Festeggiato da un nutrito gruppo di colleghi (Van Morrison, Joan Baez, Otis Taylor, Maria Muldaur, Little Steven, Hozier…) in un concerto evento tenutosi lo scorso febbraio al Masonic di San Francisco, Taj Mahal ha da poco compiuto 84 anni. E quasi in concomitanza con la ricorrenza pubblica questo bel disco, una sorta di reunion con la Phantom Blues Band, con cui aveva costruito una fortunata collaborazione nel corso degli anni Novanta sin dai tempi di “Dancin’ The Blues” e “Phantom Blues” su etichetta Private.
La carriera di Mahal, lunga ormai sei decenni, è sempre stata all’insegna dell’eclettismo e degli incontri con musicisti e culture affini alla sua sensibilità. Senza andare troppo indietro nel tempo, basta scorrere i progetti che lo hanno visto coinvolto negli ultimi anni. Dal ritrovarsi con il socio di gioventù Ry Cooder per uno stringato omaggio a Sonny Terry e Brownie McGhee, al secondo disco con Keb’ Mo’ dell’anno appena trascorso, passando per una rilettura di classici dell’era delle big band (“Savoy”) o un live col suo sestetto a Tulsa, Oklahoma. Ognuno, curiosamente, apparso su una label diversa dall’altro.
Queste session con la Phantom Blues Band, risalenti al 2010, e prodotte da Larry Fulcher e Tony Braunagel (bassista e batterista del gruppo) sono costruite come un disco di Taj di trent’anni fa e si ascoltano con grande piacere. In dieci brani gli ingredienti si mescolano con mano sicura, dal reggae al calypso, dal blues al soul, con tanto di coloriture intermedie. La prima parte è intrisa di sapori afrocaraibici, un territorio che ha sempre frequentato con disinvoltura, pensiamo in particolare a “You Put The Whammy On Me” e nel remake di un pezzo del repertorio di Bob Marley “Talking Blues”, oltretutto un duetto vocale con uno dei suoi numerosi figli, Ziggy.
La canzone titolo è invece un brano rimasto inedito del compianto Bill Withers (1938-2020), molto adatto a Taj, che lo ha inciso col consenso degli eredi. La seconda metà del disco è di stretta osservanza blues e R&B; scorrono, infatti, una via l’altra, un credibile tributo ad uno dei suoi eroi, Otis Redding, con una tonante “Sweet Lorene”, che Big O incise sessant’anni fa su “Complete & Unbelievable: The OR Dictionary Of Soul”. Mentre “Ask Me ‘Bout Nothing But The Blues” viene da Bobby Bland, altro gigante della musica afroamericana e beneficia di un perfetto arrangiamento dei fiati (Joe Sublett, Darrell Leonard, Lester Lovitt).
Frizzante, come dev’essere, “It’s Your Voodoo Working” (Charles Sheffield), spesso rifatta al femminile (Samantha Fish, Janiva Magness, Imelda May), ma Taj conserva il meglio per la fine, con una brillante interpretazione di “Rawdy Blues”, un pezzo risalente al 1929, uno degli unici due brani incisi dal bluesman Kid Bailey. La trasporta a New Orleans con un eccellente lavoro di Jon Cleary al piano (presente anche in quasi tutti gli altri brani) e un accompagnamento sensibile della PBB. Come scrive Ruthie Foster nelle note (ci sarebbe stato bene un duetto tra lei e Taj) è il disco di un artista (e di una band) che suona come se la notte fosse ancora giovane.
Matteo Bossi










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