Derek Trucks intervistato da Il Blues Magazine

 Tedeschi Trucks Band – Still Making A Joyful Noise

di Matteo Bossi

Che la Tedeschi Trucks Band fosse destinata ad essere una band molto differente da altre lo avevamo già intuito a suo tempo, ascoltando il loro primo album, “Revelator”, uscito ormai quindici anni addietro.

E lo scorrere del tempo non ha fatto che rafforzare questa sensazione, passo dopo passo. Il loro percorso ha profonde radici nel senso di rispetto, condivisione e fiducia nella forza stessa della musica, nella consapevolezza che la band conti più della somma delle sue parti. Derek e Susan hanno condotto la TTB attraverso innumerevoli concerti, sei album in studio, due grandi dischi dal vivo, senza contare  “Layla Revisited” e “Mad Dogs Revisited“, testimonianze sonore (e visive considerato il documentario legato al secondo) di serate memorabili al Lockn’ Festival.

Semplicemente non ci sono gruppi simili in circolazione e il loro nuovo album, “Future Soul“, in uscita in questi giorni su Fantasy, rappresenta un luminoso capitolo del libro che stanno continuando a scrivere. Abbiamo avuto modo di parlarne con Derek Trucks, appena prima di un periodo di grande attività, tra il l’uscita del disco, l’annuale appuntamento seriale al Beacon, storico teatro newyorkese e il lancio del documentario “The Garden Party”, filmato per  immortalare il loro debutto, nel settembre 2023,  (con annesso tutto esaurito), in un’altra storica venue della Grande Mela, il Madison Square Garden.

Derek Trucks: Il nuovo album della TTB

“Questo disco è diverso. Quando abbiamo realizzato I Am The Moon è stato il cambio della guardia nella band, era il primo disco con Gabe, Isaac e Brandon, in pratica la sezione ritmica è cambiata radicalmente e avevamo perso Kofi…oltretutto eravamo nel mezzo di una pandemia globale.

Tempi difficili in tutti i sensi per tanti. Comunque è stato divertente lavorare al disco, ci ha dato molta gioia, ma è stato anche più denso, dall’inizio alla fine. Poi quando tutto si è riaperto siamo andati in tour, cercando di tenere tutto insieme e di recuperare il tempo perduto, cosa che è ovviamente impossibile…ma il tour è stato più lungo di quanto non avessimo fatto da anni a questa parte.

Anche per questo non abbiamo avuto la possibilità di iniziare a scrivere e a pensare ad un nuovo album per un po’. E quando lo abbiamo fatto ci siamo accorti di avere molto materiale, questa band è una macchina ben oliata!

Abbiamo imparato molto gli uni dagli altri dal punto di vista musicale, in un certo senso siamo una band diversa ora rispetto a quando abbiamo inciso I Am The Moon. Il che è una gran cosa, c’è bellezza in tutto questo.

Ora la band ha più fiducia in sé stessa, i nuovi conoscono meglio il loro ruolo e sanno che il posto è loro. Sapevano in che modo io posso fare quello che faccio ma a quel punto non pensavano nemmeno più ad altro.

E da quando abbiamo scritto tutti questi nuovi brani, tutti hanno contribuito con idee fresche. Perciò è stato bello lavorare a quest’album, non voglio dire sia stato facile, ma tutti erano davvero concentrati, ci hanno messo molta energia, le canzoni, le performance hanno preso forma rapidamente…una buona sensazione. Mi sono gustato l’intero processo.”

Come tutti i progetti, almeno da “Already Free” (ultimo disco in studio della Derek Trucks Band), ogni loro album è stato inciso nello studio casalingo, Swamp Raga, che tra l’altro hanno di recente, in buona parte, rinnovato.

“Abbiamo raddoppiato la superficie dello studio. La playing room  anche prima era piuttosto grande, ma la control room era piccola…e dato che abbiamo una console di 14 piedi degli anni Settanta, al massimo ci stavano due o tre persone e dato che noi abbiamo una big band non era ideale. Forse lo era all’inizio, perché altrimenti ci sarebbero stati troppi cuochi in cucina! Ma ora c’è completa fiducia in tutti, perciò la control room è una bell’aggiunta, il suono è incredibile, è anche una listening room d’eccezione.

Questo è stato il primo progetto che abbiamo portato a termine qui ed è una bella sensazione.”

Derek Trucks e la Tedeschi Trucks Band | intervista a Il Blues

Derek Trucks e la Tedeschi Trucks Band

Un nuovo produttore

Un altro elemento di novità è costituito dalla presenza di un co-produttore, Mike Elizondo, il che segna forse la prima volta da anni che qualcuno al di fuori della loro cerchia sia coinvolto nella realizzazione di un album.

“Sì, ed è stato fantastico. Sentivamo che era venuto il momento di provare a cambiare qualcosa…avere una voce esterna ad ascoltare e dare il suo punto di vista. Jim Scott ha lavorato a un paio di nostri dischi ma lui era davvero una sorta di estensione del gruppo.

Con Mike Elizondo abbiamo girato nell’orbita l’uno dell’altro per forse venti o venticinque anni, ci eravamo incontrati e avevamo persino parlato di lavorare insieme, ma poi la vita va avanti e certe cose si dimenticano. Poi ci siamo incontrati di nuovo e abbiamo scoperto che molti del gruppo erano fan del suo lavoro, come bassista, produttore o di tutte le altre cose che ha fatto. Sembrava davvero la persona giusta.

Ne ho parlato col mio amico Doyle Bramhall e mi ha detto solo cose positive su di lui. Mi pare che Susan si sia imbattuta in Sheryl Crow da qualche parte e lei le abbia detto qualcosa del tipo-ho sentito che potreste lavorare con Mike, è il migliore, dovete proprio farlo!

Tutti quelli che lo conoscevano ne tessevano le lodi. Così ci siamo trovati e abbiamo avvertito fin da subito che la cosa avrebbe funzionato. Con questa band è raro avere qualcuno come produttore che sia bravo come musicista almeno quanto chiunque nel gruppo, se non di più.

Lui ha grande capacità di ascolto e ottime idee. Il suo ingegnere del suono è venuto con lui e ha lavorato insieme al nostro, Bobby Tis. E molto in fretta hanno tirato fuori accorgimenti sonori unici, per le batterie ad esempio…e quando poi ascolti queste cose in cuffia beh ti inducono a suonare in modo un po’ diverso.

Questo ha dato nuovi orizzonti da esplorare alla band, insieme, in tempo reale. Nessuno aveva lavorato in precedenza con lui, perciò eravamo tutti nella stessa condizione, il che è una buona situazione. Ognuno aveva abbastanza rispetto per lui da provare qualsiasi idea suggerisse prima di prendere una decisione definitiva.

Ognuno si è approcciato senza pregiudizi e nove volte su dieci quando proponeva un arrangiamento, dopo averla provata finivamo per dire -Oh, sì, facciamola così, suona meglio.

La cosa bella è stata avere qualcuno il cui contributo fosse qualcosa di diverso da quello che avremmo probabilmente pensato noi, ma allo stesso modo naturale e adatto. Qualcosa in cui tutti potessimo credere.

E oltretutto molto efficiente, questa è una cosa che ho apprezzato. Sai talvolta lavori con produttori che non sono musicisti e ti chiedono di provare qualcosa ma in modo piuttosto vago…e finisci per perdere un sacco di tempo per cercare di capire come farlo. Mike invece ci diceva: sto cercando di ottenere questo.

Dava indicazioni molto specifiche e comprensibili a tutti. Così in un paio di take riuscivamo quasi sempre a incidere il pezzo, visto che la missione era chiara. Molti dei pezzi sul disco sono infatti tratti dalle prime take. E per esperienza di solito le prime volte che suoni in brano l’energia e le idee sono migliori.”

Dato che era già successo in altre occasioni, sospettavamo le registrazioni abbiano interessato molte più canzoni di quelle finite sul disco e in effetti Derek ce lo ha confermato.

“Sì, ed è stata dura scegliere. Abbiamo inciso diciassette brani e sul disco ce ne sono undici. Volevamo essere sicuri di rifnire ogni canzone prima di trovare una sequenza e capire quali sarebbero finite sul disco e quali no.

E quindi abbiamo un EP di sei canzoni pronto e che probabilmente uscirà, non so quando, non molto dopo il disco forse. Il criterio finale è stato improntato a questo, sapevamo cioè che alcune canzoni avrebbero costituito il cuore dell’album, Future Soul era una di esse, e a partire da quelle abbiamo costruito la scaletta del resto.

Non pensando alle migliori undici, ma quelle che messe assieme formavano un unico blocco coeso. Abbiamo lavorato alla sequenza di entrambi e quindi l’EP è quasi un disco a sé stante.

C’erano molte buone canzoni e non è stato semplice capire quali inserire. Le outtakes sono eccezionali, voglio dire, alcuni dei miei momenti preferiti per qualche ragione non sono finiti sul disco, ma le cose sono andate così; è comunque meglio avere un (bel) problema di questo tipo.”

Derek Trucks and Susan Tedeschi | intervista Il Blues

Derek Trucks and Susan Tedeschi

L’atmosfera generale dell’album è senz’altro diversa se paragonata ad I Am The Moon, più diretta,  concisa, persino leggera. Forse una risposta, a suo modo, a questi tempi per così dire complicati e una forma di reazione in linea con la nota citazione di Alice Walker, “tempi difficili richiedono danze furiose”(hard times require furious dancing).

Chissà forse anche una band come la Tedeschi Trucks, consciamente o meno, ha lavorato su questo, come per creare un contraltare alle ombre che albergano nel nostro presente. Conforta constatare come Trucks concordi con una lettura di questo tipo.

“Del tutto. Penso sia molto vero. Ed è proprio quello su cui è fondata la nostra band e questo disco in particolare. Viviamo in tempi folli, il mondo è veramente incasinato ora. Quanto a noi, penso che abbiamo compreso come il nostro ruolo sia di portare un po’ di gioia. Il che non significa nascondere la testa sotto la sabbia, piuttosto indicare le cose non in modo predicatorio, portare un po’ di felicità, di sollievo. Questo è il ruolo della musica spesso. So bene che negli anni Sessanta il ruolo della  musica era anche di mettere in luce i problemi, ma oggi credo sia meno necessario, è tutto molto ovvio!

Sai credo che tutti sappiano cosa succede e stiano solo cercando di sopravvivere meglio che possono. Il nostro compito è anche di riuscire a  oltrepassare la follia del presente.

Penso anche alla citazione biblica che faceva Sun Ra, “making a joyful noise“. Allo stesso tempo cerchi anche di riflettere  su di te e ti arrabbi anche.

Una canzone come Future Soul è ironica ma dice anche qualunque cosa succeda, “I hope your future got soul in it“. Un messaggio semplice, ma solo in superficie, in realtà c’è di più, la scrittura di Mike (Mattison ndt) si presta molto spesso a più letture. Il disco mi piace anche per questo, quando lo metto sul piatto mi porta in altri luoghi e alla fine sento un raggio di speranza. A volte questo è tutto quello che ti serve, che filtri un po’ di luce.”

Quando gli chiediamo un pensiero sul percorso, ormai lungo, suo e della band, non ci stupiamo affatto che la sua risposta sia intrisa di saggezza e ironia.

“Penso che i ragazzi più giovani abbiano rivitalizzato la band, portando molta freschezza…ci stavo pensando proprio la scorsa settimana, perché era da un po’ che non avevamo tanto tempo libero dai concerti e ora stiamo per riprendere.

Non mi metto tanto spesso a guardare indietro e ripensare al quadro generale della nostra carriera, ma mi sono ritrovato a pensare a questa band e al momento in cui sono entrato a far parte degli Allman Brothers…allora ero un po’ più giovane di alcuni dei ragazzi che sono ora nella band, credo che mio zio e Gregg e gli altri fossero più o meno tra la mia età e quella di Sue!

E così ho pensato, anche questa band è un po’ un’istituzione a questo punto ed è una bella sensazione. Quando mi sono unito agli Allman mi ricordo di aver avvertito la loro energia, la loro carica…forse la nostra band non è ancora in circolazione da così tanto tempo come loro, ma comincio ad avvertire queste cose e tutto questo acquista un altro significato.

Capisci che la cosa diventa più grande delle sue parti e come si un onore farne parte. Penso sia davvero bello poter pubblicare dischi e questo è forse il migliore dall’inizio alla fine. Gli autori nel gruppo, Mike, Gabe e Falcon, ma tutti in generale hanno elevato il proprio livello.”

Ed è forse anche una responsabilità, quella di mantenere un simile standard di dedizione e impegno verso la musica, qualcosa che Derek e soci hanno fissato, in primo luogo verso sé stessi.

“Penso che l’ abbiamo sempre avvertita, anche quando non era così! Anche agli inizi quando suonavamo per trenta persone sentivamo di dover tenere un determinato standard. Quando abbiamo una serata non buona siamo più seccati di chiunque altro al riguardo.

In questo senso non credo che le cose siano cambiate: lo facciamo in modo del tutto naturale. Semmai, credo che ci abbia dato una certa serenità il fatto di essere riusciti a mantenere questo livello di qualità musicale e di ispirazione. Mi sento davvero fortunato con questa band.”


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