Nel 2006 la Music Maker Foundation pubblicava l’esordio di un trio di giovani musicisti, i Carolina Chocolate Drops, che si erano conosciuti solo l’anno precedente ad un Black Banjo Gathering in North Carolina. In poco tempo avrebbero lasciato il segno, aggiudicandosi anche un Grammy per il miglior album folk per “Genuine Negro Jig” (2010), prima che le loro strade si separassero.
Dei tre, senza nulla togliere a Dom Flemons e Justin Robinson, la figura che è emersa con maggior evidenza è senza dubbio quella di Rhiannon Giddens, che dal 2015, anno di uscita del suo primo disco solista per Nonesuch, “Tomorrow Is My Turn”, prodotto da T-Bone Burnett, ha inanellato una serie di lavori pregevoli, rivelatori di un talento cristallino e di una personalità complessa, curiosa, capace di tenere insieme un vastissimo corpus musicale, dalla tradizione folklorica afroamericana alla musica classica (ha compiuto studi di opera all’Oberlin Conservatory) e quasi tutto quel che si trova tra esse.
Questo suo nuovo lavoro, lo ha affermato lei stessa in alcune interviste, suggella i vent’anni di carriera attorniandosi di alcuni dei collaboratori che più ne hanno condiviso il percorso. Rhiannon è artista che abbina istinto e una intelligenza analitica, conoscenza del passato e sguardo attento alle dinamiche sociali del presente. In questo senso basterebbe il titolo “Hope Is The Thing With Feathers” (Nonesuch) per comprendere la sua visione, come cioè sia possibile musicare una poesia di Emily Dickinson, “speranza è una creatura alata, che si annida nell’anima e canta melodie senza parole senza smettere mai…”, adattando una linea melodica tradizionale (ricorda da vicino certe versioni di“Shady Grove”), con un piccolo combo acustico composto da Jason Sypher (contrabbasso), Brady Blade (percussioni), Niwel Tsumbu (chitarra) e le note melanconiche dell’accordion di Francesco Turrisi.
Il disco, co-prodotto con il fido Dirk Powell ai suoi studi di Breaux Bridge, Louisiana, già sede delle registrazioni del bellissimo “Freedom Highway” e del progetto collettivo Our Native Daughters, alterna composizioni originali, firmate sempre con Powell, a riprese dal repertorio di altre autrici.
Al primo gruppo appartengono “Step Away Blues”, un blues cadenzato e minimale, tra banjo, violino e chitarra acustica, la dolente ballata “Wish In Vain”, scritta pensando alla condizione di sradicamento di tanti rifugiati nel mondo, suonata e cantata ancora con Powell. Due altri brani vedono il coinvolgimento dell’ensemble allargato ai già menzionati Sypher, Turrisi, Blade oltre alla figlia di Powell, Amelia ai cori; il risultato è solare, positivo, in “Carolina Rain” che evoca il profumo della pioggia nella natia (North) Carolina e ci ricorda i soldi non sono tutto, “just a means to get what we need to survive”. Più intensa “Angel Fire Rise”, cui l’intreccio di percussioni e strumenti a corda conferisce un sapore antico e poi c’è il nitore e il controllo della sua voce.
Quanto alle cover Giddens ha optato per rendere omaggio alla grande conterranea Elizabeth Cotten con la sua immortale “Freight Train”, un classico che ha conosciuto moltissime interpretazioni, questa è molto rispettosa ma forse prevedibile. Meglio “High On A Moutain”, una delle pagine più note di Ola Belle Reed, rivissuta con il collettivo e una comparsata al violino di Justin Robinson. Giocosa e divertente anche il classico della tradizione folk degli Appalachi “Cluck Old Hen”, che ricordavamo già in una incisione del progetto “Sankofa Strings” all’epoca dei Carolina Chocolate Drops.
Abbiamo lasciato per ultimi due pregnanti momenti di questo lavoro, che conferma, ove mai ve ne fosse bisogno la qualità costante della discografia di Rhiannon, ossia il gospel “Walk With Me”, cantato delle nude voci di Rhiannon e della sorella Lalenja Harrington come facevano sin da ragazzine e “Going Home”, scritta da Pura Fè cantante e chitarrista di origine nativo americana, Tuscarora per la precisione, con un’altra ospite, Charly Lowry, cantautrice a sua volta discendente Lumbee/Tuscarora del North Carolina. Si tratta di una sorta di spiritual, un sentito rimando alle radici, ai legami stretti con le storie del passato ed un pensiero, forse, all’America divisa che sta attraversando il suo duecentocinantesimo anniversario.
Matteo Bossi









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