Questa funesta estate 2026 si è portata via anche Benjamin William Lattimore, meglio noto come Latimore, nativo di Charleston, nel Tennesssee. La sua lunga carriera sviluppatasi in ambito rhythm and blues, ha avuto inizio, come per tanti altri, nelle chiesta battista, dove si forma al canto e alla tastiera, due qualità che faranno la sua fortuna. Dovrà aspettare l’inizio degli anni Sessanta per aver occasione di registrare, grazie al suo spostamento nella Florida meridionale, una zona in cui stabilirà la sua residenza. Si accaserà, musicalmente, presso la galassia di etichette messe in piedi dall’imprenditore Henry Stone, (Blade, Dade, Dash, TK, Glades…), dapprima come Benny Latimore, poi via via lasciando da parte il nome.
Nel 1973 il suo primo LP solista, intitolato soltanto Latimore, lo fa notare con riletture dal mondo rock (Stills, Elton John), ma anche una riuscita “Stormy Monday” che fa persino capolino nelle classifiche R&B. Risale all’anno seguente il suo più grande successo, “Let’s Straighten It Out” contenuto nel secondo disco per Glades, “More, More, More Latimore”, issatosi al numero uno e divenuto un classico ripreso da tanti altri artisti, da O.V Wright a B.B. King, passando per un grande appassionato di musiche afroamericane come Eli “Paperboy” Reed.
Un successo replicato, almeno in parte, qualche tempo dopo da “Somethin’ ‘Bout ‘Cha”, che ne consolida la fama di cantante soulful, dall’affascinante voce baritonale. Gli anni Ottanta lo vedono inanellare una serie di album per Malaco, continuando ad allargare il suo pubblico soprattutto nel circuito del Sud, accanto a compagni di scuderia come Johnnie Taylor, Z.Z. Hill o Bobby “Blue” Bland.
Latimore ha continuato fino a pochi anni fa a registrare con immutata energia, sia a suo nome che con altri (era, ad esempio in alcuni dischi di Joss Stone, tra cui il fortunato esordio, The Soul Sessions”) e tenere concerti, come ricorderanno i frequentatori del Porretta Soul Festival, dove si era prodotto nel 2013.
Matteo Bossi









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