Forty Below (USA) – 2023

Sono una decina i pezzi, che formano questo “Weight Of The World”, col suo inconfondibile marchio di fabbrica, un tratto distintivo che JLW ha sempre cercato nella sua produzione, stavolta accuratamente ricercata al sodalizio con Eric Corne, su etichetta Forty Below. Qualcosa di cui il nostro vanta orgogliosamente il lavoro, e che anche a noi pare dar rilevanza ai tratti distintivi di cui si fregia un artista eclettico, la cui matrice ispiratrice può dirsi a pieno titolo quello stesso mélange musicale che ha fatto il suo background nella Bay Area, nonostante le incursioni in quel di Chicago negli anni di una inconfondibile “gavetta”, per cui lo ritroviamo spesso al fianco di chi ha gravitato attorno alle contaminazioni blues d’area urbana sia sulla costa ovest, quanto all’epicentro del blues elettrico più standard, in quel della Città Ventosa.

E’ lui che suona la chitarra in “Deep In The Blues” di James Cotton, album vincitore di un Grammy nel 1996, oltre alle sue più varie nominations nelle categorie più disparate, valide tanto per il soul quanto per il jazz e per certi influssi funk che ne fanno il risultato della sua musica, identitaria di un certo qual modo di fare blues che mescola gli stilemi in contorni moderni, urbani e ricercati, portavoce di un filone che da T Bone Walker fino a Clarence “Gatemouth” Brown, ha coniato uno stile rappresentativo dell’inurbamento di alcuni suoni, in qualche maniera più raffinati.

Ecco perché al gusto preferiremmo ruvidezze e asperità di un sound più grezzo, ma che forse si sono trasformate al retroterra culturale nel Fillmore District e in quello stile che ha in “San Fran” un’altra ramificazione evolutiva, definitivamente urbana. Così, si sente un galleggiare corale sulla liquidità musicale d’organo e chitarra di una festosa title track, che intreccia le parentesi gospel a lui proprie di certi periodi della sua biografia artistica; ma è nella delicatissima “Hello, It’s The Blues” che si rivela anche la maestria vocale del nostro in un falsetto che ricorda quasi Ben Harper, su una grandiosa ballad.

Toni fortemente evocativi, estesi a un più ampio concetto di fiera black-music, che danza all’incedere tipicamente “wha” come di anni Settanta in “Sulle strade di San Francisco” per “Waking Up The Dead”; e via ancora a umori che potrebbero sfiorare echi “motown” con la leggera “Don’t Walk Out That Door”; mentre è “Blue Mirror” a farci incontrare piuttosto un approccio rock’n’rollistico nelle nostre corde, che non troviamo spesso ascoltando Joe Louis, orientato ad orizzonti più sofisticati. Non manca il solismo, grandioso e mai invadente, ma Walker non è solamente chitarra. A riprova, gli umori jazzati della chiusura su “You Got Me Whipped”, e la poliedricità di un artista non solo blues, fortemente black.

Matteo Fratti

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