Il secondo album di Matteo Mancuso, ovvero l’asso siciliano del fingerpicking, dal titolo Route 96 (Mascot), è un lavoro affascinante e a tratti complesso che, almeno per me, ha richiesto tempo per essere davvero compreso.
I primi ascolti mi hanno lasciato con impressioni contrastanti, non solo sull’album nel suo insieme ma anche sulle singole tracce, accompagnati da una persistente sensazione di “già sentito”. Mentre ascoltavo l’album guidando, ho iniziato a scavare nei ricordi cercando quella sensazione suscitata da questo lavoro e all’improvviso eccolo li: la Jam finale del G3 del 1997 con Satriani, Vai ed Eric Johnson. Una VHS che da adolescente ho letteralmente consumato, rapito dal virtuosismo dei primi due avvolto dalla calda coperta del sound blues del terzo.
Il lavoro di Mancuso (con Riccardo Oliva e Stefano India al Basso, Gianluca Pellerito alla Batteria, e Giuseppe Bruno alla Batteria in “Warm Sunset”) sembra fondere proprio questi mondi, unendo la velocità estrema degli assoli hard rock a toni caldi e accoglienti tipici del blues, un mix sorprendente e a tratti spiazzante. Molti brani, infatti, iniziano con un sound caldo, avvolgente e rassicurante, armonie delicate e ritmi riflessivi, perfetti per isolarsi dal rumore mentale e concentrarsi su un unico pensiero; poi, all’improvviso, esplode un assolo rapidissimo, pulito, tecnicamente impeccabile e con una mostruosa quantità di note. Con buona pace di Miles Davis.
In un’epoca in cui il web è pieno di giovanissimi chitarristi capaci di suonare lick a velocità disumane, la figura del guitar hero sembrava aver perso un po’ della sua aura: se a Metropolis tutti potessero volare e sparare laser dagli occhi, Superman sarebbe un po’ meno Super. Eppure Mancuso riesce a distinguersi grazie a un virtuosismo che non è solo velocità, ma un modo completamente diverso di ottenerla: un fingerpicking fulmineo e altrettanta velocità sul manico. Proprio quando sembrava che la chitarra avesse dato tutto, lui tira fuori qualcosa di nuovo.
Colpiscono in particolare la pulizia del suono, il tocco controllato, la ricerca di toni caldi, e la presenza di Steve Vai nel brano di apertura (oltreché quella di Antoine Boyer in “Isla Feliz” e di Valeriy Stepanov in “The chicken” ) chiarisce immediatamente il livello del progetto.
Il percorso musicale si sviluppa in otto brani e si chiude con la bonus track “The Chicken”, dove, come in ogni concerto che si rispetti, c’è spazio per il virtuosismo dei singoli: tastiere, batteria e naturalmente chitarra si alternano in una serie di perle tecniche.
Alla fine posso confessarlo: non sono un amante del virtuosismo fine a sé stesso e ho sempre preferito quel silenzio tra le note tanto caro a Miles Davis. Forse è per questo che ho avuto bisogno di un terzo ascolto per apprezzare davvero Route 91, ma una volta entrato nel suo mondo l’ho trovato un album interessante, ricco e sorprendente, un lavoro che non si concede subito ma che ripaga chi gli dedica il tempo necessario.
Andrea Capelli









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