Sono il tono edificante del soul e la grazia di una voce suadente i tratti distintivi di questo disco di Marcel Smith, voce contesa tra il gospel degli esordi e il rhythm and blues di una carriera tra il sacro e il profano, come si addice alla tradizione black. Un dissidio interiore che non ha mai risparmiato neppure lui, quantunque ben consigliato da chi, di navigata esperienza, gli disse: “Marcel, non puoi preoccuparti di quel che dirà la gente”. Sicché Mr. Smith è andato avanti per la sua strada, a partire dalle chiese dove lo colse l’interesse di Willie Washington dei WD Gospel Singers, che lo volle con loro; fino ai Soul Prophets, coi quali ha condiviso l’altro lato del suo percorso musicale. “From My Soul” è il suo secondo album solista, con l’organizzazione no – profit Little Village Foundation, operativamente attiva sul fronte culturale per rilanciare artisti non ancora affermati o quasi dimenticati, di concerto con gli studi di registrazione Greaseland di Christopher “Kid” Andersen, produttore d’area californiana come lo stesso Smith, che è di Sacramento.

Già Andersen ne colse le potenzialità al suo precedente “Everybody Needs Love” del 2018, e ora Smith ritorna con un grande entourage, lo stesso Andersen anche come spalla chitarristica e poi un pugno di ospiti, Rick Estrin all’armonica, per esempio, e immancabili fiati e cori a fare del disco qualcosa che l’anima non ce l’ha solo nel genere prescelto, ma in tutte quelle pulsioni musicali a farne un lavoro d’ispirazione “classica”. Ci basti per esempio il nome che sembra palese all’ascolto di “If You Miss Me” o “What Can We Do”: per entrambe queste dolcissime ballads, potrebbe essere persino quello di Sam Cooke, luminose come la sera d’un crepuscolo estivo. Ci sono poi energiche cover R & B, coinvolgenti come la “Freedom Blues” di Little Richard, o già in apertura “I’m Coming Home To You”.

Tredici sono i pezzi che si ascoltano, piacevoli come non mai in “From My Soul”, godibilissime armonie che rivelano una bella potenza del cantato del frontman in questione, ben coadiuvato anche quando sul finale aggiunge un binomio col sodale Johnny Rawls, e agguanta il crescendo di “There Goes My Used To Be”, così come la festosa “Turn Back The Hands Of Time” (dal sounds mutuato a sua volta dal Boss, al tiro stesso delle songs nella medesima vena artistica che l’Asbury Sounds ha attinto a piene mani). Ci piace così, Marcel Smith, persino quando l’arpeggio della lenta “My Heart Told I Lie” evoca lontanamente una stonesiana “Love In Vain” e il finale, un sentito estratto dal vivo, dalla lunga introduzione per la “How Can You Mend A Broken Heart” dei Bee Gees per la compianta madre. Gran soul dal retaggio gospel… e luce che accende i cuori, come Jake Blues Belushi la domenica al catechismo del reverendo Cleophus James – Brown! Hallelujah!

Matteo Fratti

 

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