Big George Brock 1932-2020

foto Gianfranco Skala

“Ci sono moltissimi festival blues, più che in ogni altra epoca e ci sono molti eccellenti musicisti blues che vi suonano. Ma quanti bluesmen ci rimangono? Di quelli veri. Veterani con un vocione, cresciuti tra mille difficoltà in epoca pre-rock, quando lavorare voleva dire raccogliere cotone e la cena un piatto di fagioli dall’occhio”. Così scriveva Roger Stolle nelle note di copertina di “Round Two” di Big George Brock, uscito nel 2006. Queste parole contengono una domanda che anche noi ci siamo posti, specialmente negli ultimi anni in cui di bluesmen ne abbiamo persi tanti, troppi. Alla categoria apparteneva di diritto anche il Big George Brock, che ci ha lasciato il 10 aprile scorso, all’età di ottantotto anni. Una vita degna di un romanzo tra il natio Mississippi (era nato vicino a Grenada) e St. Louis, la città dove si era stabilito ed era stato gestore/proprietario in periodi diversi di tre club, tutti denominati Club Caravan. Ex pugile, la qualifica “big” una volta tanto era veritiera, in gioventù aveva steso persino Sonny Liston, Brock era armonicista dal suono pastoso e diretto, dalla carriera discografica irregolare. Un disco negli Ottanta, poi quasi nulla per anni, aveva beneficiato, grazie al citato Roger Stolle, di un ritorno inatteso nella prima decade del XXI secolo, con tre dischi, due in studio e uno dal vivo per l’etichetta creata appositamente e chiamata come il suo tempio laico di Clarksdale, Cat Head. Notevole era soprattutto il primo, “Club Caravan”, un’opera per certi versi d’altri tempi, “sincera e senza pretese, che oltre a rivelarsi una vera e propria sorpresa, finisce per pretendere, giustamente, di essere ascoltata”. (Il Bluesn 92).

foto Matteo Bossi

Sull’onda di quei dischi, Brock era venuto anche in Europa a più riprese, rammentiamo ancora con un sorriso il suo concerto al Rootsway nel 2006 con Billl Abel e una sezione ritmica nostrana (Iotti e Abelli) concluso da una memorabile jam con Watermelon Slim e T-Model Ford. Oppure al festival di Cognac l’anno successivo con la sua band di St. Louis, la Coatie Family, quando girava nel parco trasportato su una macchinetta da golf, soffiando la sua armonica, che spariva nelle sue mani enormi, centocinquanta metri prima di arrivare sul palco, con grande divertimento di tutti. Lo ricordiamo facendo nostro l’auspicio che espresse nel corso dell’intervista pubblicata nel nostro n. 99. “spero che tengano vivo il blues e lo suonino come deve essere suonato, con il giusto feeling” e riascoltando la sua versione di “Lay My Burden Down”, il primo brano che imparò a suonare con la sua armonica.

Matteo Bossi