judith owen

L’avevamo apprezzata dal vivo lo scorso anno al Blue Note di Milano in un concerto pieno di ironia e leggerezza, nel senso migliore del termine, Judith Owen. Una serata affine, come repertorio e atmosfere, al suo “Comes Alive”, con lei c’era infatti un sestetto di valore, The Gentlemen Callers, capitanato dall’ottimo David Torkanowsky, richiestissimo pianista già accanto a nomi quali Irma Thomas, Johnny Adams, Walter “Wolfman” Washington, Snooks Eaglin e dozzine di altri grandi musicisti dagli anni Settanta ad oggi.

La cantante e pianista gallese anche per questo suo ritorno in studio, a quattro anni da “Come On & Get It”, omaggio alle grandi cantanti del passato che l’hanno ispirata, come Pearl Bailey, Nellie Lutcher o Blossom Dearie, ha registrato nella sua città di residenza, New Orelans. Fin dal titolo, “Suit Yourself”, si deduce come la Owen si trovi sempre meglio nei suoi panni e riesca a tenere insieme aspetti differenti della sua personalità. Alterna infatti brani con i suoi Callers, altri con una Big Band, senza disdegnare situazioni più stringate.

L’album inizia però con il recupero di “That’s Why I Love My Baby”, un suo pezzo già presente in un album precedente, “Somebody’s Child”, jazzata e con un bel solo di tromba. La sua voce è particolare proprio perché non cerca di inseguire le grandi del passato, anche quando riprende standard come “Evil Gal Blues” (Dinah Washington, Etta Jones, Aretha Franklin…), “Since I Fell For You” o ancora ad una soffice “Spooky”, qui la versione più nota è forse quella di Dusty Springfield, anche per l’uso che ne ha fatto il cinema, pensiamo anche al recente “Father, Mother, Sister, Brother” di Jim Jarmusch.

L’autografa “To Your Door” ben rappresenta il suo approccio ironico, anche quando si tratta d’amore, con i suoi passaggi swinganti della chitarra acustica di Dave Blankhorn. Riuscito il duetto con Davell Crawford, talentuoso tastierista e cantante di New Orleans, nonché nipote di James “Sugarboy” Crawford, solo piano e organo e le loro voci su “Today I Sing The Blues” (Helen Humes, Aretha, Sam Cooke…). L’altro ospite, peraltro piuttosto inatteso, è Joe Bonamassa, che presta la sua chitarra in un brioso pezzo di Mose Allison, “Your Mind Is On Vacation”. Owen si muove sbarazzina sul lato jazzy del blues e chiude il disco con un consiglio a vivere la vita pienamente, “Inside Out”, con il supporto di un coro condotto Tonya Boyd-Cannon.

Matteo Bossi

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