Sabato sera, backstage dell’Antone’s a Austin, e già fermarsi qui sarebbe sufficiente per rendere la giornata memorabile.
E invece, dopo la prima giornata dell’Austin Blues Festival, e una informale chiacchierata con un sorridente e disponibilissimo Gary Clark Jr., sono seduto in camerino con D.K. Harrell, che pochi minuti fa ha incendiato Antone’s dopo aver letteralmente ribaltato, nel pomeriggio, il Moody Amphiteater di Austin.
Ne avrebbe abbastanza per essere esausto e cercare quiete e riposo, e invece, dopo aver concesso tempo a ognuno dei fan al banchetto del merchandising (foto, chiacchiere, autografi per tutti, nessuno escluso, e stessa cosa ha fatto nel pomeriggio), mi fa accomodare e con entusiasmo mi concede il suo tempo per quella che, più che un’intervista, si rivelerà una chiacchierata in cui si parla poco di musica rispetto a quanto ci si potesse aspettare, e molto di vita vissuta.
Anche se forse, a pensarci bene, musica e vita vissuta non sono temi così lontani.
Prima di tutto grazie del tuo tempo e complimenti per tutte le nominations e gli awards ricevuti, strameritati, per due dischi che spaccano veramente. Ho letto delle tue influenze principali, i tre King, Koko Taylor, ma nella tua musica ho trovato anche molto altro: funky, gospel, soul. Come riesci a mischiare tutto insieme?
Per prima cosa ho cercato di rendere personale la mia attitudine funky, che arriva da James Brown, Parliament Funkadelic, the Ohio Players. Di solito quando si parla di influenze funky nel blues il primo nome che viene in mente è Albert Collins, ma io penso anche agli ultimi anni di Freddie King, e persino B.B. King e lo stesso Albert King hanno qualcosa di funky nel loro blues. Il mio metodo è quello che ho carpito da loro tre: cerco di suonare come un bluesman, sia a livello di suoni che di fraseggio, ma la musica intorno può avere altre influenze. In altre parole, è come se prendessi un musicista country e gli dicessi. “ehi, so che suoni country, ma vorrei che suonassi un solo country in una canzone gospel!”.

D.K. Harrell – Austin Blues Festival – Foto di Daniele Tenca
Quindi, se ho capito bene, parti dal sound e dal fraseggio, e poi ci costruisci intorno accordi, armonie, melodie, con diverse influenze. È un’ottima ricetta, perché tutto funziona alla grande, in modo molto naturale, con un flusso del tutto spontaneo.
E infatti lo è! Cerco di essere molto vulnerabile davanti al pubblico, e molto attento e sensibile a quello che ho davanti. Ci sono molti artisti che mettono su uno show, ma non entrano in connessione con la gente, l’ho visto un sacco di volte. Magari ottimi show, ma poi se ne vanno senza incontrare il pubblico, senza connettersi con la gente. Io voglio essere in mezzo alla gente quando sono sul palco, ma anche quando scendo a concerto finito; non mi sento e non voglio sentirmi come un superman con la chitarra, ma un essere umano come quelli che sono venuti a vedermi. Solo così mi sento a mio agio e posso essere me stesso. Questo per me vuol dire fare musica.
Da musicista ti capisco perfettamente. Se non riduci le distanze tra te e il pubblico va a finire che suoni solo per te stesso, mentre la musica prima di tutto è comunicazione, connessione di valori, di ideali, di sentimenti.
Assolutamente! Poi, in un certo senso io suono per me stesso, perché amo quello che faccio, amo suonare, e mi piace molto quello che esce quando suono, ma mi sento molto meglio quando vedo che la gente è felice quando suono, che alla gente piace quello che suono. Quindi se la mettiamo in percentuale, il 10% suono per me stesso, il 90% per la gente. Perché la gente viene a vedere te, vogliono divertirsi, vogliono sentirsi amati, apprezzati, e tu non puoi essere un robot sul palco, devi far vedere loro il tuo lato umano, devi far vedere chi sei veramente.
Una delle cose che mi ha colpito di più nel vederti suonare è che non importa se quello che stai cantando è qualcosa di triste o di allegro, in ogni caso quello che trasmetti è gioia. Ed è una lezione incredibile, non solo per la gente che viene ad ascoltarti, ma anche per i musicisti che vedono il tuo show, perché tirare fuori il bello e la gioia anche dalle cose tristi non è così semplice, ed è un tipo di attitudine e di energia che non si trova facilmente in giro.
Questa cosa cerco di spiegarla così alla gente: non dovresti piangere ascoltando un pezzo triste, perché qualsiasi canzone sia, è splendido cantarla e suonarla con il sorriso, perché in ogni caso hai imparato qualcosa da quella canzone, ti ha fatto crescere come persona, e hai accettato qualsiasi cosa ti sia arrivata da quell’esperienza, e dici “Ehi, va tutto bene! Sto bene!”, oppure “sì, è vero, lei mi ha trattato male, ci sono stato male per questo, mi ha spezzato il cuore, “She Ain’t sweet”, ma ho superato la cosa, sono oltre”. È vero, non l’abbiamo cercato, ci è capitato, ma abbiamo imparato da quello che ci è successo, e i guai non restano per sempre. L’unico modo per farli restare è se gli permetti di restare attaccati a te. Quindi, perdona te stesso e vai avanti.

D. K. Harrell – Austin Blues Festival – Foto di Daniele Tenca
Hai 28 anni da pochi giorni, ma parli con la consapevolezza di un cinquantenne. So che sei passato attraverso un sacco di cose…
Vero, ne ho passate parecchie, e non è solo il fatto di essere stato un homeless per un certo periodo…
…ma la tua consapevolezza e l’equilibrio che hai raggiunto si vede da come stai sul palco, come gestisci lo show, la band, il pubblico. A proposito di questo, quanto c’è di James Brown (inizia a ridere…) anche nella parte più “fisica” del tuo show?
Beh, voglio essere onesto con te, quando ero un teenager interpretavo la parte di James Brown, puoi trovare qualcosa anche su YouTube…facevo tipo venti o trenta spaccate al giorno, ho passato più o meno tre anni e mezzo ad ascoltare e vedere James Brown, l’ho studiato un sacco e ho preso quello che mi ispirava di più…la cosa bella è che ho provato a diventare una specie di Frankenstein che metteva insieme tutti i grandi artisti che mi hanno ispirato, e quando la gente mi dice “mi ricordi questo artista o quell’altro” e sono tutti artisti fenomenali, beh, vuol dire che sto facendo bene il mio lavoro!
Ah non c’è dubbio! Tornando a James Brown, sembra di capire che hai preso la parte più “umile” di James Brown, nessun cappotto di leopardo o corone da re, solo il dire “ehi, sono qui per farvi divertire”, e lui è stato uno dei più grandi animali da palco esistiti…e quello che ne deriva è che resti “vero” e credibile.
Dico sempre che non potrei mai cantare o suonare una canzone che non mi piace o nella quale non mi riconosco. Ci sono artisti che, una volta messi sotto contratto da un’etichetta, vengono “guidati” dall’etichetta su cosa cantare; io non potrei mai farlo, perché se non “sento” quello che canto, non funziona. Se il mio cuore e la mia anima non sentono quello che canto, mi sembra di prendere in giro il pubblico se lo faccio.
Quindi, riassumendo…hai firmato per la Alligator, premi, riconoscimenti, Antone’s, Austin Blues Festival…e adesso?
Beh, molto semplice…c’è ancora un sacco di lavoro da fare! Molte persone hanno la lista dei desideri, di tutto quello che vogliono fare prima di morire; la mia non è proprio una lista, nel senso che quando ero un teenager avevo dei desideri, ma non ho mai pensato che le cose avrebbero dovuto succedere in un particolare momento. Ho sempre pensato che sarebbe stato il tempo a decidere quando, accettando tutto come una benedizione. Molti artisti non vedono l’ora di vincere un Grammy, ok, e poi…? C’è ancora un sacco di lavoro da fare, perché l’obiettivo non possono essere i Grammy, ma avere il più a lungo possibile il privilegio di poter creare qualcosa dal nulla come una canzone, che è una vera benedizione, che spero davvero non si spenga mai, e ricevere da questo tutto l’amore possibile. Se dopo aver vinto un Grammy un artista salutasse tutti e si ritirasse, sai cosa direbbe la gente? “Ah, ma allora suonava solo per vincere Grammy!”. E così distruggi in un attimo tutto il lavoro che hai fatto.
L’ultima…quando ci si vede in Italia?
Bella domanda, saremo in Sardegna se non sbaglio l’ultimo weekend di Luglio e poi credo non ci vedremo per un po’ dalle vostre parti, purtroppo…amo l’Italia, anche per “questioni di cuore”, adoro la vostra cucina e soprattutto il vostro vino, ma impazzisco per il pollo alla diavola! Vi aspetto tutti in Sardegna!

D. K. Harrell – Austin Blues Festival – Foto di Daniele Tenca
Un abbraccio caloroso chiude la chiacchierata e l’incontro, mentre Orlando Harry e Ruffin Jackson, tastierista e batterista della band sono letteralmente crollati sul divano. La speranza è di rivedersi presto, per il momento posso solo essere grato di aver conosciuto un uomo saggio nel corpo di un giovane ventottenne, con il fuoco nelle mani, ma soprattutto nel cuore e nell’anima, che per la persona che è si merita il meglio, non solo nella musica.
Ultima nota a margine…una decina di giorni dopo questa intervista, DK Harrell si è portato a casa tutti e due i Blues Music Awards per cui aveva ricevuto la nomination, “Best Contemporary Blues Album” e “Album Of The Year” con il suo “Talkin’ Heavy”. Ulteriore conferma di un enorme talento che si è assicurato una posizione di rilievo nel presente e nel futuro del Blues.
Daniele Tenca










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