Alla bella età di novant’anni, lo scorso 13 maggio se ne è andato anche Clarence Carter, grande soulman la cui parabola artistica, nel corso di una lunga carriera, ha raggiunto vertici assoluti negli anni Sessanta e Settanta. Carter originario di Mongtomery, Alabama, era cieco dall’età di un anno, la musica entra ben presto a far parte della sua vita, il blues dei dischi del patrigno soprattutto ma anche il gospel. Impara a suonare la chitarra e il piano e si diploma in musica alla Alabama State University.
Gli inizi lo vedono accanto ad un compagno di studi Calvin Scott, a sua volta non vedente, per duo vocale che incide qualche singolo senza trovare particolare successo. Una sessione di registrazione però, avviene in un luogo destinato a cambiare il destino di Carter, gli studi FAME di Rick Hall a Muscle Shoals. Uscito di scena Scott in seguito ad un incidente stradale, Carter prosegue la carriera come solista firmando per la FAME nel 1966.
Nell’autunno di quest’anno incide un brano che contribuisce farlo conoscere maggiormente, “Tell Daddy”, anche perché l’anno seguente Hall convince Etta James, venuta a Muscle Shoals a registrare un nuovo lavoro per Chess/Cadet a farne una versione al femminile, rititolandola “Tell Mama”. E forse è anche grazie a questo successo l’Atlantic si interessa a Carter, che nel giro di pochi anni inanella quattro LP per la storica etichetta.
Siamo nel 1970, anno che segna anche il matrimonio con Candi Staton, grande voce soul, protagonista a sua volta di una bella serie di dischi soul per Fame/Capitol, a partire proprio da “I’m Just A Prisoner”. Il matrimonio naufragherà dopo pochi anni e anche le rispettive carriere avranno alti e bassi, cercando di galleggiare al mutare dei gusti. L’era disco viene cavalcata meglio da Staton, Carter però resiste e a metà anni Ottanta si ritrova su una neonata etichetta di Atlanta, Ichiban. Nel 1986 coglie un altro hit con “Strokin’” un pezzo soul ritmato e orecchiabile, dal testo esplicito, una tipologia di canzone che ha spesso praticato con ironia, in questo simile a colleghi come Marvin Sease o Bobby Rush.
Se i dischi di questa fase non sempre gli rendono giustizia, per l’uso disinvolto di sintetizzatori e un repertorio talvolta non all’altezza, le sue capacità vocali e chitarristiche sono intatte, come raccontano le cronache di chi ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo. Forse, anche per questioni di salute, non ha potuto beneficiare di un ritorno discografico di alto profilo, negli ultimi quindici anni, come è accaduto ad altri suoi colleghi, non vi è dubbio però che il posto di Clarence Carter nella storia del soul sia assicurato. Per approfondire la sua figura ricordiamo altresì il bell’articolo biografico redatto dall’amico Ennio “Fog” Fognani e pubblicato sul n. 118 de Il Blues.










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