Rick Estrin

Rick Estrin – Grooving The Blues

di Matteo Bossi

Non c’è davvero bisogno di presentare Rick Estrin, il leader dei Nightcats è  in circolazione da molti anni e crediamo quasi tutti gli appassionati lo abbiano potuto apprezzare sul palco o su disco. Abbiamo potuto parlare a lungo con lui poche settimane prima della pubblicazione del nuovo album, “The Hits Keep Coming”, in uscita a inizio maggio su Alligator. Un altro bel disco, caratterizzato fin dal titolo da un tratto che lo ha sempre contraddistinto, ovvero il senso dell’umorismo. “Mi piace l’ironia”, ci dice subito lui. Impossibile allora resistere alla tentazione di chiedergli come, recita l’ultima canzone, “Whatever happened to Dobie Strange?” Strange era il batterista originario di Little Charlie & The Nightcats per la cronaca. Ed Estrin ride divertito. “Credo per via di un nome che suona bene la gente lo ricorda e chiede di lui! Proprio ieri un tipo mi ha contattato dicendo che conosce suo fratello, il quale dice che Dobie è ancora vivo e sta bene”.

Nel testo ti prendi gioco di tutte le domande un po’ sciocche che ti vengono rivolte.

Sì, sempre le stesse domande ogni volta…

 In altri casi, “The Circus Is Still In Town”, affronti argomenti più seri, anche se il video è buffo.

Mi piace trattare con leggerezza temi seri, se l’ascolti con attenzione il testo tratta temi seri, in effetti.

È stata una sorpresa sentirti interpretare una canzone di Leonard Cohen, “Everybody Knows”.

Oh, è stata una sorpresa anche per me! Stavo andando in studio per registrare quest’album e non l’avevo mai sentita prima questa canzone. Anzi, in verità non ho mai seguito molto Leonard Cohen, da giovane conoscevo “Suzanne”, che era una hit…sbagliando, all’epoca pensavo ma di cosa parla la canzone? Cosa significa “she takes me down to a place by the river…she feeds you tea and oranges”, non lo consideravo molto. Ma appunto stavo guidando verso Greaseland e talvolta ascolto la stazione radio di Tom Petty, un programma chiamato Buried Treasures con tutte le cose che gli piacevano.Non ho mai seguito molto nemmeno lui, oltretutto. Avevo sentito solo i suoi pezzi più famosi, non puoi evitarlo, no? Poi qualcuno mi ha aveva detto che su Buried Treasures ha passato una mia canzone, “Don’t Do It”, così dopo averlo saputo mi sono detto, beh è il caso di saperne di più su questo tipo. Questa è la mia confessione di quanto sono noncurante! Era un grande autore a sua volta. Così ogni tanto ascolto questa stazione e quella volta c’era il pezzo di Leonard Cohen ed ho pensato, che grande canzone! È il tipo di cosa che avrei scritto io se solo ci avessi pensato. Ne ho parlato a Kid quando sono arrivato allo studio e lui ci ha pensato su per qualcosa come quindici secondi, anche meno e ha detto, “possiamo farla, ho idea di come approcciarla”. Penso di aver discusso con lui per un paio di giorni, ma ha insistito e l’abbiamo fatta. Ne sono felice, perché adoro il testo.

Ci sono anche i Sons Of Soul Revivers ai cori.

Si, cantano anche in altre canzoni, “The Hits Keep Coming”….sono un grande gruppo gospel.

Avete incluso anche un brano di Muddy Waters, “Diamond At Your Feet”. 

Si, al tempo in cui l’ho visto io non suonava più questa canzone, è vecchia…ma è un grande pezzo. Sembra che sia attratto da canzoni che parlano di morte, non so perché, ce ne sono anche sul disco preccedente, “Father Time Chasing Me”. Ed è ironico perché in segreto penso di essere immortale!

Negli anni il tuo modo di scrivere musica è cambiato?

Beh un paio di cose sono cambiate. Il mio approccio alla musica è mutato perché prima scrivevo, non per i testi, ma dal punto di vista delle musiche, secondo le preferenze di Little Charlie, i suoi punti di forza. C’erano cose che volevo fare e che ho fatto con questa incarnazione della band che non avrebbero funzionato on Little Charlie. E inoltre ora è un processo più collaborativo. Un esempio può essere proprio la canzone di Leonard Cohen o sull’ultimo disco una cosa come “Contemporary”, che aveva molti elementi ai quali non avrei mai pensato. Un semplice groove funk era già al di fuori della tipologia di cose che facevamo con Little Charlie, Kid aveva una visione di come la musica sarebbe andata, passando da una intro tradizionale, suona come un vecchio disco, a quello che succede dopo. C’è più collaborazione insomma. Lorenzo (Farrell) è il collante che tiene insieme il tutto e talvolta lo si sottovaluta perché, beh siamo in un mondo di chitarre…e di certo non puoi ignorare D’Mar, che è una vera forza della natura. Siamo una vera squadra, non solo per il contributo di tutti, ma per lo spirito. Ed è una cosa genuina, quando c’è trascende la musica stessa,  una componente intangibile, ma la riconosco e l’ho percepita in altre band. Ricordo la prima volta che me ne sono davvero accorto. È stato anni fa ad un festival in Belgio, ho visto Otis Clay ed aveva una band di Chicago, conoscevo alcuni dei musicisti, gente che aveva suonato con Koko Taylor…una band fantastica, c’era una trombettista e ricordo che li vedevi tutti felici e orgogliosi di essere lì a suonare. Era qualcosa da vedere. La volta successiva che ho visto Otis, un paio d’anni dopo, non c’era più quella band, aveva la Hi Band, coi fratelli Hodges, un gruppo imbattibile, che aveva inciso tutti quei grandi dischi. E sono stati ottimi, perfetti, ma non avevano lo stesso spirito. Anche quando hai gente al vertice dell’eccellenza è diverso se non ci mettono il cuore.

Rick Estrin & The Nightcats ph. Steve Jennings

A proposito di vertici, vedere la band di Muddy Waters dal vivo, dev’essere stato uno di essi per te da ragazzo. In quel gruppo c’erano Luther “Snakeboy” Johnson e Paul Oscher.

Oh certo, ascoltarli mi ha cambiato la vita. E parlo dell’effetto complessivo. Ora sono più vecchio, ho più esperienza e comprensione delle varie componenti che occorrono. Hai citato Snake e beh lui era un chitarrista davvero grande, aveva un suo stile che si combinava perfettamente con Muddy, il suo modo di suonare non era proprio di linee di basso, piuttosto suonava le corde basse in modo da intrecciarle con quel che faceva Muddy. Lui e Snake avevano un qualcosa di unico e bellissimo insieme, sai tutti parlano di Muddy e Jimmy Rogers…ma Snake aveva un suo stile ed era proprio forte. Quella sera lui e la band sono stati tutto questo per me. Credo di aver già avuto idea di quel che avrei voluto fare, ma loro mi hanno dato qualcosa verso cui tendere, hanno messo a fuoco le cose. Mi sono successe tante cose in un periodo di tempo relativamente breve che hanno modificato totalmente la direzione della mia vita.

 È stato in quel periodo che sei diventato amico di Rodger Collins?

Si, poco dopo. Quando ho visto Muddy ho conosciuto Paul Oscher e siamo diventati amici.  Probabilmente avevo diciassette anni. A diciotto ho avuto il mio primo concerto da professionista, in apertura a ZZ Hill al Long Island club, lì ho incontrato Rodger Collins e Fillmore Slim. Anche incontrare loro mi ha cambiato la vita.

 E Rodger è diventato una sorta di mentore per te?

Oh assolutamente e siamo ancora amici oggi. Ha ottantatre anni e Fillmore Slim ottantanove. Travis Phillips è un altro. Era nella band di Fillmore, ecco come ci siamo conosciuti. Purtroppo è morto nel 1971 o ’72,  fosse vissuto più a lungo avrebbe potuto avere una bella carriera, era un gran chitarrista e cantante. Travis era un mostro! Ho incontrato Freddie King una sera quando vivevo a Chicago, era un bravo tipo, è stato quando incideva per la Shelter, gente del giro rock e suonava in posti più grandi. Era a Chicago e TJ McNulty, che era stato suo batterista agli inizi, quando formavano un trio con anche Big Mojo Elem, aveva un bar. Conoscevo Big Mojo, avevamo suonato insieme nella band di Sam Lay, e lui mi disse che Freddie avrebbe suonato al locale di TJ, una taverna su Roosevelt Road, nel West Side. Ci sono andato e ho incontrato Freddie fuori dal locale durante una pausa. Gli chiesi se conoscesse Travis dal Texas. Travis era di Houston. Lui si illuminò e disse, “amico, la prima volta che sono arrivato a Houston Travis aveva la miglior band in città!” E molte altre persone a cui ho chiesto di lui hanno avuto la stessa reazione. L’ho chiesto a Lazy Lester e lui mi ha detto, “mi sono sempre chiesto che fine avesse fatto quel tipo” e poi ha cominciato a fare l’imitazione di Travis mentre suonava. Travis non guardava mai le dita, il suo sguardo era o fisso davanti a sé o verso l’alto.

Sei diventato amico anche di Jerry Portnoy allora?

Era il periodo in cui suonavo con Travis e Fillmore in California. Ero in un negozio di dischi e anche lui era lì. Stava cercando i dischi di blues e abbiamo cominciato a parlare, “anche a te piace questa roba?” All’epoca non era popolare. E siamo diventati amici. Stavamo entrambi cercando di imparare a suonare l’armonica e ci siamo aiutati a vicenda per un po’. Veniva a sentirmi quando suonavo. Poi dovette tornare a Chicago, suo padre si era ammalato e morì poco dopo, aveva avuto un negozio di tappeti su Maxwell Street in passato. E così Jerry mi mandava cartoline da Chicago, mi scriveva “amico, non ci crederai è pazzesco ho suonato con gli Aces…” Poi credo che la mia ragazza abbia finito il senso dell’umorismo e si sia liberata di me…in qualche modo convinsi un’altra ragazza a pagarmi  un biglietto aereo per Chicago! Mi ricordo la prima volta che andai al Theresa’s, Jerry ed io finimmo nella macchina di Billy Boy Arnold con Louis Myers…solo ascoltarlo parlare, raccontare tutte queste storie su Little Walter e gli altri personagggi, era come…

 …bambini in un negozio di dolci!

Oh di sicuro! Mi sento fortunato ad aver potuto conoscere alcune delle persone più straordinarie che siano mai vissute in un tempo in cui erano ancora attive. Una vita incredibile.

Per un po’ di tempo hai fatto avanti e indietro da Chicago.

Sì, non sapevo cosa avrei fatto…ero tornato in California, avevo anche un problema di droga. Ero un ragazzo incasinato, confuso. Alla fine del 1975 ero a San Francisco e andai ad un concerto, suonava Luther Tucker e lì ho visto Little Charlie. Ci eravamo conosciuti due anni prima e avevamo parlato di mettere su una band insieme un giorno. Era un armonicista al tempo, ma aveva imparato a suonare la chitarra in quello stile, sai quello di Robert Lockwood e Louis Myers…mostrava ai chitarristi come suonare dietro un armonicista.  A quel concerto quando lo rividi mi disse che si era trasferito a Sacramento, prima viveva a Berkeley, California. E aveva una band lì, stava lavorando sulla chitarra. Mi scrisse il suo numero di telefono, dicendo di chiamarlo tra sei mesi, forse sarebbe stato pronto a suonare insieme. Qualche mese dopo non me la stavo passando bene, vivevo nel Tederloin District  a San Francisco, la mia ragazza era una prostituta, era una brava persona, ma ecco il tipo di vita che conducevo…successe un episodio e mi resi conto che ero stufo di me stesso, di vivere in quel modo, di quel che stavo facendo. Mi sono infuriato e ho deciso di cambiare. Mi è tornato in mente quella scatola di fiammiferi con su il numero di Little Charlie, sono salito su nell’appartamento e per qualche ragione sapevo dove fosse. L’ho chiamato e abbiamo parlato. Aveva pochi concerti, ma presi un Greyhound fino a Sacramento e abbiamo suonato insieme e la cosa sembrava promettente. Sono tornato a San Francisco e due settimane dopo presi un altro Greyhound per un altro concerto. Poi abbiamo pensato di provarci davvero e così la volta successiva che venni qui in Greyhound ho deciso di restare. E sono qui da allora. Sacramento, specialmente a quei tempi, era una piccola città ed era qualcosa di cui avevo bisogno per rallentare.

Qualche mese fa ho parlato col tuo amico Marcel Smith, vi conoscete da quarant’anni.

Oh voglio molto bene a Marcel, ci siamo conosciuti qualche tempo dopo…noi avevamo iniziato ad avere una certa notorietà a livello locale. Marcel era ancora nel gruppo gospel e al contempo cantava R&B nei Soul Prophets, a loro volta noti a livello locale. L’ho visto lì per la prima volta e ne rimasi sbalordito. Probabilmente aveva solo 22 anni eppure era un uomo maturo, sembrava venire da vent’anni prima. Al tempo, metà anni Ottanta, i cantanti di soul  cantavano come Charles Wilson della Gap Band, che va benissimo ma è uno stile di canto molto diverso, che ha avuto inizio, probabilmente, con Stevie Wonder. Marcel invece veniva dalla vecchia scuola di Sam Cooke, Ira Tucker, Archie Brownlee…era sensazionale. È una bella persona e sono contento che riceva un po’ di attenzione. Quando mi sono trasferito qui, Marcel cantava in chiesa, Johnny Hearstman invece suonava ogni settimana nei locali.

Rick Estrin & The Nightcats ph Steve Jennings

Com’è nato il tuo coinvolgimento con Jim Pugh e la Little Village Foundation?

Penso che la Little Village fosse soltanto un’idea, poi è successo che ho incontrato Wee Willie Walker…Una mia amica, Julia Schroeder,  vive a Minneapolis, una sera suonavamo lì e dopo il soundcheck mi ha detto, “ti porto a vedere Willie Walker”.  Così siamo andati a un happy hour in un bar di quartiere, c’era solo lui e un chitarrista. Mentre la gente chiacchierava c’era questo tizio che conoscevo dai dischi, ma non avevo idea se cantasse ancora. Tanto è vero che quando Julia me lo propose le dissi, “ma parli del  Willie Walker di From Warm To Cool? Quel Willie Walker?”. E lei ha detto di si. Tornato al club ne ho parlato a Kid, e lui  ha Greaseland…così ci siamo detti, facciamo un disco con questo tipo! Ecco cosa è accaduto. Jim ha suonato nel disco e stava pensando di avviare qualcosa come una fondazione no-profit. Realizzare quel disco è stato l’avverarsi di un sogno. Ho selezionato alcune canzoni e gliele ho mandate, lui ha scelto quelle che gli piacevano. Ho anche un paio di mie canzoni sul disco e qualunque idea io o Kid avevamo l’abbiamo potuta mettere in pratica. E avevamo uno dei più grandi cantanti soul viventi, la gente non si rende conto di quanto fosse bravo. Quando stavamo mixando il disco ascoltando le varie take o passaggi, beh erano tutti perfetti, non sapevamo deciderci su quali usare, erano ottimi. E pensare che stava leggendo i testi perché erano tutti pezzi nuovi per lui, eppure cantava come se avesse il cuore spezzato…quanto a performance vocale era geniale. E una persona meravigliosa. C’è questa soul ballad che avevo scritto, “What Love Can Do”, che è anche una buona canzone, ma mentre lo osservavo cantarla dall’altra parte del vetro avevo la pelle d’oca…quando ha finito l’ho abbracciato e aveva le lacrime agli occhi. Che bella persone e che cantante straordinario.

Da allora in avanti hai preso parte a diverse altre registrazioni apparse su Little Village e realizzate a Greaseland, come Sonny Green, John Boyd, Alabama Mike, Marcel Smith…sembra proprio una cosa comunitaria.

Lo è davvero. Per alcuni ho avuto un ruolo maggiore che per altri, Marcel per esempio, lo conoscevo e sono stato io a portarlo da Jim, perciò specialmente per il suo primo ho avuto una parte maggiore. John Boyd lo conosceva Kid, io ero lì e volevo semplicemente dare una mano. Per quanto riguarda Alabama Mike sono un suo fan, per me è un grande autore e un cantante clamoroso, un performer originale. Registravo in studio da molto prima di conoscere Kid, ma con lui è una esperienza diversa, la sua personalità è rilassata e al contempo efficiente, non butti mai via del tempo. E poi ha un gran cuore e mette a suo agio tutti e questa cosa, come si sente la gente, è molto importante in uno studio di registrazione.

Anche altri artisti oltre a Willie Walker hanno inciso tue canzoni, che sensazione è quando succede?

Oh l’adoro, penso sia una gran cosa. Ma non è accaduta così spesso. Robert Cray ne ha incisa una molto tempo fa, John Hammond un paio di altre, Koko Taylor è stata grande e Tia Carroll ha ripreso la stessa canzone di recente. È stato forte, anche lei è una ottima cantante. Frank Bey ne ha sua volta incise alcune, la sua scomparsa è stata una grossa perdita. Mi piacerebbe che più persone le incidessero! Mi piace molto scrivere canzoni, puoi fare una grande performance ma poi finisce, mentre una canzone resta quello che è, puoi interpretarla diversamente, ciò che stai cercando di dire è ancora lì.

Tutti i vostri dischi sono usciti su Alligator, che differenza trovi oggi, con così tanta storia alle spalle,  rispetto ai vostri inizi negli anni Ottanta?

Ora è molto diverso. Intanto Bruce ha molta fiducia in Kid per la realizzazione di un disco, non sente la necessità di essere coinvolto da vicino. Questa è già una differenza. All’epoca eravamo un gruppo nuovo, il blues stava riemergendo quanto a popolarità e per una band locale firmare per Alligator, la più importante etichetta  nel mondo del blues, era una cosa da favola. Il nostro primo album aveva dieci canzoni, cinque di esse erano cover. Capii ben presto che sebbene non stessi scrivendo molte canzoni, avrei scelto canzoni che la gente non conosceva molto, così se alla gente fosse piaciuta  avrebbero dovuto venire a sentire noi. Non volevo comprendere come funziona la scrittura, o meglio il lavoro che richiede. Così scrivevo una volta l’anno. Dopo l’uscita del primo disco abbiamo cominciato a girare il mondo e quella è stata una nuova esperienza. Quando è arrivato il momento di incidere un altro disco avevo bisogno di scrivere canzoni, è come un parcometro in cui deve sempre mettere soldi…ho imparato a lasciarmi andare e mettere in moto le cose, il processo di scrittura è lavoro ma è anche divertente. È una cosa splendida da fare come lavoro.

Qualcuno ti ha dato dei consigli di scrittura?

Oh sì, Rodger Collins per esempio. Mi ha mostrato cose decenni prima, ho visto quale fosse il suo atteggiamento…aveva sempre le orecchie aperte per idee, stava sempre lì con la testa. Ho imparato a scrivere cose con cui la gente possa identificarsi, deve essere interessante e dal punto di vista metrico deve essere solida lungo tutta la canzone…ci sono molte cose. Continuava a rifinire e limare il testo. Ho visto come faceva. Una delle prime canzoni che ho scritto per Little Charlie è stata “TV Crazy e all’epoca non pensavo avremmo mai fatto un disco, però era una buona canzone secondo me e al pubblico piaceva quando la suonavamo nei club. Un mio amico, Troyce Key, che aveva l’Eli’s Mile High club, aveva un gruppo con JJ Malone. Avevano inciso un disco per l’etichetta inglese Red Lightnin’. E mi venne in mente che forse Troyce avrebbe potuto fare un buon lavoro con quella canzone, forse inciderla per il disco successivo. Così sono andato all’Eli’s, era ancora giorno e la sera avrebbe suonato Percy Mayfield. Era lì fuori dal locale con Percy, era  una bella giornata ed era anche la prima volta che conoscevo Percy. Ho fatto sentire la canzone a Troyce, solo cantandola  e Percy ha cominciato a cantare il ritornello, si divertiva e alla fine mi ha detto, “l’hai scritta tu? È una bella canzone!”. Quello è stato un bel riconoscimento venendo da lui. Mi interessano le canzoni, la scrittura, è magia, una delle ragioni per cui Alabama Mike è speciale. E possono venire da qualsiasi parte, la mia immaginazione, qualcosa che ho sentito da qualcuno…quando ho bisogno di scrivere per un disco sono più focalizzato, talvolta mi serve la pressione. Pensavo di dover essere ispirato, col tempo ho imparato che posso indurre l’ispirazione, ma bisogna lavorarci su.

Rick Estrin & The Nightcats ph Steve Jennnings

A volte hai scritto con altri, Dave Alvin per esempio.

Si, con Dave Alvin e con un altro mio amico ho scritto alcune canzoni ai primi tempi, Donnie Woodruff. Questi due sono quelli coi quali è stato più facile scrivere. Donnie era un grande autore, era più sul versante soul/R&B e un gran cantante. E capiva il blues per via di suo padre. Avevamo una specie di tacito accordo, se era una mia canzone e mi stava aiutando, mi proponeva varie idee e non se la prendeva se non mi piacevano, continuava a farlo finché non ne trovava una che mi piacesse. Lui era un artista R&B su RCA Victor e talvolta gli davo una mano io ed era lo stesso, non c’era nessuna questione di ego, eravamo entrambi fan l’uno dell’altro e la cosa ha funzionato. Anche lavorare con Dave Alvin è stato facilissimo, comprende a fondo la scrittura e il blues, perciò capiva dove stavo andando. Avevo alcune canzoni su cui, per qualche ragione, ero bloccato. Dovevo finirle per un disco ma non le sentivo. Così gliele ho mostrate e lui ha detto, “oh, certo posso lavorarci”. Ed è venuto fuori con altre parti, su altre invece abbiamo lavorato insieme. È un verso scrittore. Con altre persone ho provato a scrivere ma, senza fare nomi, è stato più difficile.

Un paio le hai scritte anche con il tuo amico Joe Louis Walker, lui figura come produttore  di un vostro disco di molti anni fa.

Oh si e un’altra è sul disco precedente, “Resentment File”. L’ho scritta io ma viene da una cosa che ha detto Joe. Ci sono altri due autori su quel pezzo oltre a me. L’altro è Joe Russo, che ha scritto diverse canzoni per Elvin Bishop. Credo che Joe (Russo)  si sia trovato a discutere con la sua ragazza e Joe (Louis Walker) abbia detto qualcosa come, “oh amico finirai nel file risentimento per aver detto questo”. Me l’hanno raccontata ed io ho finito la canzone, avevo ben chiaro come sarebbe andata quella storia. Ho incontrato Joe la prima volta ai tempi in cui suonavo con Fillmore Slim e Travis Phillips, per quasi un anno il nostro ingaggio regolare, cinque sere a settimana, era al Playpen club. Ma, sai, Fillmore era un pappa e a quel tempo molti uomini partivano per andare a lavorare in Alaska ad un oleodotto. Così prese un po’ delle sue ragazze e andò in Alaska anche lui. La musica non era la sua entrata primaria, quindi lasciò il gruppo. Travis tenne insieme la band e sei mesi dopo Fillmore tornò e c’era Joe con lui, disse che era il suo nuovo chitarrista. Ecco come ci siamo conosciuti. Eravamo entrambi teenagers, era il 1967 o ’68 era grande già allora, è pieno di talento, sa fare cose diverse, tanti non lo sanno nemmeno. Una volta mi ha invitato a questo festival Mustique nei Caraibi, con un sacco di gente ricca, il tizio del catering, un giamaicano appassionato di musica, si è messo a fare rap freestyle e Joe gli rispondeva improvvisando al momento in patois giamaicano. Chi pensava sapesse farlo? Un cosa stupefacente.

 


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