Samantha Fish-Paper Doll Live

A distanza di un anno dall’omonimo album in studio, “Paper Doll Live” conferma la capacità di Samantha Fish di saper trasformare il proprio repertorio in spettacolo, senza perdere l’autenticità e l’intimità delle sue canzoni. Registrato al Bijou Theatre di Knoxville il 7 ottobre 2025, le 16 tracce dal vivo dimostrano tanto il virtuosismo della chitarrista quanto le sue qualità di frontwoman. L’apertura con la celebre “Kick Out The Jams” degli MC5 è un colpo al cuore (da tempo lei la utilizza per aprire i suoi concerti): c’è tutta l’energia che esplode nella potenza della ritmica, con l’organo incisivo e i cori che spalancano la porta alla chitarra di Samantha. È rock-blues senza tanti fronzoli, che entusiasma subito l’audience, che però sa altresì apprezzare il primo contrasto offerto da “Paper Doll”: una ballata essenziale che lascia spazio alla voce e al testo, con arrangiamento minimale che valorizza la linea melodica. La Fish mostra il lato più intimista del suo repertorio, con un dialogo tra la delicatezza vocale e i suoi fraseggi, che mantengono alta la tensione narrativa del brano. Analogamente “I Put A Spell On You” si trasforma sotto le sue mani in una sorta di rito: gli oltre 7 minuti lenti, inquietanti, con richiami hendrixiani sono uno dei vertici del dischetto, non solo per i suoi eccellenti assoli ma pure per la pregevolissima prova vocale.

Un contributo prezioso è certamente quello delle McCrary Sisters, coriste che sanno fare la differenza nei brani: in “I’m Done Runnin’” le loro armonie donano swing a un pezzo che nella versione in studio sembra più ruvido, mentre qui ci regalano una profondità gospel-soul che arricchisce l’insieme. Lo stesso discorso vale per “Lose You” e “Sweet Southern Sounds” le cui melodie, più misurate nell’album originale, dal vivo fioriscono grazie al contributo vocale collettivo. La chitarrista sa pure affrontare blues più grezzi e rudi, come in “Bulletproof” piuttosto che “Miles To Go”, con quella slide tirata fuori dalla sua chitarra fatta con una scatola di sigari (un elemento scenico e sonoro che ormai le appartiene) e che segna un forte legame con i suoi esordi.

La sua capacità di dilatare i brani senza perdere l’attenzione emerge chiara in “Don’t Say It” e “Poor Black Mattie” con i lunghi passaggi strumentali, alternati a momenti di silenzio scanditi dal pubblico, e le ripartenze che mostrano una band affiatata e una leader sicura. Samantha duetta con Mickey Finn in “Rusty Razor”, aggiungendo una riflessione matura sul tempo e sulle ferite che si rimarginano, mentre la chiusura è lasciata a “Black Wind Howlin’”, con la sua grandissima intensità, con ulteriori assoli che ribadiscono il suo valore come chitarrista. Al termine dell’ascolto non può che esserci una grande soddisfazione, per un lavoro solido, ricco di energia, spesso sorprendente nelle dinamiche, che mette in luce sia la cantante che la chitarrista. La qualità di Samantha Fish sul palco è ben sintetizzata dalle sue stesse parole, quando afferma che lo studio plasma il suono, il palco lo consacra.

 

Luca Zaninello

 

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