Mavis Staples alla Union Chapel: una leggenda senza tempo
Lasciare Bologna a metà agosto per infilarsi nel cuore di una Londra insolitamente torrida ha un solo motivo: Mavis Staples. La partenza è stata una corsa contro il tempo per un passaporto scaduto e rinnovato a tempo di record che ha rischiato di bloccare Fabio Ziveri, insostituibile compagno di viaggi musicali.
Risolto l’imprevisto appena in tempo, il premio è stato l’ingresso nella storica chiesa londinese, da sempre un palcoscenico prestigioso per la grande musica e prendere posto, prima che si accendessero le luci sul palco per un concerto che ha ripagato da solo l’intero viaggio.
L’acustica impeccabile di questo luogo suggestivo e quasi mistico, dove la Staples ha registrato nel 2018 lo splendido album “Live in London“, ha accolto l’apertura di Lucca Mae, giovane cantautrice emergente della scena soul e blues britannica. Poi, il silenzio ha ceduto il passo alla storia.
Vedere salire sul palco l’artista di Chicago, 87 anni, accompagnata al microfono e supportata dall’applauso caloroso di tutta la sala, è stata una grandissima emozione. Ogni segno del tempo si è azzerato nell’istante esatto in cui la band ha fatto sentire la sua impronta, forte e potente. La ritmica di “City in the Sky” ha fatto da perfetto preludio alla forza trascinante di “Chicago” di Tom Waits e alla profonda “Far Celestial Shore” di Nick Lowe.
La voce della Staples è emersa solida, vibrante, ricca di quelle calde sfumature timbriche che la rendono unica.
Del suo ultimo album “Sad and Beautiful World“, pubblicato nel novembre 2025, ha regalato un’interpretazione intensa e toccante di “Beautiful Strangers”, il capolavoro di Kevin Morby.
Tra un brano e l’altro, seduta per bere un sorso d’acqua, l’artista ha scherzato con il pubblico con un’allegria contagiosa, «Sono felice di vedervi tutti, è bello ritrovare volti familiari. Vi vogliamo bene». Intanto alle sue spalle si muoveva in perfetto equilibrio una band formidabile, guidata dal chitarrista Rick Holmstrom (già storico collaboratore di Booker T. Jones), con Gregory Boaz al basso e Steve Mugalian alla batteria, affiancati da due straordinarie coriste capaci di sostenere e amplificare l’energia dello show, sprigionando un’energia carismatica in totale sintonia con Mavis.
Il concerto ha così unito le recenti e prestigiose reinterpretazioni del suo ultimo album ai classici storici degli Staple Singers. Quando sono riemersi quei grandi classici del loro repertorio, l’entusiasmo della sala è salito con “Handwriting On the Wall” e soprattutto con “Respect Yourself”. Quest’ultima è stata introdotta da Rick Holmstrom, musicista di classe che canta con naturalezza, impeccabile misura e in perfetta sintonia con Mavis.
L’apprezzamento è diventato generale su “No Time for Crying”, un brano dal forte contenuto civile in cui l’artista ha ricordato che di fronte alle ingiustizie non c’è tempo per le lacrime perché c’è ancora del lavoro da fare. Lo spettacolo si è chiuso sulle note di “Everybody Needs Love” di Eddie Hinton. Una conclusione netta, senza concessioni al rito del bis, accettata con reverenziale rispetto da una platea consapevole di aver vissuto un evento unico.
Guardando questa leggendaria artista sul palco è stato inevitabile il legame con la storia, la sua è la voce che negli anni Sessanta accompagnava le marce per i diritti civili di Martin Luther King.Quel messaggio è tornato a vibrare senza alcuna concessione alla nostalgia, trasformato in gioia immediata, condivisione e ritmo.
Una forza intatta che ha dmostrato quanto questo repertorio sia ancora, oggi più che mai, necessario.
Palma Tossani











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