Addio a “Mister Gip”, il grande bluesman dell’Alabama

Henry “Gip” Gipson (chiamato amorevolmente Mister Gip), bluesman  e proprietario di uno degli ultimi juke joint d’America, il Gip’s Place, è morto l’otto di ottobre 2019 a Bessemer, cittadina alle porte di Birmingham, Alabama. Aveva novantanove anni e dallo scorso maggio era ricoverato in una clinica. Sabato scorso al Gip’s Place i bluesmen locali hanno organizzato una serata di musica per commemorare la vita di quest’uomo eccezionale. «Mi mancherà come artista e come uomo», ha commentato Jock Webb, bluesman molto vicino a Mister Gip e alla sua famiglia. «Oltre al blues, Mister Gip amava scherzare, ridere, parlare di temi spirituali. Era un uomo unico, uno come pochi.»  Sarà poi proprio che Webb suonerà l’armonica al funerale di Mister Gip la cui data però non è ancora stata stabilita.

Nel lontano 1952, Mister Gip, musicista e operaio, decide di aprire le porte del suo garage, nella periferia nera di Bessemer, a chiunque voglia suonare il blues. Era il tempo della segregazione e i neri non potevano suonare la loro musica nei posti pubblici. Avevano così creato un mondo parallelo tutto nero che pulsava lontano dalle orecchie dei bianchi, in particolare da quelle degli uomini del Ku Klux Klan. Un mondo in cui il blues la faceva da padrone. La notte i capanni dei mezzadri, i garage delle periferie nere, posti lontani dai centri abitati si animavano trasformandosi in una sorta di club chiamati juke joint. Non avevano né nome, né insegne i juke joint, ma grazie al passaparola i neri sapevano dove la loro musica si suonava. Il Gip’s Place era uno di questi posti. Ricordando il tempo della segregazione, in una delle nostre interviste, Mister Gip chiama il Gip’s Place «un angolo dove far uscire il blues in tutta tranquillità.» «Era importante suonare la nostra musica, perché per noi il blues non era semplice musica, ma era una medicina. Una medicina per l’anima. Ho aperto le porte del mio garage perché volevamo un posto tranquillo per suonare. Erano tempi duri quelli.»  E così dal 1952, ogni sabato sera, al Gip’s Place si suona il blues. Originario di Hueytown, cittadina mineraria dell’Alabama, Mister Gip era alto, magro. Il naso elegante ereditato dalla madre Cherokee e la pelle d’ebano del padre afroamericano. L’età di Mister Gip è sempre stata un mistero, perché non ha mai avuto un certificato di nascita. Alla domanda sulla sua età mi ha sempre risposto: «Dovrei avere tra gli ottantacinque e i cento anni.»  La famiglia ha dichiarato a un giornale locale che Mister Gip aveva novantanove anni. Mister Gip era proprietario di un cimitero e faceva il becchino. Di giorno, quando non aveva una tomba da scavare, ascoltava i giovani che aspiravano a suonare il blues. Gli dava consigli, gli mostrava gli accordi. L’ho visto emozionarsi, un pomeriggio, ascoltando un giovanissimo suonare la chitarra. «Sei bravo», gli diceva, «continua a suonare il blues.» Andare in questo juke joint è come tornare indietro nel tempo. Il garage è quello di una volta. Le mura sono dei fogli di compensato. Il tetto un semplice pezzo si lamiera. L’illuminazione è fatta da tantissime lucine di Natale. Le pareti sono letteralmente coperte da poster con ritratti di musicisti, locandine di concerti blues, e immagini di Gesù Cristo. Un miscuglio di sacro e profano che racconta i tanti anni di storia di questo posto e ne descrive l’anima. La porta che dà sul palco è decorata dagli autografi lasciati dai musicisti che si sono esibiti. Su questa piccola struttura di legno sono saliti personaggi come Muddy Waters, John Lee Hooker, Paul Butterfield, Bob Dylan, T-Model Ford, Birmingham “George” Connor, Leo “Bud” Welch, e tanti altri. L’unica differenza rispetto al passato è che oggi al Gip’s Place, ogni sabato, si esibiscono musicisti bianchi e neri. Mister Gip ci teneva sempre a sottolineare che nel suo juke joint «il colore della pelle non esiste.» «A casa mia poco importa che uno sia bianco, nero, o giallo, che sia un ultra laureato o un operaio. Qui siamo tutti uguali, uniti dall’amore per il blues e dal timore di Dio.» Mister Gip mi spiega un giorno che il passato deve essere seppellito, perché serbare rancore non serve a niente: «Il rancore non aiuta a suonare il blues e io ne so qualcosa.» Mi racconta così la storia di quando, ai tempi della segregazione, gli uomini del Ku Klux Klan lo aggredirono e il suo cuore si riempì di odio. «Suonavo il blues assieme a un amico per i minatori di Hueytown. Alla gente piaceva la nostra musica. Agli uomini del Ku Klux Klan, però, non piaceva che i neri si divertissero. E così una sera tre di loro mi buttarono in terra, mi ruppero la chitarra e mi spezzarono le dita della mano destra. Non riuscivo più a suonare. Le dita erano rigide e anche il mio cuore. Odiavo quegli uomini e sognavo solo la vendetta. Il blues non veniva fuori e io stavo male. Liberai allora il cuore dall’odio e le dita iniziarono a muoversi. Dopo tre anni suonavo la chitarra come prima e la suono tutt’oggi a cinquanta anni di distanza.» «L’odio fa male, più delle ferite. Con l’amore si super tutto.» I concerti al Gip’s Place sono sempre iniziati con la preghiera seguita dalla canzone Amazing Grace. Mister Gip era molto religioso. «Sono felice, perché Dio mi ha dato la possibilità di fare quello che nella vita mi è sempre piaciuto: suonare e cantare il blues e diffondere questo genere di musica.» La famiglia di Mister Gip ha detto che il juke joint continuerà ad aprire tutti i sabato sera, perché è quello che Mister Gip voleva.

Francesca Mereu

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