Eric Clapton : Life in 12 Bars

Annunciato in un primo momento in dicembre, il documentario di Lili Fini Zanuck su Eric Clapton è arrivato nelle sale italiane tra il 26 e il 28 febbraio, distribuito da Lucky Red. Proprio Clapton ha coinvolto la Zanuck per occuparsi del progetto, lasciandole completa libertà di scelta e senza esercitare alcun veto, in ragione dell’amicizia che li lega, risalente all’inizio degli anni Novanta quando lui compose la colonna sonora per il suo film “Rush” (in italiano “Effetto Allucinante”). Lei ci ha lavorato a lungo, assemblando una mole di materiale ingente, tra fotografie, filmati d’epoca, ricordi di familiari e colleghi, interviste esistenti o realizzate per l’occasione. Costruisce un filmato di oltre due ore che si snoda in ordine cronologico lungo la vita e la musica del musicista di Ripley, Surrey. La scelta stilistica della Zanuck, mutuata per sua ammissione dal documentario “Listen To Me Marlon”(dedicato a Brando), è stata quella di non avere “teste parlanti” sullo schermo, utilizzando perciò solo l’audio delle interviste con Clapton o altri come commento a questo o quel momento, senza salti temporali col presente. Cresciuto dai nonni, credendo fino ai nove anni, che fossero i suoi genitori, il rifiuto della madre biologica anche negli anni successivi, resterà un trauma profondo per Eric. La corrispondenza con il blues scatta da giovanissimo e l’identificazione con i bluesmen afroamericani è immediata e totale. Compaiono brevemente Muddy Waters (Newport e una intervista in cui dice che il suo blues non può essere replicato dai bianchi) e in seguito Little Walter, citato come ispirazione. La relazione con la chitarra che gli regalano i nonni è simbiotica e continuerà ad esserlo. Un tipo solitario, distaccato, a volte ombroso, frequenta un istituto d’arte, ma il richiamo della musica è troppo forte. Interessante la rievocazione e i filmati della Londra anni Sessanta, da confrontare con un altro recente documentario sul periodo, “My Generation” con Michael Caine. Un ventenne Clapton lascia gli Yardbirds, al momento del successo, per il blues di John Mayall e già il segno che traccia è destinato a restare, (l’album “Beano”). Poi il successo coi Cream, ma durano solo due anni e i Blind Faith uno solo (si vedono estratti del concerto a Hyde Park). Stranamente non si fa menzione di Delaney & Bonnie, tanto che quando vengono introdotti i musicisti che comporranno il nucleo di Derek & The Dominos, Bobby Whitlock, Jim Gordon e Carl Radle, uno spettatore ignaro potrebbe domandarsi da dove siano venuti fuori, visto che di D&B e della collaborazione con E.C., da cui provenivano, prima non si parla. E’ il periodo dell’amore contrastato per la moglie del suo amico George Harrison, Pattie Boyd, da cui scaturisce “Layla & Other Assorted Love Songs”, innalzato a picchi emotivi assoluti grazie anche alla partecipazione di Duane Allman. Una pagina nera però comincia col rifiuto della Boyd, la morte di Hendrix e del nonno, tre anni di reclusioni autoimposta, immerso “in una nuvola rosa” indotta dall’eroina. La Zanuck non edulcora nulla, anzi ci sono immagini quasi disturbanti di un Clapton in preda all’autodistruzione e dedito, dopo il suo ritorno sulle scene nel 1974, all’alcol, dipendenza da cui si libererà del tutto solo nel 1987. “Non mi sono ucciso perché altrimenti non avrei più potuto bere” afferma ad un certo punto. Il “terzo atto” racconta ancora un dolore, la morte del figlio di quattro anni avuto dalla Del Santo e nonostante tutto la reazione ad esso senza ricadere nell’ombra. La redenzione passa anche attraverso la creazione del centro per la cura dalle dipendenze Crossroads e sul piano personale, gli ultimi anni felici accanto ad una nuova compagna e la famiglia che ha sempre inseguito. Il documentario si sofferma più sull’uomo che sulla musica, per quanto esso sia correlata, si sorvola quasi in toto sui dischi degli ultimi quarant’anni, a parte, brevemente, l’Unplugged. Quanto all’amato blues è pur vero che il film inizia e finisce con B.B. King, un ricordo alla sua scomparsa e parole di elogio di B.B. verso l’amico durante uno dei Crossroads Guitar Festival e il ruolo di Clapton come divulgatore della tradizione blues è indubbio. Tuttavia non troverete traccia di altre figure cardine che hanno incrociato la strada con Eric, quali Sonny Boy Williamson, Freddie King, Howlin’ Wolf, o The Band. Qualche errore qua e là, Roger Waters era il bassista dei Pink Floyd non il chitarrista e la traduzione italiana prende una topica su “smack”(eroina) tradotto come snack (!), ma il film funziona in primis per un pubblico non specialista (di Clapton o del blues) soprattutto per l’onestà e il voler fare i conti col passato senza scorciatoie. La Zanuck più che verso il musicista sembra aver cercato di catturare la psicologia complessa dell’uomo, alti e bassi, fragilità e risalite, mettendo insieme un film, forse imperfetto e sbilanciato, però sincero e (quasi) privo di autoindulgenza.

 

Matteo Bossi