Robert Finley – Fiorenzuola D’Arda

Il festival Dal Mississippi al Po ha in cartellone quest’anno oltre a graditi ritorni (Harris, Bibb) artisti per i quali la tappa nella bella piazza Molinari di Fiorenzuola d’Arda, rappresentava l’unico passaggio nel nostro paese (Trombone Shorty, Robert Finley). Il concerto di quest’ultimo non volevamo proprio perdercelo e la data del 19 luglio era segnata da tempo. La serata è cominciata dalla presentazione curata da Luca  Crovi dell’ultimo romanzo di Stefano Tura, inviato Rai a Londra.

Foto di Matteo Bossi

Poi è arrivato il momento del sessantacinquenne residente a Bernice, Louisiana, accompagnato da un quartetto, batteria, tastiere e due chitarristi, professionale e composto, capaci di tessere un buon tappeto per le canzoni dei due dischi in studio, suonati pressochè integralmente. Uomo del Sud nelle movenze, sebbene quasi cieco, nell’accento e nello spirito, Finley trasuda entusiasmo sin dall’attacco di “Three Jumpers” e di “Age Don’t Mean A Thing”, del tutto veritiera visto lo sviluppo inatteso della sua carriera musicale. Scorrono “If You Forget My Love” e la “I Just Wanna Tell You”, che ricorda un poco il Johnny Taylor di “Testify”. Il suono e compatto e la voce di Finley viaggia a pieno regime, ha forza e magnetismo. Estrae “Medicine Woman” e “Empty Arms”, dal recente “Going Platinum”, prodotto da Dan Auerbach. Ringrazia più volte e invita al sorriso o al ballo, prima di attaccare “Louisiana Rocks”.

Foto di Matteo Bossi

La band lo lascia solo per un paio di pezzi interpretati da solo e con grande trasporto, accompagnandosi con la chitarra acustica, “Make It With You” e “It’s Too Late”, in cui ci ha ricordato certe cose di Ted Hawkins per la semplicità della musica e la bellezza della voce. “Avevamo già finito il disco quando il mio produttore Dan, che conoscerete per via dei Black Keys, mi ha chiesto di ricantare questo brano in falsetto. E così abbiamo fatto”. Lo dice introducendo “Holy Wine”, una ballata da brividi che in effetti da ragione ad Auerbach sul consiglio canoro, lancinante il falsetto di Finley. Invita a seguire i propri sogni e a non lasciarsi scoraggiare dalle avversità, pensando alla sua storia, prima di cantare “Get It While You Can”. E’ quasi il finale, per i bis Finley torna sul palco da solo per due rare cover, “Just My Imagination” in cui la sua voce si fa soffice e “A Change Is Gonna Come”. Bella serata, illuminata dalla voce magnifica di un artista la cui valorizzazione è una vera fortuna, per lui e per gli appassionati di soul e blues. E crediamo che non si fermerà qui.

 

 

Matteo Bossi