Le Città di Pianura di Krano

Ci sono colonne sonore che accompagnano un film e colonne sonore che ne diventano parte integrante. “Le Città di Pianura OST” di Krano, uscito per l’etichetta bolognese Maple Death Records nel 2025, appartiene decisamente alla seconda categoria. Più che un semplice commento musicale alle immagini del film di Francesco Sossai, questo lavoro si presenta come un album autonomo, capace di raccontare da solo quel Veneto notturno, marginale e profondamente umano che attraversa la pellicola.

Marco Spigariol, in arte Krano, continua il percorso iniziato con i precedenti lavori “Requiescat In Plavem” del 2016 e sviluppato in “Lentius Profundius Suavius” nel 2023, affinando una poetica unica nel panorama italiano contemporaneo: un incontro tra folk, blues rurale, country sghembo e psichedelia crepuscolare che guarda alla tradizione americana senza limitarsi all’imitazione.

Quella evocata da Krano è un’America interiore, filtrata attraverso il folk, il blues e il cinema più che attraverso la geografia reale. È quella dei dischi di frontiera, delle registrazioni consumate dal tempo, dei personaggi sospesi tra redenzione e sconfitta. Una sensibilità che viene però trapiantata lungo il Piave, tra bar di provincia, strade secondarie e notti che sembrano non voler finire mai. In questo senso “Le Città di Pianura OST” realizza qualcosa di raro: costruisce un linguaggio roots autenticamente italiano senza rinunciare all’universalità del genere.

Fin dall’apertura di “Gueramamatera” emerge un blues slabbrato e vagabondo, quasi ubriaco, che procede per suggestioni più che per strutture tradizionali. “Ti” e “More Film” sviluppano invece un folk obliquo e narrativo, mentre “Workaholica” rappresenta uno dei momenti più immediati del disco, con il suo equilibrio tra rock’n’roll polveroso e cantautorato di periferia.

Il vertice emotivo arriva probabilmente con “Va Pian”, undici minuti che condensano l’intero universo di Krano. L’armonica richiama le grandi tradizioni folk-blues, ma il brano sfugge continuamente alle convenzioni, mutando forma e atmosfera in una deriva psichedelica che sembra rispecchiare il viaggio dei protagonisti del film. Qui emerge con forza la capacità dell’autore di utilizzare il linguaggio roots come punto di partenza per una ricerca personale e contemporanea.

Particolarmente significativa è anche la scelta linguistica. Il dialetto veneto non viene utilizzato come elemento folkloristico, ma come strumento espressivo naturale. Il risultato è sorprendente: le parole diventano suono, ritmo e atmosfera, contribuendo a creare un senso di appartenenza territoriale che non esclude l’ascoltatore ma lo invita ad entrare in un mondo preciso e riconoscibile.

La doppia presenza di “Coparse”, in versione acustica ed elettrica, evidenzia inoltre una delle qualità migliori dell’album: la capacità di oscillare tra intimità e allucinazione sonora. È una tensione che attraversa l’intero lavoro e che trova una conclusione ideale nella splendida “La Ninna Nanna”, dove organo e malinconia si fondono in un finale sospeso e cinematografico.

In un’epoca in cui gran parte della musica roots europea sembra limitarsi a replicare modelli angloamericani, Krano compie il percorso inverso: assorbe la tradizione e la restituisce filtrata attraverso la geografia sentimentale della provincia veneta. Le Città di Pianura OST è un disco che parla il linguaggio del blues, del folk e dell’americana, con un accento tutto suo. Ed è proprio questa identità forte, personale e profondamente radicata a renderlo uno dei lavori più interessanti usciti in Italia negli ultimi anni.

Un ulteriore elemento che rende “Le Città di Pianura OST” un’opera destinata a lasciare il segno è il suo riconoscimento istituzionale. Grazie a “Ti”, Krano ha conquistato il David di Donatello per la Migliore Canzone Originale, portando per la prima volta il linguaggio del folk-blues rurale e dell’americana italiana sul palco del più prestigioso premio cinematografico nazionale. Un risultato che certifica non solo il valore della colonna sonora, ma anche la crescente maturità di una scena roots italiana spesso relegata ai margini del dibattito culturale.

 

Lorenz Zadro

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