Rocce Rosse Blues 2015

Il tempo non è dei più clementi: le persone accorse ad assistere al concerto di Peaches Staten e dei Campbell Brothers devono essere ben motivate, per sfidare il nubifragio che imperversa su Lanusei e dintorni. L’ appuntamento è al teatro Tonio Dei, luogo oramai deputato ad ospitare il Rocce Rosse Winter Edition. Apre la serata Peachen Staten, accompagnata dagli Hawks, trio milanese che spesso supporta l’ artista di Chicago nelle tournèe europee; alla signora Staten spetta un compito non facile, quello di dover sciogliere un pubblico spazientito dalla lunga attesa dell’inizio concerto, causata da un ritardo del volo aereo che doveva portare la band in Sardegna.

Ad ogni buon conto, l’esperienza ormai ventennale su palchi internazionali le permette di affrontare a regola d’arte l’apertura della serata, proponendo fin dalle prime note la rodata miscela di rhythm & blues, soul e funk: il pubblico viene subito introdotto nel blues positivo e caldo di Peaches, più che azzeccato per scacciare il freddo e l’umidità della serata. Dopo una sequenza iniziale di brani d’impatto, la band rallenta i ritmi, rendendoli fumosi e morbidi, per poi riprendere prontamente con “Must Be Love” di Chico Banks, a cui partecipa anche il pubblico, coinvolto nei cori; per inciso, gli Hawks supportano a dovere il blues solare della cantante, forti dei propri linguaggi espressivi e mai egoisti nel farli pesare, doti queste meritevoli. A questo punto l’atmosfera è ormai scaldata: lo show prosegue sicuro con “Sing The Blues”; inoltre è da segnalare nella scaletta l’omaggio a B.B. King con “Darling You Know I Love You”. L’esibizione si conclude con l’energica “The Train”, che porta a destinazione uno show schietto e scoppiettante. Il_Blues_Magazine_Rocce_Rosse_Winter_2015Dopo una breve pausa per il cambio palco, è il momento dei Campbell Brothers, i quali scelgono di dare il via alla propria esibizione con una splendida versione strumentale di “Wade In The Waters”; l’intento di questa scelta è chiaro e di grande potenza evocativa: qui siamo nei territori spirituali della “church music” (come viene definita dal maggiore dei fratelli Phillip Campbell), il suono è necessariamente antico e quasi astratto. Ma non si deve cadere nell’errore di avere a che fare con un gruppo da sacrestia: come verrà confermato durante tutto il set, quello dei Campbell Brothers è un gospel contemporaneo, di un’ umanità profonda e diretta, perfettamente in grado con la sua forza comunicativa di trascendere differenze culturali e convinzioni personali. Sicuri di aver catturato l’attenzione e le anime dei presenti, col secondo brano (“I Feel Good”) i nostri si addentrano immediatamente in sonorità meno immateriali, ma altrettanto coinvolgenti, cariche di elettricità e slanci mistici: “See the sign of the Judgment” è un soul fervido del delta, “A Change Is Gonna Come” di Sam Cooke un’accorato appello, ancora purtroppo attuale, ad un futuro migliore. Seguono l’urlo liberatorio e gioioso di “I’m Going Home With The Morning Train”, e l’intersezione tra Howlin Wolf e Sister Rosetta Tharpe in “Hell No/Heaven Yes”. La risposta del pubblico è entusiasta, un rito collettivo in cui la linea di demarcazione tra pubblico e musicisti si fa sempre più inconsistente. “Lord I Just Want To Thank You”, la lunga cavalcata infuocata, è il gran finale catartico. I Campbell Brothers lasciano il palco, ma solo momentaneamente. Richiamati, rispondono all’amore dei presenti con “Amazing Grace” chiudendo il cerchio, e ritornando alle origini di quella musica che viene da lontano nel tempo e nello spazio, e parla così bene all’anima di un uomo.

Lorenzo Tuccio