la sua società Chicago Sound Recordings, con cui nel 2004 ha rimesso in circolazione molto del materiale raccolto negli anni Settanta, implementandolo però con numerose registrazioni inedite.

“Late Freight Out Of Chicago” (CSR 2007) rappresenta molto probabilmente l’ossatura di un album mai pubblicato, in quanto le registrazioni, realizzate ai  Curtom Studios di Chicago, risalgono tutte al 2 marzo del ’77. La band, formata da Riedy, Carey Bell (armonica e voce), Mark Wydra (chitarra), Mike Oliver (basso),  Jon Hiller (batteria), è compatta ed essenziale nel suono, ed ha messo a punto un buon album di Chicago Blues dell’epoca. Ci sono gli strumentali, quattro, che, nonostante siano tutti ritmici (e questo è un peccato, in quanto almeno un lento ci sarebbe stato bene), contengono una loro carica che si avvale del piano di Riedy che, sebbene in bella evidenza, duetta con l’armonica di Carey senza rubargli spazio come in “Late Freight” e “Going To Mr.Kelly’s”. Mentre la chitarra di Wydra non spreca note giocando al ribasso, la voce di Carey è già ben impostata e, pur non possedendo quell’aria bruciata che verrà col tempo, lascia il segno, unitamente alla sua armonica, nella sofferta “Last Night”. Riusciti anche “One Day You’re Gonna Get Lucky” con lo scambio tra gli strumenti di Bell e Riedy, e persino la rilettura di “Sweet Home Chicago” che, in tempi non sospetti ante Blues Brothers, si avvale anche qui del pregevole lavoro del duo Riedy-Bell.

Doppio CD è invece quello intitolato “Bob Riedy’s Chicago Blues Shows Of The ‘70s Vols.1&2” (CSR 208), che raccoglie parte del materiale apparso nei due LP citati precedentemente incrementato con tracce mai pubblicate precedentemente. Per quanto riguarda le riedizioni occupano un posto di riguardo “Hear Aches And Pain”, magnifico slow blues da cui spicca il connubio Bell (intenso) Riedy (soffuso), la “Dust My Broom” non esasperata di John Littlejohn, il mandolino urbano e ritmico di Johnny Young in “Johnny’s Jump” e “Mandolin Boogie”, di nuovo John Littlejohn nel lento “Reconsider Baby” ed anche Carey con la sua cromatica in “Hard To Leave You Alone”, e due strumentali il polveroso “Road Dust” ed il sentito “Just Off Halsted”. Tra il materiale nuovo di zecca spiccano, guarda caso, i brani di Magic Slim, in quanto la compattezza del suono è già inconfondibile, così come il suono della sua chitarra West Side oriented che illumina lo slow “Trouble Blues” e lucida “Mama Talk To Your Daughter”, per non parlare di “Cold Women With Warm Hearts”. Una sorpresa è anche Richard “Hub Cap” Robinson la cui voce rauca non perde un colpo, sia che si tratti di lenti come “Haint”, di talking blues come “Cherry Red” o di ritmici come “Drinkin’ Wine”. Ovviamente c’è anche spazio per i ballabili con Big Twist And The Yellow Fellows, tra cui salverei la carica versione di “Grits Ain’t Groceries”.

L’ultimo compact, anch’esso doppio, nonostante il titolo invitante, “Bob Riedy Blues Band Live From Chicago Sets 1&2” (CSR 209), appare il meno riuscito. Infatti la presenza di registrazioni realizzate in un club con un registratore a due tracce nel 1978, mette in luce in maniera impietosa la mancanza di creatività che il blues di Chicago stava vivendo, mentre la nuova generazione muoveva timidamente i primi passi (leggi Billy Branch, Lurrie Bell, etc). La figura blues dominante è ancora quella di Carey Bell, in quanto sia quando è chiamato a fare da leader per intero (voce + armonica) sia quando è impegnato con il solo strumento, ciò che ascoltiamo è Blues con la b maiuscola (nel primo caso “Last Night” e nel secondo “Long Distance Call”). La caduta verso il rock, sia pure quello di Chuck Berry (ben sei brani), e ritmiche accelerate, condite dalla voce di Sam Lay, fanno tracimare il risultato in un set che strizza l’occhio più all’avventore che all’appassionato.

Vi abbiamo condotto in questo viaggio attraverso gli anni grigi del Chicago Blues, o meglio di quel periodo di transizione tra un’epoca e la successiva, perché è ascoltando questa musica che si capisce la difficoltà nei momenti di passaggio (nuove composizioni pochissime, se si escludono quelle di Riedy), quando qualcosa che conosciamo sta finendo ed il nuovo che sembra a portata di mano in realtà non si è ancora rivelato.