Frammenti Blues Festival-Somma Lombardo

Da anni ormai la tradizionale stagione dei Festival a cielo aperto che si concentrava nei due/tre mesi estivi, ha perso in parte il suo monopolio. Causa anche variazioni   climatiche, è successo che organizzatori di Festival, pur sempre “collegati al bollettino meteo”, entrassero in azione già al risveglio della natura, in primavera, e prolungassero la stagione fino all’inizio dell’autunno. Ed è proprio nel periodo delle foglie morte che si è tenuto a battesimo un nuovo Festival, “Frammenti Blues”, andato in scena nei giorni 7/8/9 ottobre in un cortile interno del Castello Visconti San Vito di Somma Lombardo, una cittadina questa che ha già avuto un ottimo passato blues e gospel grazie a quel funambolico di Gianfranco Skala che, in coppia con Aldo Pedron, sono stati collaboratori e conduttori del Festival.

L’idea è venuta alla Cafè Musique, una affermata organizzazione di eventi musicali, artistici e culturali, avvezza dunque nel trovare i sostegni nel pubblico e nel privato, come è avvenuto. Sono stati tre giorni ricchi di iniziative fin dal pomeriggio dove, in alcune stanze, era collocata una mostra sul blues, fra parole e foto, dal titolo “Blue Note Is Me”, della studiosa di letteratura angloamericana Laura Orsolini, accanto alla quale Gianfranco Skala ha esposto una minima parte della sua collezione di manifesti di concerti, fra questi uno con il grande Fred McDowell, e alcune copertine di dischi. il_blues_frammenti_festival-2Fuori, sotto il porticato, vendita di libri, una zona ristoro e spontanei capannelli che univano appassionati, addetti ai lavori e qualche musicista. Sul palco spazio all’iniziativa “incontri in blues” condotta da Gianfranco Skala, con la presentazione di libri con gli autori: Roberto Caselli per “La Storia del Blues”, Luigi Sorrenti per “L’accordo del Diavolo”, Gianni Del Savio per la collana “Soul Books”, una disamina sulla musica zydeco e cajun con l’esperto Aldo Pedron e una conferenza sul blues con Norman Hewitt e due esponenti della rivista “Il Blues”. E veniamo alla ragione principale che sta alla base di un Festival, la parte musicale, dove purtroppo sono prevalsi più dubbi che certezze, a cominciare dai pezzi proposti, una ennesima cavalcata fra i soliti ultra classici del blues e soul, che nessuno ha risparmiato. Era la prima edizione, certo, bisognava tessere la tela, certo, però la riproduzione ci è sembrata eccessiva, eccetto in un paio di situazioni dove si è notato un tentativo di rendere più appetibili le proposte per uno sforzo interpretativo. Parliamo dello storico duo Gallini/Montarese, armonica, canto e voce narrante il primo, chitarre acustiche il secondo (per l’occasione con l’accompagnamento del batterista Angelo Fiombo), dove non è mancata la solita voglia e convinzione di diffondere la tradizione acustica. Ci sarebbe da disquisire del concerto seguente, una sorta di gruppo di musicisti Emiliani e Romagnoli autoctoni più un paio residenti come Janet Gray, una giovane cantante ancora da svezzare, Vonn Washington, bassista/cantante ma troppo dispersivo, Paul Venturi e Andreino Cocco che purtroppo ne hanno fatto le spese in termini di resa per un contesto poco chiaro, mentre il noto batterista Oscar Abelli cercava di tenere insieme il tutto. Ottima anche se in pillole la presenza di Angelo Leadbelly Rossi, da solo con chitarra elettrificata, ha sempre quella qualità di rendere propri i blues degli altri. Bene anche On The Road Quartet, Davide Speranza, Gianni Di Ruvo, Claudio de Palo e Angelo Farolli sono ormai un affiatato quartetto che sa coinvolgere e contagiare qualsiasi pubblico. il_blues_frammenti_festival_1Da New Orleans a Chicago e ritorno, con solidità e impegno fra pezzi autografi e cover, a riguardo, esemplare l’esecuzione e la scelta di proporre una sconosciuta “My Home Is A Prison” di Slim Harpo. Non segnato in cartellone ha avuto comunque spazio il gruppo Audio Mythe, una cover band di rock con la particolarità che alla batteria c’era un ragazzino di soli dodici anni, Lorenzo Serena.  Parziale delusione invece per il concerto Sir Waldo Weathers (è stato un membro della band di James Brown, ed ha collaborato con i maggiori esponenti del blues, del r&b, del rock’n’roll), non tanto per lui, voce calda alternata al suo sax, quanto per una band italiana, Southern Seeds & The Time Machines, che faticosamente ha cercato di accompagnarlo, dove anche il valido chitarrista Luca Urso è rimasto un po’ al coperto. Non c’era intesa fra l’artista neroamericano e il resto dei musicisti, voleva spingere sui ritmi funky con pezzi di James Brown, voleva sostegno nei momenti più rilassanti come in una deludente versione di “Can I Change My Mind” di Tyrone Davis e voleva che si fermassero gli strumenti quando faceva i lunghi assolo di sax, come nella mezza maratona di “Ain’t No Sunshine”.  Gli ultimi due concerti avvenuti sotto un portico provvidenziale, per via di una pioggia battente, hanno riguardato Mauro Ferrarese accompagnato alla batteria da Angelo Fiombo, in un altro opportuno tuffo nella tradizione neroamericana sacra e profana, e Shanna Waterstown & The Hawks, cioè il trio italiano del bassista Lucio Falco. Anche lei ha seguito le orme degli standard, ma piena padronanza al canto, scaturito da tonalità mature oltre a un buon accompagnamento, hanno reso piacevole il concerto. Ci sono già idee e modifiche per la seconda edizione 2017.

Matteo Bossi   Silvano Brambilla