Uscito qualche mese addietro, vale senz’altro un ascolto attento il primo album solista di Laura Chavez, chitarrista di grande talento, la californiana residente a San Diego, in oltre vent’anni di attività ha raccolta la stima di moltissimi colleghi, basti scorrere l’elenco delle sue collaborazioni, oltre che del pubblico. Approda al suo esordio, su invito di Thomas Ruf, dopo aver contribuito a decine di produzioni dell’etichetta tedesca. Inoltre, proprio una tournée Blues Caravan che la vedeva tra le protagoniste, ormai due decenni orsono, segnò l’inizio della sua lunga partnership artistica con Candye Kane.
Dopo la scomparsa della Kane nel 2016, Chavez ha posto la sua chitarra principalmente al servizio di Nikki Hill, Vanessa Collier e Casey Hensley, senza tralasciare altri incontri, sul palco o in studio (ad esempio i recenti dischi di Mitch Ryder ancora su etichetta Ruf). Quando è arrivato il momento di incidere il suo disco, ha però optato per realizzare un album strumentale, senza ospitare alla voce qualcuna delle sue colleghe. Lei, infatti, come del resto diversi altri grandi come Jeff Beck, Derek Trucks o Ronnie Earl, non canta, o meglio lo fa attraverso il suo strumento, da qui il titolo, “My Voice“.
Registrato in Germania con un piccolo combo di validi musicisti quali il batterista veterano Marty Dodson (Mark Hummell, James Harman, Kim Wilson e dozzine di altri) e musicisti europei come Denis Palatin (batterista in due brani), Tomek Germann (basso) e la francese Lea Worms (piano e organo). Non ci sono altri chitarristi all’infuori della Chavez, che spazia senza sforzo e ostentazione tra diversi elementi musicali a lei cari.
Apre rivisita in chiave personale un classico dei Creedence, “Born On The Bayou” in omaggio al papà, grande fan della band, poi infila tra le cover anche un frizzante pezzo di Booker T & MG’s, “Chinese Checkers” e la “So Long Goodbye” dei Blasters, in omaggio alla fiorente scena musicale californiana degli anni Ottanta che, per ragioni anagrafiche, non ha potuto frequentare. Gli originali sono molto ben costruiti, Laura ha idee, controllo, dinamiche ed energia in quantità, talora innervata da un tocco funk, come “Mind Your Step”, altrove distillando le note come nell’ottima “Wanderer”.
Tra i momenti più riusciti dell’album ci sono le sue versioni di pezzi della tradizione messicana, “El Cascabel”, un brano mariachi della regione attorno a Vera Cruz, venne incluso anche tra le musiche inviate nello spazio con la sonda Voyager e della tradizionale “La Llorona”, divenuta nelle sue mani uno slow blues di notevole lirismo, posto in chiusura. Chavez è, insomma, davvero brava, sia che suoni in proprio come in questo caso o al fianco di altri, come sapevamo bene, facendone risaltare le qualità.
Matteo Bossi









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