Roberto Berlini

Da qualche parte l’affermazione di quel bluesman che dice: «Tutte le strade finiscono!». Mente, parla doppio, come ogni bluesman, le strade non finiscono, al più s’interrompono per riprendere altrove. Conosco Roberto Berlini solo da qualche anno, un privilegio che declino al presente perché Roberto è ancora tra Noi. Ultimo ad arrivare in quella cerchia del riconoscimento che è una scena blues il nostro primo incontro è a una Jam del Lunedì alla Blues House di via S. Uguzzone, un pezzo di Chicago tra il nulla e Sesto San Giovanni. Di blues so poco, come anche ora del resto. Lui è seduto dietro una batteria affondato nello sgabello, quasi scompare tra piatti sistemati troppo in alto. Per partecipare alla Jam salgo sul palco, qualcuno della band mi chiede: «Cosa vuoi fare?». Rispondo: «Hoochie Coochie Man!». La testa di Roberto, istantanea, cade obliqua. Laconico, puntandomi le bacchette, aggiunge: «E come lo vuoi fare? Alla vecchia?». Non so, non capisco. So solo che il brano parte, mi portano in alto, mi depositano qualche minuto più tardi là da dove ero partito. Sano e salvo. Abbandono il palco ma intendo benissimo il suo commento: «E’ mai possibile che quando salgono vogliono fare solo Hoochie Coochie? Ma cazzo! Altri brani proprio non ne conoscono?». Roberto è così, e forse bisogna essere così. La storia del blues a Milano è ancora da scrivere, se mai verrà scritta, di Roberto “Zio” Berlini, si deve dire che ha condiviso questa musica dagli inizi. “Maestro” per competenza strumentale ma anche per avere insegnato a molti, e tra molte, una cosa: il palco è qualcosa di conteso non è libero. Se ci vuoi stare e hai qualcosa dentro, tirala fuori se no meglio evitare. A molti Roberto insegna a tirar fuori quello che hanno dentro. Il metodo è semplice: benevolo fino a un minuto prima di sedersi alla batteria e un minuto dopo che tutto è finito, durante, meglio aver chiaro che cosa TU vuoi fare. Certo non ha un carattere facile se ne accorgeranno presto nell’altro condominio, del resto il carattere è appreso non è innato. Se la vita non è stata generosa un po’ sghembo lo diventi, sei storto, come lo stare a cavallo seduto sulle natiche non sulla groppa, come cadere sul pavimento da un seggiolone di un bar battendo in rapida successione gomito-mento-fronte. Che poi, è come suonare uno shuffle.

Già lo shuffle. In questo Roberto è un grande lo dicono tutti. Ne è padrone non impadronito. Ma perché è così bravo? Perchè ha studiato. Soprattutto perché di quel terzinato obliquo ha compreso il saltellare degli ultimi non dei vinti. E’ l’essenza del blues. C’è polvere sulle scarpe e tavole sconnesse anche da noi non solo in Mississippi. Qualche giorno fa, steso sul letto d’ospedale, mi dice: «Dai! Appena esco organizziamo una seratona!». Non è proprio la cosa cui penso, ma sorprende che lo faccia lui. La vita è irrinunciabile almeno fino a un secondo prima di lasciarla. Da quel letto mi confida di tutti quei giovani dottori che ogni giorno sostano sul suo corpo per imparare a riconoscere segni, sintomi di una malattia. Mi racconta di quella giovane dottoressa che durante il giro gli controlla respiro, battito, di un cuore stanco. Roberto gli fa dono dell’informazione che forse la cambierà in un medico. Educato, mentre lei tiene il fonendoscopio poggiato sulla schiena, gli dice: «Guardi dottoressa che vicino al cuore io ho anche un’altra cosa», «Ah! E cosa sarebbe?» risponde un po’ scettica la dottoressa. «Ascolti bene dottoressa, si sforzi, perché vicino al cuore io, ho il Blues!».

Ciao Roberto

Mauro Musicco

 

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Roberto Berlini, Batterista

Padova 24 Giugno 1949 – Milano 17 Giugno 2017

 

Foto di Davide Miglio