blackburn brothers

Non sono poi così rare le band familiari, pensiamo in primis a Neville Brothers, Holmes Brothers, Carter Brothers, Campbell Brothers, Homemade Jamz, i fratelli Dickinson, fino ai Cinelli Brothers, per non parlare di Staple Singers o Isley Brothers e la lista potrebbe continuare. Spesso si tratta di figli d’arte che fin dall’infanzia hanno respirato musica a casa ed hanno finito per intraprendere a loro volta un percorso nello stesso ambito. È questo il caso anche dei Blackburn Brothers, ensemble canadese, attivo già da diversi anni, formato dai figli di Bobby Dean Blackburn, classe 1940, cantante e tastierista blues e rhythm and blues, molto conosciuto a Toronto.

Qualche mese fa hanno pubblicato il loro nuovo lavoro, “Soulfunkn’ Blues” ( i primi album erano usciti soltanto a nome Blackburn), per l’etichetta Electro-Fi, già casa, nel 2010, di un album del padre. I fratelli sono ben quattro anche se solo tre campeggiano nella foto di copertina, Brooke (chitarra, voce), Duane (voce principale, tastiere) e Cory (batteria), il fratello maggiore, Robert, compare comunque nel disco in vesti di cantante, chitarrista e autore di alcuni brani, mentre un cugino, Nathan Blackburn è presente al basso. Una sezione fiati completa la band, fornendo spesso un apporto significativo al suono.

Un suono che, come ben decrive nelle note la loro collega e conterranea Shakura S’Aida, è fatto di “soul blues, funky danceable blues and deep groove based blues”. Un impasto che deve più di qualcosa ai gloriosi fratelli Neville, fatte le debite proporzioni e sottratte certe influenze afrocaraibiche, non a caso l’unica cover tra gli undici pezzi è “Sister Rosa”, l’omaggio a Rosa Parks che lo storico gruppo di New Orleans incise su “Yellow Moon” (1989).

Anche “Freedom Train” (non si tratta dell’omonimo brano  cantato da James Carr o Toots Hibbert e nemmeno di quello di Eric Bibb), è incentrata su una tematica simile, con riferimento ai “black canadians”, caratterizzata da un andamento molto anni Settanta e tanto di vocoder. Una considerazione che si fa strada più volte durante l’ascolto di queste tracce. Sia in una soul ballad, piuttosto classica, come “I Don’t Ever Want To Be Alone”, che nei ritmi uptempo, ballabili diremmo, di “Let The Devil Play”.

I testi sono disseminati di riferimenti all’amore “Be My Wife” ne è un esempio e alla famiglia, “Bobby’s Blues” rievoca le vicissitudini paterne che “suona il blues a suo modo dal 1955”. I fratelli Blackburn dimostrano la loro indubbia padronanza musicale, confezionando un album di credibile soul/funk (il blues resta più che altro un sostrato) che rimanda direttamente alla musica in voga cinquant’anni addietro. Con tutta probabilità si apprezzerebbero meglio dal vivo,  ma gli appassionati di queste atmosfere potranno trovare pane per i loro denti all’ascolto di “Soulfunkn’Blues”.

Matteo Bossi

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