Chess

Chess Rhythm & Roll

di Matteo Bossi

Terza infornata di ristampe in LP del catalogo Chess, dopo aver ripercorso la serie Real Folk Blues stavolta ci dedichiamo a giganti di rock and roll e rhythm and blues, da qui il titolo, preso in prestito da quello di un box di quattro CD edito nel 1994, che raggruppava molte chicche di decine di artisti. Tra di essi c’erano Paul Gayten, Little Milton, Bobby Charles, Fontella Bass, Clarence “Frogman” Henry, The Dells e moltissimi altri, tra cui anche i protagonisti di queste righe.

Partiamo infatti da Etta James qui rappresentata da due pezzi forti della sua discografia, in primo luogo da “At Last”, il suo primo album su Chess, anzi in realtà uscì sulla sottoetichetta Argo creata inizialmente per una serie di album jazz (Ahmad Jamal, Ramsey Lewis, James Moody) nel novembre del 1960. Nata e cresciuta a Los Angeles, Jamesetta Hawkins è stata scoperta ancora adolescente da Jonny Otis e dopo essersi affermata con alcune registrazioni edite da Modern/Kent/Crown, rintracciabili in un doppio CD della Ace inglese, approda  alla Chess.

etta james

Le cose si mettono subito bene e questo disco è destinato a restare un caposaldo della sua dicografia, riuscendo ad esaltare le sue straordinarie qualità vocali, tra blues, R&B, ballad e standard. Già nel marzo del 1960 era uscito un singolo dirompente “All I Could Do Was Cry”, che si isserà fino al secondo posto delle classifiche R&B. Si tratta di una canzone scritta da Billy Davis un nuovo acquisto come responsabile del settore A&R, assieme a Barry Gordy e sua sorella Gwen, un trio di autori già responsabili di alcuni hit di Jackie Wilson quali “Lonely Teardrops” e “Reet Petite”.

L’altra hit è ovviamente “At Last”, nella versione definitiva che tutti conoscono anche grazie all’uso massiccio che ne è stato fatto al cinema e in altri media. E pensare che la canzone ha avuto origine in un musical, Sun Valley Serenade, e la prima incisione si deve a Glenn Miller all’inizio degli anni Quaranta. Anche le altre interpretazioni di due standard come “Stormy Weather” e “A Sunday Kind Of Love” sono cantata con autorità, controllo e comunicativa di molto superiore all’età anagrafica, Etta aveva poco più di vent’anni.

Quanto al blues, come non menzionare “I Just Want To Make Love To You” ossia la “Just Make Love To Me” che Willie Dixon compose per Muddy Waters, che ne diede una memorabile incisione in un singolo pubblicato nella primavera del 1954. Basterebbe questo pugno di canzoni per consegnare agli annali questo disco.

Alla medesima categoria appartiene anche “Tell Mama”, l’album di Etta uscito qualche tempo dopo, nel 1968 su Cadet. Considerato unanimemente tra i migliori dischi da lei realizzati, è frutto della decisione di Leonard Chess di inviarla a registrare a Muscle Shoals presso gli studi FAME d Rick Hall, già fucina di hit per Jimmy Hughes, Clarence Carter, Wilson Pickett ed Aretha Franklin, sebbene, come noto, la session con quest’ultima si sia interrotta dopo aver completato l’incisione di un solo brano, l’epocale “I’ve Never Loved A Man (The Way I Love You)”, che avrebbe finito per dare il titolo al suo primo disco su Atlantic.

tell mama

Anche Laura Lee e Irma Thomas avevano inciso a Muscle Shoals delle session pubblicate dalla Chess ma nessuna delle due ebbe un successo paragonabile a quello del primo singolo registrato lì dalla James, anticipatore dell’LP. Si trattava di “Tell Mama”, il remake al femminile di un pezzo di Clarence Carter, “Tell Daddy”, che lui stesso aveva portato al successo l’anno precedente. Fu Rick Hall a convincerla che la canzone fosse perfetta per lei, inizialmente molto restia; aveva ragione lui. Il brano si piazzò al numero 10 della classifica R&B e al 23 di quella pop, oltretutto il lato B era costituito niente meno che da “I’d Rather Go Blind”, ballad strappacuore destinata a diventare un classico, rifatta dozzine di volte a partire dal sopra citato Carter. La scrisse la stessa James con Ellington Jordan, accreditandola però, a quanto sembra per ragioni fiscali, all’allora suo compagno Billy Foster.

In Alabama si miscelano tutte le componenti perfette per realizzare grande musica, una voce fuori dal comune, musicisti di assoluto valore (Spooner Oldham, David Hood, Berry Beckett, Roger Hawkins, Jimmy Johnson con una sezione fiati impeccabile), un produttore con le giuste intuizioni come Rick Hall e una serie di belle canzoni. Non c’è un momento di flessione tra una formidabile “Security” (Otis Redding), un paio di composizioni di Don Covay come “I’m Gonna Take What He’s Got” o “Steal Away”, una ballad  che Jimmy Hughes aveva inciso nel 1964 nel medesimo studio, le cronache raccontanto in una sola take. Molto buone anche “Just A Little Bit” (Rosco Gordon) e “Don’t Lose Your Good Thing”, co-firmata da Hall e Oldham.

Un grande disco, a proposito del quale, Marino Grandi scrivendo della ristampa in CD “The Complete Muscle Shoals Sessions” sul numero 78 de Il Blues si espresse in questi termini: “Se l’opera fu giudicata già allora come il punto di più alta espressività raggiunto dalla James oggi non fa altro che indurci a considerare tutte quelle nuove regine del soul e R&B che settimanalmente ci vengono propinate al massimo come aspiranti coriste”.

Passiamo ora a due LP della discografia di Chuck Berry, del quale ricorre il centenario, essendo nato a St. Louis Missouri il 18 ottobre del 1926. Se il suo nome era praticamente sinonimo di rock and roll, la sua carriera si fonda su un decennio irripetibile inaugurato nel 1955, quando appone la sua firma sul contratto con la Chess di Chicago, segnalato da Muddy Waters. Non ci mette molto a lasciare il segno, basta il primo singolo “Maybellene/Wee Wee Hours” per rivelarne la statura. Da lì in avanti la sua particolare ricetta di rhythm and blues, blues e un tocco country, condito con brillanti testi immaginifici, tanto che Dylan lo definì “lo Shakespeare del rock’n’roll”, faranno di lui un caposcuola con dozzine di hit, ispiratore di altrettanti artisti o gruppi destinati di lì a poco a farsi le ossa suonando le sue canzoni.  Inoltre, l’uso che il cinema o la pubblicità hanno fatto della sua musica l’ha resa costantemente popolare a generazioni diverse. La maggior parte degli appassionati possiederà  già, se non proprio l’opera omnia di Berry, una quota importante, vista la mole di cofanetti, dal Chess Box, alle esaustive edizioni Hip-O Select, passando per l’imponente, quanto curatissima, integrale edita dalla Bear Family.

chuck berry

Qui abbiamo invece “…Berry Is On Top“, ristampa anastatica, ma audiofila, del terzo album in studio per la Chess, uscito in origine nel 1959 e “St Louis To Liverpool“, il settimo, risalente al 1964. Due lavori, come era pratica allora, raccoglievano alcuni dei singoli già usciti in precedenza. Sul primo troviamo infatti pezzi immortali come “Johnny B. Goode”, uno dei brani scelti per l’inserimento nella sonda Voyager, con il celebre riff iniziale “preso in prestito”, per così dire, ma lo ammise lo stesso Chuck, da quello suonato dal chitarrista di Louis Jordan, Carl Hogan in “Ain’t That Just Like A Woman”, che l’avra a sua volta sentito da qualcun altro. Ma sono almeno altrettanto celebri “Roll Over Beethoven”, “Carol” e “Little Queenie”(rifatte da Beatles, Rolling Stones e tantissimi altri). Senza contare “Around And Around” o la già menzionata “Maybellene”, una riscrittura di “Ida Red”, nella versione di Bob Wills & His Texas Playboys, di cui i Chess avevano intuito il potenziale, anche commerciale. In “Feel Like Going Home”, Peter Guralnick riporta queste impressioni di Phil Chess, “Si poteva dire fin da subito che aveva qualcosa di speciale, non saprei come chiamarla. Ma l’aveva”. Se poi pensiamo che in studio poteva contare sia sul trio che formava già a St. Louis con Johnnie Johnson al piano e Ebby Hardy alla batteria, che da musicisti quali Willie Dixon, Lafayette Leake e il grande Fred Below.

Molto bello anche “St. Louis To Liverpool“, invece il primo Lp pubblicato dopo il rilascio di Berry, aveva infatti scontato venti mesi di carcere per aver trasportato fuori dai confini statali una quattordicenne in violazione della legge Mann, uscendone nell’ottobre del 1963. Ripresa l’attività discografica piazzando un grande singolo, “Nadine”, nel febbraio dell’anno seguente, il nostro intraprese anche il suo primo tour inglese pochi mesi dopo, trovando un pubblico molto ricettivo. Il terreno era stato preparato a dovere, grazie anche alle numerose cover dei suoi pezzi che  avevano realizzato molti gruppi di quella che si sarebbe chiamata British Invasion. Da qui anche il titolo di questo LP, pubblicato a novembre 1964 e raggruppava altri singoli che nel corso dell’anno si erano piazzati in classifica. Si trattava in alcuni di casi di pezzi composti durante il soggiorno in prigione, come le notissime “You Never Can Tell” e “Promised Land”, ma anche la spiritosa “No Particular Place To Go”. E poi ci sono un paio di strumentali, un ottima versione di “Things I Used To Do”, il celebre slow di Guitar Slim (Eddie Jones) e persino il classico natalizio portato al successo da Charles Brown, “Merry Christmas Baby”.

st louis to liverpool

Chiudiamo questo excursus su ristampe di LP storici con l’esordio di un altra figura fondativa del rock’n’roll ossia Bo Diddley e il suo omonimo album del 1958. In meno di mezzora scorrono alcuni dei capolavori che hanno definito la sua musica e continuano ad essere suonati da band ad ogni latitudine. Spesso identificato per l’uso del caratteristico “diddley beat”, il ritmo sincopato adottato nel tradizionale danza chiamata hambone o nei ritmi di clave della musica afrocubana, Bo Diddley fa subito centro con il singolo “I’m A Man/Bo Diddley” , n. 1 nelle classifiche R&B, nell’aprile del 1955, entrambi i brani sono presenti in questa compilation.

Rilevante il contributo del chitarrista Jody Williams, così come del batterista Clifton James  e degna di nota la presenza all’armonica di un giovane Billy Boy Arnold (in “I’m A Man) che pochi mesi dopo registrerà   per la rivale Vee Jay “I Wish You Would”, un hit costruito anch’esso su quel tipico beat e anni dopo sarà il primo 45 giri degli Yardbirds. Il secondo singolo “Diddley Daddy”, (all’armonica qui c’era nientemeno che Little Walter) diventa un altro successo, così come “Pretty Thing”, da cui prenderà  il nome  la nota band inglese formatasi nel 1963. Il lato B era “Bring It To Jerome”, il Jerome del titolo altri non è che  l’amico Jerome Green, il fedele percussionista che, con le sue maracas conferiva quel “jungle sound” così peculiare ai suoi brani. D’obbligo menzionare anche “Who Do You Love”, con quei passaggi stroardinari di Williams alla chitarra che hanno fatto scuola, anche qui non si contano le versioni dei  suoi tanti ammiratori, da Ronnie Hawkins ai Quicksilver Messenger Service. Un altro pezzo di storia, in una riedizione, come le altre della serie Chess 75, di indubitabile pregio.

bo diddley

 

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