Harry Smith – Il blues della repubblica invisibile

Nel fantasmagorico mondo di Mr. Smith di Marco Denti

Il valore del collezionismo, spesso bistrattato o derubricato a ossessione più o meno innocua, più o meno patologica, è stato invece elevato ad arte da Harry Smith. Il più delle volte le sue bizzarre raccolte lambivano i campi dell’eccentrico e del kitsch, ma nel caso del materiale dell’“Anthology of American Folk Music” hanno rappresentato una sorta di definizione, una mappatura, un catalogo, volendo anche tutta una grammatica. Cresciuto nella cornice, molto allargata, di quella Beat Generation che tollerava e alimentava le disgressioni dalla cosiddetta normalità, Harry Smith vantava nello stesso tempo una formazione colta ed esoterica, una natura sfortunata (soffriva di una rara forma di rachitismo) e una mente fervida di immaginazione e di idee. La sua dimensione di ricercatore non inquadrato in nessun istituto o università, di bricoleur imperfetto, di filmaker senza budget, in definitiva di dilettante, lo hanno spinto a essere identificato come un outsider, che è sempre un modo per emarginare chi, anche e soprattutto nell’ambito di un lavoro intellettuale, rifiuta di adeguarsi e di omologarsi agli schemi, alle regole e alle scadenze imposte.  Senza dubbio il caso umano è di quelli disperati perché Harry Smith ha vissuto in condizioni estreme, inseguendo sempre i suoi particolarissimi mulini a vento, senza preoccuparsi di trovare una dimora, una stabilità o una manciata di dollari in tasca. L’unico orientamento, ammesso che si possa considerare tale, era dato dalle sue ossessioni, non sempre decifrabili.  [continua a leggere nel n° 139 – Giugno 2017]