Per dare seguito a “Down Every Road” (Yep Roc) uscito ormai quattro anni fa, in cui riprendeva brani di Merle Haggard, Eli “Paperboy” Reed ha deciso di farsi produrre da un veterano come Jerry Williams alias Swamp Dogg, ottantaquattrenne attivo dagli anni Sessanta. Reed ha sempre coltivato rapporti di amicizia con artisti delle generazioni precedenti nella sua ventennale carriera, era molto legato allo straordinario cantante Roscoe Robinson, scomparso a 97 anni nel febbraio di quest’anno, ma anche a Mitty Collier o Sam Carr. Dunque lavorare con Swamp Doggdev’essere stato stimolante, considerato che quest’ultimo ha prodotto grandi voci come Doris Duke e il suo bellissimo I’m A Loser, Irma Thomas (“In Between Tears”), Z.Z. Hill (“The Brand New Z.Z. Hill”) o Solomon Burke (“Sidewalk, Fences & Walls”).
I due confezionano un bel disco di country-soul, tra ballate e qualche pezzo più dinamico, con un piccolo gruppo che include Noah Rubin (batteria) e Michael “Ish” Montgomery (basso), Swamp Dogg stesso alle tastiere e un amico di Reed Jonny Lam alle chitarre, ma è soprattutto uno specialista della steel guitar, oltre ad una sezione fiati e coristi in alcuni pezzi. Gli arrangiamenti sono calibrati con attenzione attorno alla voce di Eli, con l’effetto di accentuare l’atmosfera d’annata di molte di queste canzoni, con un’estetica sonora molto anni Sessanta.
Cominciamo dalla canzone titolo, tempo medio puntellato dalla steel guitar, “Getting There”, la potremmo tradurre con”ci sei quasi”, un’espressione che Reed che usava suo padre con lui e a sua volta lui impiega spesso coi suoi figli, trasmettendo una sorta di consiglio, “Watch where you’re going, not where you been, keep one eye on your enemies, and one eye on your friends, Always look ‘em in the eye but it’s impolite to stare, that’s it son, you’re getting there”, canta nel refrain.
Eli si trova benissimo nel cantare canzoni d’amore e qui ce ne sono alcune di davvero belle, come “I Can’t Even Walk (Without You Holding My Hand” e “Love You More”, cantata in coppia con l’emergente Zaniah, simpatico anche il video della seconda con momenti di vita coniugale. Se con “Asking For A Friend” abbiamo di fronte una country ballad che suona come una outtake del disco precedente, il nostro fa rivivere degnamente un pezzo inciso da Ben E. King nel 1963, la tenera “How Can I Forget”, tra le pochissime cover incise da Reed sui suoi dischi, eccettuato beninteso i brani di Haggard.
Altri due momenti meritano un attento ascolto, il duetto tra Swamp Dogg ed Eli su “One Man’s Thrash (Is Another Man’s Treasure)”, tra gli apici dell’intero album e la sua rilettura di “Knock Knock Memories”, un brano di cui è autore Swamp Dogg, lo ha inciso sul suo recente “Contemplates The Afterlife”. La chiusura avviene sulle note di una morbida, riflessiva ballad, “The Questions”, con ancora la steel guitar e Dogg alle tastiere, a sostenere gli interrogativi esistenzialisti che si pone, riassumibili nella reiterata “are the ones I love satisfied with me?”
“Getting There” ci restituisce un Reed risolto, sicuro dei suoi mezzi e consapevole del percorso; chissà che non lo si possa rivedere dalle nostre parti, ricordiamo ancora un entusiasmante concerto in un club milanese, risalente oramai a oltre dieci anni fa.
Matteo Bossi







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