Albert Castiglia - Grits & Glory

La musica di Albert Castiglia non si è mai limitata a seguire un’unica direzione, fosse il blues elettrico o quello di Chicago, piuttosto che il rock o il blues britannico: una flessibilità che abbiamo sempre apprezzato e trova nuovamente riscontro nel recente “Grits & Glory”, tredicesimo album solista della sua carriera. Nonostante sia stato registrato negli Abbey Road Studios di Londra, emerge la matrice newyorkese, dove Castiglia e nato, offrendo una combinazione sonora assai efficace. Non a caso l’apertura con “In My America” è immediata e significativa, anche per il testo che affronta le divisioni sociali e politiche degli Stati Uniti attraverso una voce e una chitarra graffianti, accompagnate da una ritmica incalzante: una caratteristica che ritroviamo subito dopo in “I’m Afraid To Fall Asleep”, dove slide e pianoforte accentuano l’andamento quasi ipnotico della traccia. La successiva “Uncertainty” è un rock di grande respiro, con le intriganti venature southern che lo caratterizzano, e a seguire un assolo degno della fama del nostro; come d’altronde il riff iniziale di “Michigan Avenue”, da cui si sviluppa un pezzo di grande energia, con la chitarra che non si limita ad arricchire la melodia, ma quasi la incalza, talora trasformandosi in una seconda voce. “Sack The Juggler” è poi uno strumentale nel quale la chitarra, il basso di Cliff Moore e la batteria di Ray Hangen dialogano con notevole libertà e naturalezza, consentendo all’ascoltatore di apprezzare uno volta ancora l’affiatamento del trio, che emerge costantemente come nell’accattivante “Don’t Burn Down the Bridge”, arricchita dalla tastiera di Lewis Stephens.

Con uno slow blues come “Slumlord Billionaire” Albert affronta il tema della disuguaglianza in modo diretto e particolarmente espressivo con il suo strumento, che quasi sottolinea la durezza delle parole; ma con le tracce successive la tensione si ammorbidisce decisamente. “The Milk Is Still Good” ha un incedere dinamico e ironico, mentre “When The Coin Came Callin’” coniuga funky e rhythm and blues per un’altra traccia accattivante, grazie anche al Wurlitzer di Bruce Bears che aggiunge un po’ di soul. Per la conclusione sono state scelte due cover: “Afro Blue” di Mongo Santamaría è riproposta come una lunga esplorazione tra jazz, blues-rock e suggestioni afro-cubane, mentre “Yer Blues” dei Beatles è trasformato in un blues-rock viscerale, degna conclusione di un disco di grande energia e impatto sonoro. La maturità e il talento di Castiglia emergono in tutto il lavoro, non c’è virtuosismo fine a sé stesso ma piuttosto una cura nello scegliere il registro musicale più consono all’atmosfera e al significato dei brani. La qualità dei musicisti e l’ottima produzione sono alla base di quest’album che non possiamo che consigliare.

 

Luca Zaninello

 

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