Abbiamo preferito attendere qualche giorno prima di provare a raccontare il concerto milanese di Bob Dylan all’Unipol Dome, la nuova struttura inaugurata con i giochi olimpici invernali nella zona di Santa Giulia a Milano. In parte anche per lasciar sedimentare le sensazioni ricavate dall’ascolto di un artista senza eguali. Dylan mancava da Milano da tre anni e stavolta aveva attorno a sé una band in parte rinnovata, il perno rimane il fedelissimo Tony Garnier, con Anton Fig alla batteria (ottimo sessionman dal curriculum lunghissimo, per anni nella band del Late Show ai tempi di Letterman) e due chitarristi di gran valore come Joel Paterson (già coi Cash Box Kings) e il ritorno, assai gradito, del virtuoso Julian Lage, riunitosi alla band dalla data precedente a Zurigo, dopo aver preso parte ad alcune date estive negli States.
Non sono nemmeno le 21 quando le prime note di “Watching The River Flow” inondano il grande spazio dell’arena e se anche la voce di Dylan giunge un po’ bassa nel mix, le cose via via si sistemano e ci si trova nel flusso della musica. Un “river of songs” in cui le canzoni sgocciolano una nell’altra, in un tempo come sospeso, abitato da sonorità sovente fondate nella tradizione antica (e moderna) del blues. E forse non è un caso che la set list appoggi su due pilastri in particolare, Time Out Of Mind e Rough And Rowdy Ways, ad oggi l’ultimo album in studio, risalente al 2020, rappresentati ciascuno da quattro brani.
La voce arriva nitida, certo è quella di un uomo di 85 anni, avviluppato in una felpa nera, che continua a fare quello che ha sempre fatto, salire su un palco e suonare le sue canzoni, sera dopo sera, in questo accostabile al suo amico Van Morrison. E allora ai fantasmi tremolanti di “Love Sick” segue una finestra sul passato (che poi passato non è mai del tutto) “It Ain’t Me Baby” . Poi Dylan riprende a navigare, “I’m going down the river, down to New Orleans”, canta in “Trying To Get To Heaven”, evocando bibliche alluvioni (“Highwater -For Charley Patton”), dialogando con il cavaliere nero (“Black Rider”).
In tutto questo i suoi compagni di viaggio lo tengono lontano dalle rocce, suonano con grande sensibilità, la sezione ritmica pulsa senza mai soverchiare, le trame dei chitarristi sono misurate e dinamiche. Per un classico rivisitato, anche dal punto di vista del testo, come “Tangled Up In Blue” fanno quasi mezzo passo di lato, lasciando spazio alla voce, qui particolarmente malinconica e a qualche tocco sui tasti. Questa parte centrale è forse la più coinvolgente, con l’armonica sfoderata per la prima volta in “When I Paint My Masterpiece” e una versione molto bella, accelerata di “Not Dark Yet”, forse per seguire delle rapide del fiume, (“I’ve followed the river and I got to the sea”, recita un verso della canzone). Le due riprese sono, come in altre date, “I Can Tell” (Bo Diddley) e “I Can’t Seem To Say Goodbye” (eseguita dal vivo per la prima volta qualche anno fa all’indomani della scomparsa di Jerry Lee Lewis).
Nell’ultima parte c’è ancora spazio per una “Million Miles” (ancora TOOM) molto evocativa, la melodia presa in prestito da Offenbach di “I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You”, in cui affiora in superficie di nuovo, come portato dalla corrente, del resto un verso recita proprio “well my heart is like a river, a river that sings”. Si chiude con “Goodbye Jimmy Reed” velocizzata a sua volta e con bei passaggi in alternanza di Lage e Paterson. Il viaggio si conclude con“I Shall Be Released”, scandita da un terzo e ultimo spunto dell’ armonica che segna la fine del concerto. Ognuno si porterà dietro emozioni diverse, il viaggio sul fiume non sarà stato uguale per tutti e nemmeno il punto di approdo. Dylan in versione man in the long black hoodie, parafrasando un celebre brano sfugge, da sempre, alle categorie, alle aspettative e a qualsivoglia tipologia di incasellamento. E continua a farlo, anche nelle luci autunnali di questa serata novembrina, anno domini 2026.
Matteo Bossi







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