GARY CLARK JR.

L’ascesa del trentenne di Austin è stata molto rapida negli ultimi anni, più o meno dalla sua apparizione nel 2010 al festival organizzato da Eric Clapton, Crossroads, ha ottenuto un contratto con la Warner, vari premi e messo in fila partecipazioni importanti (Rolling Stones, Alicia Keys, Letterman,…) suonando persino alla Casa Bianca. Il 23 maggio scorso era atteso ai Magazzini Generali di Milano per il suo primo concerto italiano.

Gary dal vivo ha dimostrato tutta la consistenza del suo rock/blues, cosa che sul suo disco in studio più recente “Black & Blu”, riesce ad emergere soltanto a tratti. Accompagnato dal suo abituale trio con Johnny Radelat e Johnny Bradley come sezione ritmica e il secondo chitarrista King Zapata, ha avuto un inizio subito promettente sulle note di “Catfish Blues”, per proseguire verso il rock psichedelicamente hendrixiano “Numb” e virare poi in direzione delle cadenze blues di “Next Door Neighbour Blues”. Cambia diverse chitarre e sovente si lancia in assolo estesi, che il pubblico venuto piuttosto numeroso ad ascoltarlo, dimostra di gradire. Passa con gran disinvoltura dal rock’n’roll “Travis County” al tempo medio “Things Are Changing”, oppure la ballata cantata in falsetto “Please Come Home”. Il blues a volte è sottotraccia, altre invece torna in superficie con maggior evidenza, è il caso della rivisitazione riuscita di “Three O’Clock Blues”, bel lavoro sulla chitarra, prova forse della  frequentazione sin dall’adolescenza dei blues club di Austin, Antone’s in primis. Nel finale una sorta di medley tra la ballata “Black & Blu” (condotta solo accompagnandosi con la chitarra) che sfocia in “Bright Lights”, forse il suo pezzo più noto. E’ trascorsa un’ora e mezza, ma c’è ancora tempo per un bis con cui Gary Clark Jr. propone, con scelta ammirevole, la classica “In The Evening (When The Sun Goes Down)” solo voce, chitarra acustica e armonica (versione inclusa nelle colonna sonora del film premio Oscar “12 Anni Schiavo”). Non possedendo facoltà divinatorie, difficile dire se i media americani abbiano ragione nell’etichettarlo come «il futuro del blues», di certo però sentiremo parlare a lungo di Gary Clark Jr.

 

Matteo Bossi