DOUG MACLEOD – AMENO BLUES

Non sempre c’è una corrispondenza stretta tra concerto e l’ambiente in cui esso avviene, quando succede però lo si avverte subito. E’ accaduto Domenica 10 Luglio scorso, di pomeriggio, con l’esibizione di Doug MacLeod nella piccola chiesa di S. Antonio Abate a Vacciago di Ameno, con una suggestiva vista sul sottostante lago d’Orta. Il concerto chiudeva l’edizione di quest’anno dell’Ameno Blues Festival, ed è stato organizzato con “Un Paese A Sei Corde”.

La musica di MacLeod, acustica e con spiccato gusto per il racconto, sembra respirare e trovare la sua dimensione ideale. “Suonerò solo mie canzoni” premette lui, “perché i grandi bluesmen del passato erano autori del loro repertorio”. Il senso di raccoglimento e la distanza ridotta tra pubblico e artista crea una bella atmosfera, MacLeod spesso accenna all’ispirazione dietro ai brani che sta per eseguire ed esclama ogni volta, “questo brano fa esattamente così”, espressione divenuta un suo marchio di fabbrica e titolo persino di un disco. Parla spesso di donne del suo passato, come quella protagonista di “My Black Pony”, conosciuta in gioventù in Virginia oppure “Vanetta” e “Raylene”.

Foto di Matteo Bossi

Foto di Matteo Bossi

Il suo fraseggio alla chitarra, è ricco e sfaccettato ma, mai virtuosistico, la musica e le parole viaggiano in parallelo, da vero cantastorie. Scorrono altre sue pagine di spessore, come “Ain’t The Blues Evil” e “Home Cooking”, caratterizzate da un legame profondo con la tradizione e da una devozione sincera verso di essa. Quando il set volge al termine, Doug suona “The New Panama Limited”, che molto deve a Bukka White, “ma non dovete preoccuparvi, questo pezzo dura almeno undici minuti, anche se qualcuno dopo un concerto è venuto a dirmi che durava trenta secondi di più!”. Di sicuro da noi non avrà obiezioni di questo genere, anzi ci riteniamo fortunati per aver potuto ascoltare le musica e le storie di questo artista singolare, in grado con la sua semplicità di coinvolgere qualsiasi pubblico si trovi davanti.

Matteo Bossi  e Silvano Brambilla