Se ne è andato in questo scorcio finale del 2025, funestato dagli addi di altre figure rilevanti, ognuna a suo modo, quali Steve Cropper, Phil Upchurch, Joe Ely o Chris Rea, anche Don Bryant, autore e cantante soul e gospel dalla lunga carriera. Nativo di Memphis, Bryant si appassiona al canto fin da ragazzino, in chiesa naturalmente, ma non soltanto, con i suoi fratelli cominciano ad armonizzare e cantare insieme le loro canzoni preferite. Le opportunità di farsi strada, in un tempo e un ambiente non certo sprovvisto di talenti, si materializzano grazie alla conoscenza con Willie Mitchell che utilizza le voci di Don e dei suoi Four Kings sia sui palchi che dal vivo.
Ed è ancoraMitchell ad accorgersi delle capacità compositive di Bryant, un suo brano, “I Got To Know”, viene interpretato da un gruppo che lui ammirava molto, The 5 Royales e da lì basta scorrrere i crediti in diversi dischi soul degli anni Sessanta di gente come Solomon Burke, O.V. Wright o Junior Parker, per vedere il suo nome tra gli autori. Quanto al suo percorso solista, escono alcuni singoli per la Hi, etichetta memphisiana per cui Mitchell assumerà negli anni un ruolo via via più centrale, oltre ad un solo LP, “Precious Soul”, stranamente composto per la maggior parte da riprese dal repertorio di altri colleghi.
Persona cordiale e di grande umanità, ci aveva raccontato nel corso di una intervista pubblicata sul numero 148 de Il Blues, come la sua vita sia cambiata per via di”quella ragazza che venne in studio un giorno… Gene “Bowlegs” Miller l’aveva incontrata in un club. Si era alzata ed era salita sul palco per cantare alcune canzoni. Il giorno dopo lui la portò alla Hi.” Parliamo ovviamente di Ann Peebles. Destinata a diventare sua moglie, nonché una delle vedette della label, assieme ad Al Green e Otis Clay, negli anni Settanta.
E Bryant si mette al suo servizio, sostenendola in tutto e scrivendo per lei belle canzoni come “Solid Foundation”, “Troubles, Heartaches And Sadness”, “99 Pounds”, “I’ve Been There Before”, “It Was Jealousy” e ça va sans dire “I Can’t Stand The Rain”, un notevole successo entrato a far parte del novero dei classici, sin dalla sua uscita nel 1973 e attraverso rivisitazioni di dozzine di altri artisti (Lowell George, Tina Turner, Cassandra Wilson…per limitarci a qualche nome). Da lì in avanti, però, la sua attività come cantante si limita in pratica al contesto comunitario della chiesa oltre ad un paio di produzioni gospel su piccole etichette.
Poi, a quasi settantacinque anni, per uno di quegli strani, inattesi, casi che la vita ogni tanto regala, il vecchio amico Howard Grimes gli presenta Scott Bomar, produttore e leader dei Bo-Keys. Come si suol dire, da cosa nasce cosa. “Mi chiesero se fossi interessato a tornare a cantare e registrare,” ci disse, “e ho sentito che forse avrebbe potuto essere la volta buona per tornare a misurarmi con la musica secolare”. Così avviene e Bryant incide nuova musica, tra il 2017 e il 2020 vengono pubblicati su Fat Possum, diventata per curiosa coincidenza, licenziataria del materiale Hi, due album di soul classico molto belli, “Don’t Give Up On Love” e “You Make Me Feel”, in cui riversa il suo canto ancora fresco e pieno di verve, facendo rivivere sue vecchie composizioni accanto ad altre scritte per l’occasione.
Con grande vitalità e un entusiasmo palpabile, ha dunque ripreso a calcare i palcoscenici e sempre ottimamente supportato dai Bo-Keys ha emozionato i fortunati spettatori dei festival, anche in Europa, come Lucerna e Porretta, che aveva del resto già frequentato con l’amata Ann. Una bella storia l’ideale staffetta tra questa coppia, con i successi giovanili di lei e l’affermazione matura di lui, una testimonianza, in fondo, dalla passione, incessante tra loro e la musica, che ora giunge purtroppo a conclusione con la dipartita di Don Bryant.
Matteo Bossi










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