Come tantissimi appassionati di blues in ogni parte del mondo, un velo di profonda tristezza ci ha avvolto quando abbiamo appreso, dal messaggio di un caro amico, la notizia della scomparsa di John Hammond.
Non soltanto per ciò che ha rappresentato nel corso di una carriera molto lunga, esordì infatti con un omonimo album su etichetta Vanguard nel lontano 1963, e da allora non si è quasi mai fermato inanellando concerti e i dischi ad una cadenza regolare, almeno fino a pochi anni addietro. Mancherà, infatti, l’uomo Hammond, un gentleman d’altri tempi, di una cortesia e disponibilità pari soltanto alla sua devozione al blues.
Chiunque abbia avuto modo di assistere ad uno dei suoi concerti e magari di incontrarlo per una chiacchiera o una dedica dopo, crediamo serberà un ricordo indelebile di questi momenti.
Ritrovarlo in un festival o ad una serata in un locale era ogni volta bello e rassicurante, significava essere condotti con mano ferma nei meandri della tradizione blues, che John padroneggiava come pochi altri, e per un paio d’ore lasciarsi permeare dalla musica, dimenticando le vicissitudini del quotidiano.
Rivolgendo lo sguardo all’indietro, ci si accorge subito di due particolari; in primo luogo, di come la sua produzione sia rimasta sempre radicata nel blues, in tutte le sue sfumature, dal country blues dei giganti (Son House, Charley Patton, Robert Johnson, Skip James…), al Piedmont, senza disdegnare Chicago, il Texas o la California. E poi impressiona il numero e la varietà di collaborazioni, il che è persino curioso per qualcuno abituato spesso a girare da solo. Nel suo secondo album troviamo ad esempio il valente Jimmy Spruill, in “So Many Roads” ad accompagnarlo c’era un gruppo allora chiamato come The Hawks, che lui consiglierà all’amico Bob Dylan e di strada ne faranno molta.
Negli anni seguenti John, incidendo per Vanguard, Atlantic, Columbia, Capricorn, Rounder e diverse altre, incrocia il suo cammino con quello di Charlie Musselwhite, Delaney Bramlett, Eddie Hinton, Mike Bloomfield, Duane Allman, Dr John…, giusto per far comprendere la stima, anzi l’amicizia, di cui gode presso tantissimi colleghi.
Ognuno avrà le sue preferenze, senza dubbio, affezionati al lato squisitamente acustico della sua musica oppure alle sue scorribande elettriche, con al suo fianco ottime band come i Nighthawks (“Hot Tracks”) o Little Charlie & The Nightcats (“Long As I Have You”).
Impossibile non ricordare, infine, “Wicked Grin”(2001) in cui si misurava da par suo, con classe ed intensità, nel rileggere dodici tracce blue(s) del repertorio di Tom Waits, con quest’ultimo in veste di produttore e chitarrista.
E ancora il bellissimo, ruvido “Push Comes To Shove”, forse l’album con il maggior numero di brani scritti di suo pugno, lui che è stato, quasi sempre, un grande interprete.
Hammond fa parte della ristretta cerchia di artisti che hanno onorato fino in fondo la musica che hanno amato fin dall’adolescenza ed hanno contribuito a farla amare a moltissimi altri. Per questo, e molto altro, gli rivolgiamo un pensiero pieno di affetto e gratitudine. So long, John.
Matteo Bossi

John Hammond, Spaziomusica (foto Marino Grandi)
Con il passare degli anni i ricordi si affievoliscono, soprattutto quando sono legati all’infanzia, dove tutto si mescola e per lo più, almeno per alcuni fortunati, le cose meno belle vengono relegate in un posto da cui non farle più emergere.
Ero un bambino nel 1982 e nel 1983 quando conobbi a Montreux John Hammond Jr, che si esibiva al famoso Jazz Festival. Con mio padre e mia madre trascorrevamo qualche giorno di vacanza, provenienti dalla vicina Valsavarenche in Valle d’Aosta nostra meta preferita per l’estate, rigorosamente per le serate dedicate al blues.
Il pomeriggio c’era il rituale, tipico di tutti gli appassionati con tanto di backstage pass e macchina fotografica, ovvero quello delle prove, momento in cui ci si poteva godere pienamente il contatto con l’artista senza la calca del pubblico.
Durante uno di questi pomeriggi conobbi John e soprattutto sua figlia, una bellissima bambina bionda, tanto gentile e carina quanto lo era suo padre, un vero e proprio gentleman, come molti hanno avuto la fortuna di sperimentare.
L’ho rivisto molti anni dopo, vecchio e stanco, in uno di quei tour, come alcuni dell’ultimo Johnny Winter e B.B. King, che personalmente mi hanno fatto dubitare della necessità di insistere con le esibizioni live vista l’età e le condizioni di salute.
Faticava a tenere i tempi e ogni tanto si perdeva qualche strofa, seppure la band faceva di tutto per sostenerlo ed evitare che ci fossero grosse dissonanze.
Lui dal palco, con lo sguardo quasi timido rivolto verso il basso, tra un brano e l’altro si scusava dell’accaduto, e trasmetteva un senso di profondo dispiacere.
Un uomo di classe e di spessore, di altri tempi, che sapeva riconoscere i propri limiti.
Una qualità che musicalmente appartiene a pochi eletti. Grazie anche per questo.
Davide Grandi

John Hammond, Montreux 1983 (foto Marino Grandi)









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