Complice una giornata di sole quanto mai rara in quest’estate di incertezze, la nostalgia di una passata stagione ci spinge l’occhio a incedere su una delle voci dei programmi in blues di un luglio ormai prossimo alla dipartita, facendoci cadere nientemeno che su un nome che non sentivamo da tempo, fiamma adolescenziale di quando un rock scanzonato la faceva da padrone con la voglia di finire la scuola e goderci le vacanze. Ma: – “…COSA CI FANNO GLI SPIN DOCTORS AD UN FESTIVAL BLUES !?” – chiede il giullaresco Chris Barron al pubblico del Vallemaggia Magic Blues, che già ci vide orgogliosi ospiti oltre il confine in alcune delle trascorse edizioni.

– “Semplice …” – si risponde, ricordandoci il motivo che giustifica anche la nostra rinnovata presenza in loco, fuga sulle montagne e nientemeno che …“back to the magic”: – “… perché il nuovo disco è un disco blues che si intitola << If The River Was Whiskey! >>”. Eccoci allora contenti di rivederli, e per quello che hanno rappresentato, e per la bella novità che ce li ripresenta, pur sempre in una veste inconfondibile, ma con più di un motivo per parlarne su queste pagine. Perché, se anche il loro rock da classifica ha sempre avuto quella distinguibilissima connotazione funky – groove di matrice bluesy, il loro nuovo progetto va a segno con una decina di pezzi decisamente a tema, con quella miscela unica che non li rende mai pedissequa riproposizione di stilemi, ma vero e proprio “blues’n’doctors!” che assimila la lezione di un passato nei locali della Grande Mela, vetta delle classifiche con Pocket Full Of Kriptonite dal 1991 e ritorno, non senza gli anni bui che hanno visto lo stesso Barron fisicamente vittima dell’eccessivo sfruttamento nello “showbiz’” (che stava per rovinargli per sempre la voce) e il chitarrista Erik Schenkman andarsene, stanco dell’abuso della sua macchina da riff. Col senno di poi e tutte le controversie del caso, libera o forzata che fosse, quella situation è stata forse il colpo di fortuna che oggi li rivede integri sul palco, tutti e quattro a rifare il loro acrobatico show, tra ciò che ci si aspetta e un largo spettro d’improvvisazione per loro stessa definizione, da quella particolare blues – scene newyorkese ove calzarono pure l’appellativo di jam band coi Blues Traveler di John Popper o col loro amico e folletto Jono Manson. Introdotti dall’accogliente spettacolo degli scozzesi King King del chitarrista in kilt Alan Nimmo (audace la loro rivisitazione della “claptoniana” Old Love che ha decisamente immobilizzato la piazza, grinta appassionata e coinvolgente) gli Spin si sono fatti attendere (come da copione) regalando l’atteso ritorno di un Barron sbarbato, opposto al look da arruffato front – man dei tempi d’oro, agghindato in papillon come un cameriere ballerino, cui verrebbe da dire: “… per me, birra media & prosciutto e funghi”! Invece è lui a chiederci: What Time Is It?, brano che ci rivela sornione che gran parte del live sarà incentrato sui vecchi successi dell’album che li consacrò a un passo dall’Olimpo, con le immancabili Off My Line, Little Miss Can’t Be Wrong, Jimmy Olsen’s Blues e Two Princes; inframmezzati però, dalla stessa If The River Was Whiskey, ovviamente, ma anche con Some Other Man Instead dell’ultimo; con immancabili solo ritmici del basso di Mark White o di Aaron Commes alla batteria nell’interminabile Hard To Exist. Non è mancata neppure Have You Ever Seen The Rain che la band rubò ai CCR facendola propria per il pluripremiato film Philadelphia (di J. Demme, 1993) facendoci così pareggiare il conto coi ragazzi di un tempo ma, dietro la rendita di un incombente passato, con l’augurio di sopravvivere a sé stessi.

Matteo Fratti

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