Sam Lay in concerto al Chicago Blues Festival

Che cosa hanno in comune “I Ain’t Supertitious” o “Shake For Me” di Howlin Wolf, “Born In Chicago” della Paul Butterfield Blues Band, “Highway 61 Revisited” di Bob Dylan? Oltre al fatto di essere classici imperituri, ovviamente. La risposta è semplice: il batterista.

In queste e centinaia di altre session accanto a James Cotton, Magic Sam, Earl Hooker, Siegel Schwall Band, Carey Bell…c’era Sam Lay. Classe 1935, nato a Birmingham, Alabama, Lay è scomparso il 29 gennaio scorso a Chicago.

Ci era arrivato, come tanti conterranei, dopo una tappa intermedia a Cleveland, negli anni Cinquanta. Il primo ingaggio lo vede al servizio di niente meno che di Little Walter. Il resto è come si suol dire, storia. Lay, insieme ad altri illustri colleghi, pensiamo giusto per citarne alcuni, a Fred Below, Francis Clay, Clifton James, Odie Payne, Willie “Big Eyes” Smith, è stato uno degli architetti ritmici principali del Chicago blues, un’arte niente affatto scontata, anzi fondamentale nella costruzione di un brano.

Il batterista, del resto, è un ruolo spesso meno gratificante, forse nessuno dei musicisti menzionati è diventato un nome noto al grande pubblico. Uno come Sam ha fatto la fortuna di tanti leader, con il suo stile inventivo e preciso, ricco di dinamiche. Non è un caso che Paul Butterfield e Mike Bloomfield abbiano proposto a lui (e al bassista Jerome Arnold) di far parte della Butterfield Blues Band a metà anni Sessant.

In parallelo alla costante attività al servizio degli altri, Sam ha portato avanti una carriera solista, a partire da un Lp su Blue Thumb del 1969, in cui riprendeva pezzi di Muddy, Wolf e Dylan. L’attività discografica a suo nome si è concentrata però soprattutto negli anni Novanta, periodo in cui escono anche due lavori per l’Appaloosa di Franco Ratti, uno dal vivo e uno in studio intitolato, ça va sans dire, “The Shuffle Master”.

Lay, che non disdegnava nemmeno di suonare la chitarra, con stile minimale, ha continuato a suonare regolarmente, raccogliendo stima e riconoscimenti unanimi. Nel 2014 gli venne anche dedicato un documentario, “Sam Lay In Bluesland”, in cui rievoca la sua storia. Con lui se ne va un altro tassello importante del Chicago blues, forse l’ultimo grande batterista della generazione nata prima del secondo conflitto mondiale.

Matteo Bossi

 

Foto Sam Lay di Matteo Fratti, Chicago Blues Fest 2009

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