Mack McCormick

Dopo numerose false partenze, ecco “Playing For The Man At The Door“, il primo volume delle registrazioni sul campo di Robert “Mack” McCormick, realizzate nel periodo 1958-1971 e pubblicate dalla Smithsonian Folkways Recordings, con la produzione e le note di Jeff Place e John W. Troutman. McCormick (1930-2015) era un ricercatore sul blues atipico, appassionato di country blues texano e di vita e morte di Robert Johnson, al quale ha dedicato gran parte della propria esistenza. Ha intervistato centinaia di persone e registrato dozzine di musicisti. Paradossalmente, però, per diverse ragioni, talvolta oscure, la sua discografia è piuttosto ridotta. La sua paranoia, la bipolarità e le sue bufale, oltre ad un gusto per la segretezza coltivato fino all’estremo riguardo le sue scoperte, non gli hanno di certo giovato ed hanno avuto come conseguenza il rallentamento nella pubblicazione delle sue registrazioni. Di sicuro la Smithsonian, che ha acquistato i suoi archivi dopo la morte, avvenuta nel 2015, saprà estrarre la quintessenza delle sue innumerevoli scoperte. Nelle note del cofanetto, Susannah Nix, figlia di McCormick, spiega come la passione per la musica di suo padre fosse soltanto la punta dell’iceberg. Conferma che lui “amasse alimentare il proprio mito con delle false piste, sia per proteggere la  propria sicurezza che per rendere la storia più interessante”. Insomma,  emerge un profilo psicologico del personaggio ben poco lusinghiero.

Smithsonian pubblica dunque un primo cofanetto di tre CD e sessantasei tracce, alcune delle quali già apparse  nella collezione “A Treasury Of Field Recording Vol.1-2”, curate da McCormick e apparse in LP della etichetta inglese 77 Records nel 1960. Questi brani sono accompagnati da un superbo libro di centoventotto pagine in formato LP.  All’interno ci sono soprattutto straordinarie fotografie scattate da McCormick, saggi dettagliati scritti da Jeff Place e John W. Troutman sulla sua opera e la sua vita, oltre ad un articolo, “Gli afroamericani e il Texas blues”, redatto da Mark Puryear e incentrato sul “Great Texas”, ossia le comunità ai margini con il loro linguaggio vernacolare, a cui il ricercatore ha dedicato tutta la sua opera. Dom Flemons, musicista e ricercatore di folklore, spiega come McCormic, la cui salute mentale è progressivamente peggiorata, abbia conservato con estrema cura e gelosia la sua collezione, definita “mostruosa”. Apprendiamo molte cose sul McCormick collezioniste e sull’uomo.

L’articolo di Puryear rievoca nello il suo modo di agire, che consisteva nell’introdursi nelle comunità senza attirare lo sguardo, una sorta di propensione patologica a non porre ai suoi interlocutori domande troppo specifiche per paura che venissero trovati da persone malintenzionate. Questo metodo di lavoro, molto personale, gli ha consentito di documentare in maniera efficace ed efficiente e di mettere in luce un ampio ventaglio di pratiche musicali di ieri e di oggi. Place e Troutman sostengono che McCormick abbia raggiunto il “graal” della ricerca etnomusicologica, grazie anche  allo stile franco e diretto delle sue interviste da una parte e dall’altra per la capacità di trasmettere la bellezza e la profondità dei differenti stili musicali in cui si è imbattuto. Un bell’omaggio postumo! Dom Flemons pone l’accento sul lavoro necessario per comprendere il blues in un periodo segnato da scarsità di informazioni. Vecchi dischi rovinati, nota Flemons, hanno indotto McCormick a fare ricerche sul blues, a infrangere le barriere sociali delle leggi Jim Crow e bussare alle porte delle persone per porre domande su “quei volti mezzi cancellati dalle superfici di gomma lacca dei vecchi dischi a 78 giri”.

Mack McCormick ph courtesy Houston Folklorist Archives

Il box comprende oltre trenta musicisti e un ampio spettro di stili musicali e di pezzi di vita legati per esempio ai medicine show, battitori d’asta o un improbabile suonatore di aculei di porcospino. Scopriamo un lavoro accurato, costruito a partire da ritratti dedicati ad ogni artista e alla sua musica, spalmati su sessanta pagine, ci sono, inoltre, brevi biografie degli stessi e commenti sulle canzoni.  I ritratti sono illustrati da foto degli artisti, scattate nei portici, nelle bettole e i juke-joint, all’interno di case di campagna e ad esse se ne aggiungono altre selezionate dalla collezione privata di McCormick. Vista da questo lato dell’Atlantico, ci sembra di poter dire che, nonostante le controversie esistenti negli USA relative alla mancanza di “qualità accademica” del suo lavoro, questi documenti sonori potranno tuttavia servire da materiale di ricerca per gli specialisti e/o universitari. Abbiamo potuto constatare che al riguardo ci sia chi si è sfidato sui social network, soprattutto Facebook (cfr la recensione del suo “Biography Of A Phantom- A Robert Johnson Blues Odissey), decisamente McCormick continua a far parlare di sé anche post mortem!

Sul lato musicale, troviamo dei brani oscuri accanto a versioni molto conosciute, per la maggioranza canzoni che i ricercatori sul campo hanno potuto documentare, eccetto quelli scoperti dallo stesso McCormick. Tra gli altri, il box propone musicisti texani mitici di cui proprio lui ha contribuito a lanciare la carriera, come Lightnin’ Hopkins e Mance Lipscomb, con una mezza dozzina di ottimi brani ciascuno. Entrambi interpretano una emozionante versione down home di “Tom Moore’s Farm”, sul famigerato proprietario di una piantagione in Louisiana, nonché schiavista patentato e fiancheggiatore dei suprematisti bianchi del Sud. Riprendiamo a respirare con un Mance Lipscomb prodigioso alla chitarra slide, acre e viva, nell’interpretazione di “God Moves On The Water” di Blind Willie Johnson. Lightnin’ Hopkins canta anche accompagnato dal piano di Melvin “Jack” Jackson e poi scherza e suona frammenti di canzoni con Luke “Long Gone” Miles. Vale la pena soffermarsi poi sul fratello Joel Hopkins con un solo di armonica di Billy Bizor su “Fox Chase”, un vecchio compagno di strada di Lightnin.

Gli appassionati di 78 giri riconosceranno senz’altro i brani di Leroy “Country” Johnson e James Tisdom, pubblicati durante gli anni Cinquanta. Questi pezzi sono impressionanti, soprattutto quelli di Johnson con la presenza dell’arioso piano suonato da Edwin “Buster” Pickens. Tra i numerosi cantanti / chitarristi di blues figura James Tisdom, che ha registrato alla fine degli anni Quaranta, Dannis Gainus e R.C. Forest accompagnato dall’armonicista Gozy Kilpatrick. McCormick ha percorso in lungo e in largo il Texas orientale, dove il piano blues era onnipresente, ricavando registrazioni di Robert Shaw o del già citato Edwin “Buster” Pickens.

In ambito di blues elettrico, si nota la presenza del cantante /chitarrista Hop Wilson per una superba versione slow down di “3 O’Clock Blues”. Lo zydeco texano ha a sua volta spazio con Dudley Alexander & His Washboard Band che interpreta una succulenta versione di “St James Infermary”, cantata metà in francese e metà in inglese. Il ruspante George “Bongo Joe” Coleman, artista atipico, nei suoi tre brani sembra arringare la fola con dei componimenti umoristici accompagnandosi al tamburo, tra essi l’irresistibile “George Coleman For President, Nobody For Vice President”. Tra gli altri, di egual valore, citiamo Grey Ghost, che è rimasto attivo a Austin fino all’età di novant’anni, il talking blues del chitarrista bianco Jimmy Womack, i canti della congregazione dello Spiritual Light Gospel Group e “Bad Lee Brown” di Jim Wilkie e lo standard “Cocaine Blues” di Johnny Cash. Oltre il Texas, verso Sud, ecco l’Arkansas dove Ellis CeDell Davis interpreta le sue prime registrazioni a Pine Bluff nel 1969, come “Darlin’ (You Know I Love You)”, ben prima della sua riapparizione su Rooster, l’etichetta di Jim O’Neal e più tardi, su Fat Possum. Si va in direzione “deep south”  a Crystal Springs con Mager Johnson, fratello di Tommy, per una versione declamatoria eppure intimista di “Big Road Blues”.

Tra i più oscuri musicisti del cofanetto possiamo menzionare Blues Wallace, del quale non si sa molto, se non che è stato un one man band della scena di San Antonio negli anni Cinquanta. Qui interpreta, con una chitarra satura e voce roca e terragna, una versione accattivante di “It’s My Life Baby”. Andrew Everett, di Silas, Alabama, canta invece in maniera lancinante “Hello Central, Gimme 209”.  Lo avrete indovinato, vi restano da scoprire molti altri tesori in questo cofanetto affascinante e indispensabile, cui spetta un bel posto nella vostra discoteca accanto alle registrazioni di Harry Oster, George Mitchell o David Evans. Evviva per il prossimo!

Philippe Prétet

 


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