Lucerne Blues Festival 2019

Venticinque edizioni non sono certo poche per qualsiasi manifestazione, musicale o meno, rappresentano un bel traguardo. Ad esso ci si può arrivare in condizioni differenti per mille ragioni, con il rischio talvolta, di mutare in qualcosa di molto distante dall’idea di partenza. Non è stato, per fortuna, il caso del festival di Lucerna che ha mantenuto negli anni la sua identità fondata appunto sulla parola “blues” insita nel nome, allestendo cartelloni in cui la qualità si combina con la coerenza, senza concessioni commerciali. Una delle carte migliori poi resta indubbiamente il sapersi prendere cura degli artisti e la vicinanza tra gli stessi e il pubblico, elementi di importanza non certo secondaria.

Anne Harris, Guy Davis foto Gianfranco Skala

Si è partiti dunque giovedi 14 novembre, come sempre alle 19 precise, per il set del trio denominato Gumbo, Grits & Gravy il nuovo progetto animato da Guy Davis, Anne Harris, violinista per anni parte del gruppo di Otis Taylor e Marcella Simien, cantante e polistrumentista, figlia del pluripremiato artista zydeco Terrance Simien. Sonorità rootsy quindi dove il violino dialoga con l’accordeon o il rubboard della Simien, mentre Davis alterna chitarra, armonica e banjo. Quest’ultimo è, lo sappiamo bene,  dotato di una gran voce, profonda e tonante, la si è apprezzata appieno ad esempio nella sua rilettura di “Drop Down Mama” (Estes). propongono anche “Another Man Done Gone” tutti insieme e un pezzo zydeco cantato in francese da Marcella Simien o uno strumentale con il violino alla guida, “Snowden’s Jig”, incluso anche nel loro EP. Un gumbo speziato e divertente, probabilmente non è che l’inizio di questa collaborazione.

Jeff Taylor foto Gianfranco Skala

Altra situazione con la Altered Five Blues Band quintetto del Wisconsin forse poco noti in Europa e forse anche per questo desiderosi di ben figurare. Sono titolari di alcuni CD, gli ultimi due usciti su Blind Pig, prodotti da Tom Hambridge e proprio da essi attingono per la scaletta, soprattutto dal recente “Ten Thousand Watts”. Se sui dischi la mano del produttore risulta talvolta piuttosto evidente, dal vivo il loro blues senza fronzoli si fa apprezzare per la compattezza del gruppo. Tra la chitarra di Jeff Schroedl e la sezione ritmica si staglia la voce di Taylor, a suo agio in tempi medio lenti come “Dollars and Demons” oppure “Cooking In Your Kitchen” e in cose più movimentate come “She’s Still Crazy”. Solido è l’aggettivo che forse meglio li descrive, suonano i loro pezzi e non degli standard, magari senza picchi particolari di creatività, ma l’intrattenimento è garantito.

Ci si sposta ancora, stavolta in direzione del soul e rhythm and blues con Billy Price e la sua band. Il settantenne cantante nativo del New Jersey, ma residente a Pittsburgh in Pennsylvania ha un lungo curriculum, da un periodo giovanile nel gruppo del grande Roy Buchanan (“Live Stock”) a collaborazioni col francese Fred Chapellier o più di recente col suo mentore Otis Clay, uno dei beniamini del festival di Lucerna. Il gruppo è un quintetto con tastiere, il fedele Jim Britton e sassofono (Andrew Davis) in evidenza mentre il repertorio che privilegia i suoi dischi, soprattutto “The Reckoning” e “Dog Eat Dog” uscito la scorsa estate. Tra soul ballad dal sapore classico come la canzone titolo dell’ultimo disco e pezzi suoi il concerto è piacevole e non mancano gli omaggi come “It Ain’t No Juke Joint Withut The Blues”,  “A Nickel And A Nail” (O.V. Wright, ma la cantava spesso anche Otis Clay, persino su un album di Buchanan) oppure la non facile “My Love Will Never Die”, che Dixon scrisse per Otis Rush.

Rev. John Wilkins foto Gianfranco Skala

Molto bello il gospel del Reverend John Wilkins qui supportato da Wallace Lester alla batteria (di norma anche con le Como Mamas), il produttore e bassista Amos Harvey, il gallese Carwyn Ellis alle tastiere e Kevin Ray alla chitarra, con tre coriste a rispondere al canto del figlio di Robert Wilkins. Due sono le sue figlie, Tangela e Tawana, a loro si è unita per l’occasione Suzie Furlonger. I brani sono dilatati e ben sostenuti dalla ritmica incalzante, il canto declamatorio del figlio di Robert Wilkins cattura sin da subito l’attenzione del pubblico e il botta e risposta con le coriste aggiunge davvero una dimensione da chiesa. I brani sono quelli della tradizione, da “You Got To Move” a “Wade In The Water”, passando per “God Is Able”. Solenne “You Can’t Hurry God” e coinvolgente per il pubblico “I Want You To Help”. Poi suona da solo in acustico, in onore del padre Robert Wilkins, la sua versione di “Prodigal Son/That’s No Way To Get Along”, che il pubblico conosce per la versione dei Rolling Stones. La figlia Tangela propone una versione sacra di “Night Time Is The Right Time”, dimostrando ottime doti vocali. Il finale è in crescendo con “Storm & Rain” e una festosa “Get Right Church”. Ottimo concerto.

Venerdi 15 si apre con la Chicago Blues Reunion nome sotto il quale si esibiscono, di tanto in tanto, musicisti protagonisti assoluti dell’irripetibile stagione degli anni Sessante e Settanta. In questo caso stante la defezione di Harvey Mandel per ragioni di salute, rimpiazzato da Dave Melton, la parte del leone spettava di diritto a Nick Gravenites e Barry Goldberg. Entrambi accanto a Mike Bloomfield nell’Electric Flag e in dozzine di altri progetti e collaborazioni, come autori, produttori o musicisti. Completavano la formazione il batterista Gary Mallaber, sessionman richiestissimo (sette dischi con Van Morrison tra cui “Moondance”) e Rick Reed al basso, l’unico giovanotto è l’armonicista Rob Stone che guida la prima parte del concerto in alcuni classici, tra cui una “Close To Me” di Muddy Waters. Una volta sedutosi al centro del palco “The Greek” si rianima e interpreta i suoi classici da “Born In Chicago” a “Buried Alive In The Blues”, “la scrissi per Janis ma lei morì prima di registrare il cantato e sul disco uscì come strumentale”, dice introducendola. Prosegue con “Killing Floor” o “Fantasy World”, visibilmente contento della risposta del pubblico e scherzando sull’età. Applausi per un pezzo di storia che ci scorre davanti agli occhi.

Nick Gravenites foto Gianfranco Skala

Lo European Blues Summit è una sorta di ensemble allargato con membri dei tedeschi B.B. & Blues Shacks, il francese Nico Duportal, Lars Nasman (basso) e Steve “West” Weston (armonica) in rappresentanza dei nordici Trickbag, il chitarrista svedese Anders Lewen e ancora l’organista austriaco Raphael Wressing, molto richiesto come sessionman, ma autore di diversi Cd a suo nome. Ospite in veste di cantante, quella che preferisce ormai, Mike Vernon, celebre produttore dei più bei nomi del British Blues che fu. Divertimento in primis sul palco, alternanza di voci e di parti soliste, senza protagonismi anzi in atmosfera di simpatica condivisione. I musicisti animano insomma una sorta di blues party, in cui tutti hanno il loro momento, Duportal e Weston sono forse quelli che lasciano maggiormente il segno, ma tra uno shuffle, un blues e un rock’n’roll il concerto scorre. E gli italiani, dirà qualcuno? Pur non ufficialmente in cartellone c’era il “nostro” Dany Franchi, visto nella notte di giovedi ospite al Casineum nel set della Beaver (“Big Town Playboy”) e di nuovo in quella di sabato con gli europei.

Shemekia Copeland foto Gianfranco Skala

Tra i concerti più belli dell’intero festival quello di Shemekia Copeland per personalità, coinvolgimento, qualità musicale e coraggio nelle tematiche testuali. La sua crescita è stata costante in questi anni, si è costruita un repertorio molto valido, in grado di affrontare argomenti scomodi. L’ossatura della set list è formata dall’ultimo album, “America’s Child”, pezzi ben costruiti e resi ancor meglio quali “Ain’t Got Time For Hate”, “Would You Take My Blood”, il rock’n’roll “The Wrong Idea” oppure “Great Rain” sulla quale invita la concittadina Anne Harris al violino. Poi sale anche Branch per un bel blues, lasciando il segno con l’armonica, pur  stando perfettamente al servizio della musica.  Il gruppo, nel quale spicca il chitarrista Arthur Neilson, da lunghi anni al suo servizio, è rodato e fluido. Recupera anche “Never Going Back To Memphis”, dall’andatura sinuosa, (“poi a Memphis ci sono tornata però”,  dice lei), “Ain’t Gonna Be Your Tattoo” racconta di violenza domestica e “Ghetto Child” di papà Johnny è per dirla con le sue parole, “un pezzo ancora tragicamente attuale, anche se lui lo ha scritto sessant’anni fa”, l’interpretazione di Shemekia, che ad un certo punto abbandona il microfono e investe il pubblico con la sua nuda voce, è di notevole intensità. Applausi meritatissimi.

Ultimo set quello di Robert Lee Coleman, cantante e chitarrista originario di Macon, Georgia ed ora nel giro della Music Maker Relief Foundation. Infatti era accompagnato dal batterista Ardie Dean, sempre bravo e con un setup del suo strumento essenziale quanto efficace, Harvey Dalton al basso e al canto in qualche brano e Hansel “Sol” Creech alla seconda chitarra. E’ titolare di due album per la fondazione, ma vanta un periodo, negli anni sessanta, nel gruppo di Percy Sledge ed in seguito due anni con James Brown. Tra blues e soul quanto a repertorio, molti classici rivistati, ma anche il ripescaggio di qualche cosa di meno noto come “Cookie Jar”. Affiora tuttavia ogni tanto un po’ di stanchezza del nostro, che il gruppo si prodiga ad aiutare, Dalton canta un paio di cose, prima dell’omaggio a Chuck Berry finale.

Robert Lee Coleman foto Gianfranco Skala

Canadese d’origine ma residente ad Austin, Texas, la cantante e batterista Lindsay Beaver, si presenta in trio sabato sera, affiancata da Brad Stivers alla chitarra e Josh Williams al contrabbasso. L’ensemble è coeso e suona una  musica frizzante, tra rock’n’roll. blues e rhythm and blues.  Attinge in larga parte al suo esordio su Alligator dello scorso anno, “Tough As Love”. “Got Love If You Want It” oppure “You Hurt Me”, un pezzo di Little Willie John “è uno dei miei cantanti preferiti” dice. Rivisita persino un pezzo dello scomparso Sean Costello, “Anytime You Want” o il rock’n’roll “Oh Yeah” ed anche un pezzo di Freddie King.  Prima del bis, a sorpresa Stivers (il suo compagno) chiede alla Beaver di sposarlo e lei visibilmente emozionata quasi non riesce a cantare in duo con lui la soul ballad “When Something Is Wrong With My Baby”, quantomai appropriata.

Benny Turner foto Gianfranco Skala

Benny Turner ottantenne in grande forma è bassista di lunga esperienza, fratello di Freddie King, poi sideman affidabile per artisti quali Mighty Joe Young e Marva Wright. Solo recentemente si è proposto come frontman, con alcuni dischi, di cui uno in tributo proprio al fratello e uno in coppia con Cash McCall, scomparso nell’aprile di quest’anno. Qui come sul disco come invitato speciale ha chiamato l’amico Billy Branch, il quale si è portato dietro il fedele chitarrista dei Sons of Blues Giles Corey, mentre alla batteria c’è Jeff Alexander e la giapponese residente a New Orleans Keiko Komaki suona organo e tastiere. Blues della vecchia scuola di Chicago e riprese di classici suonate come si deve, da “Shake Your Moneymaker” a “Going Down Slow”, Turner fa il suo in barba all’età ed anche Billy Branch che loda l’elisir di lunga vita di cui deve possedere il segreto Benny, è ispirato e carico. Lo si vede quando si appropria del microfono e canta tre pezzi tra cui una sempre convincente “Hoodoo Man Blues”, “Last Night” come sul suo tributo a Little Walter e una  rotonda “Bring It On Home”, confermando di appartenere all’elite degli armonicisti. Un set convincente si conclude, in piena tradizione di New Orleans dove Benny abita, con lanci di collanine tra il pubblico.

I Fabulous Thunderbirds sono un gruppo storico che ha attraversato varie fasi ed incarnazioni dal loro primo disco uscito giusto quarant’anni fa.  La costante è rappresentata dal leader Kim Wilson, accanto al quale officiano da qualche tempo quattro validi musicisti. Si tratta di Jonny Moeller, chitarrista di Austin molto bravo, il francese Nicolas Leophonte alla batteria, l’esperto Steve Gomes al basso e Kevin Anker a tenere insieme il tutto alle tastiere. Grande compattezza sonora, sapiente dinamiche e setlist che alterna grandi classici come “Tuff Enuff” o “Wrap It Up” al recupero del Johnny Guitar Watson di “Don’t Touch Me”. Wilson, a volte lo si dimentica, è armonicista di gran qualità e ne da prova senza risparmiarsi, con un suono pieno e caldo e come vocalist è altrettanto affidabile. Band senza sbavature e pezzi come “Strong Like That” e “Full Time Lover” sono lì a testimoniarlo. Un set che crediamo abbia messo d’accordo tutti.

Corey Ledet foto Gianfranco Skala

Nel mentre al piano superiore, Mike Vernon & The Mighty Combo un quintetto che il settantacinquenne ex produttore inglese ha formato negli ultimi anni, propone soprattutto i pezzi dell’ultimo lavoro, ironicamente intitolato “Beyond The Blue Horizon”. Mike si diverte, senza prendersi troppo sul serio e il chitarrista spagnolo Kid Carlos sa il fatto suo.

A Corey Ledet appartenente alla generazione di artisti zydeco più giovani, spetta il compito non semplice di salire sul palco dopo il concerto dei Thunderbirds. Lo zydeco, come da usanza chiude il programma al palco del Casino, e il suo mischia alle sonorità tradizionali influenze più moderne, riuscendo a trovare un buon equilibrio. Anche lui propone materiale del nuovo “Accordion Dragon”, con variazioni di tempi adeguate. Da “Hey Lil Girl” a “Boudin Man” ad un pezzo con la partecipazione di Marcella Simien. Nel set compare qualche incursione in altri campi, come un medley tra “Beast of Burden/No Woman No Cry” , il suo quartetto comunque marcia compatto e il pubblico mostra di gradire richiamandolo per un bis malgrado siano ormai quasi le due del mattino.

Anche per quest’anno è tutto, ci portiamo il ricordo di molta buona musica suonata in una situazione divenuta nel corso degli anni un appuntamento importante per appassionati di blues e dintorni di varie parti d’Europa.

Matteo Bossi