Grazie alla fama ottenuta interpretando per anni il Dr Gregory House sul piccolo schermo, l’attore inglese Hugh Laurie ha intrapreso con entusiasmo una seconda, inaspettata, carriera come musicista. Il caso vuole che sia un grande appassionato di blues e abbia inciso due dischi (prodotti da Joe Henry), avvalendosi di musicisti quali Dr John, Taj Mahal, Irma Thomas, tra glia altri. Il suo tour europeo ha fatto tappa all’Auditorium di Milano per una serata, lo scorso 17 luglio, bella la scenografia quasi teatrale e brillante fin da subito l’approccio di Laurie, da performer consumato ringrazia e rassicura il pubblico “capisco il vostro scetticismo, lo sarei anch’io se salito su un aereo, il pilota dicesse che fino a due settimane prima era un igienista dentale! Ma siete in buone mani grazie alla band”.

Infatti lo supporta con professionalità la Copper Bottom Band, otto elementi, con sezione fiati, contrabbasso, batteria e il polistrumentista Mark Goldenberg, oltre a due coriste cui Laurie cede spesso e volentieri la scena, Sister Jean McClain e la giovane guatemalteca Gaby Moreno. Laurie sembra il primo a divertirsi e si destreggia bene al piano e anche al canto se la cava, imbraccia la chitarra in qualche occasione, scherza tra un brano e l’altro, distribuisce bicchierini di whisky alla band;

Hugh Laurie – Foto di Matteo Bossi

il repertorio spazia tra classici del passato, soprattutto della tradizione di New Orleans, scorrono piacevoli “Iko,Iko” o “Let The Good Times Roll”, il tango “El Choclo / Kiss Of Fire” sul quale Laurie si produce in alcuni spiritosi passi con la Gaby Moreno. Niente male l’omaggio a Bessie Smith (per me la più grande blues singer, dice) con “Send Me To The Electric Chair”  cantata dalla McClain, poi ecco un tributo a Leadbelly, “You Don’T Know My Mind”e “Lazy River” con Hugh e tre compari a cantare attorno ad un solo microfono. Nella set list trovano spazio pezzi meno noti come, “So Damn Good” di un altro inglese folgorato dalla Big Easy, Jon Cleary e la “Wild Honey” di un altro famoso “dottore”. Si ritrova solo al piano per la ballata di Randy Newman “Louisiana 1927”, poi nel finale largo al ritmo di “Green Green Rocky Road” e dopo un paio di bis concessi, saluta con “You Never Can Tell”. E’ uno spettacolo molto piacevole, in cui un pubblico eterogeneo, magari venuto per la curiosità di vedere il “Dr House” all’opera, ha l’occasione di scoprire un musicista competente  ed un repertorio composto, per citare ancora Laurie, “di vecchie canzoni, che a noi piacciono ancora, e che è importante tenere vive”.

Matteo Bossi

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