Stephanie Ghizzoni – Intervista

IL FAVOLOSO MONDO DI STEPHANIE, FRA MUSICA, COLORI, TELE e PENNELLI di Silvano Brambilla

 

Non si può rimanere indifferenti quando ci si imbatte in Stephanie Ghizzoni. E’ un personaggio singolare, una sorta di Marie Laveau senza (?) poteri magici, ma comunque ammaliante. Ha due occhi grandi e uno sguardo trasparente ed espressivo, dove non si fatica ad intravedere la bontà e la sensibilità che albergano nel profondo della sua anima e la passione per quello che fa, divisa fra le sonorità di New Orleans e personali tocchi di pennello su tela. Nel tempo abbiamo seguito la sua costante crescita, artisticamente parlando, e oggi una chiacchierata con lei ci sembrava d’obbligo per conoscerla più da vicino.

La tua attenzione è nata prima per la pittura o per la musica? E’ nata prima per la pittura. Ho sempre dipinto fin da bambina. Ho fatto degli studi specifici frequentando il liceo artistico, dopodiché mi sono iscritta alla Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano. Perciò sì, la pittura. Poi, circa nel 1997, è nata la passione per il blues mentre frequentavo il primo anno a Brera, grazie ad un personaggio molto noto della scena blues italiana, Giancarlo Trenti della Slang Music. Essendo della stessa città, sono capitata casualmente ad un concerto di Gospel in una chiesa durante il periodo natalizio, di Robin Brown & The Triumphant Delegation, dove non ho fatto altro che piangere dall’inizio alla fine. Lì è cominciato tutto, perché dopo il concerto sono andata dall’organizzatore, il suddetto Trenti a chiedere se ci fossero in programma altri concerti. Chiacchierando con lui ha notato la mia intraprendenza e, a suo dire, un bell’aspetto, e mi ha chiesto perché non faccio la presentatrice ai suoi concerti e al Nave Blues Festival. Ho colto l’occasione al volo e ho iniziato a conoscere un sacco di gente, da Andy J. Forest, a Marva Wright, da Charlie Musselwhite a Robben Ford, ecc. Appassionatami alla musica, ho iniziato anche a cantare e sempre Trenti chiedeva ai gruppi di chiamarmi sul palco.

Cosa trovi nella pittura che non c’è nella musica e viceversa? Sono due lati di me che corrono in parallelo, ma in contrasto. Mi spiego meglio. La pittura è un’arte assolutamente individualistica, intima, solitaria. A parte qualche volta dove sono stata invitata a dipingere durante un concerto, dove è stato emozionate ma allo stesso tempo mi ha messo un po’ a disagio, perché è una cosa che solitamente faccio nella mia stanza, da sola e spesso in silenzio, dunque senza neanche la musica. Poi c’è l’altra parte di me che ha bisogno dell’energia del pubblico e dell’approvazione istantanea. Per riassumere, diciamo che la musica libera quella parte della mia anima estroversa e con la voglia di condividere, mentre la pittura è la parte più intima.

Da un tuo dipinto hai poi tratto ispirazione per una canzone, musica e testo, e da una canzone hai poi tratto ispirazione per un dipinto? In realtà no. Voglio essere sincera, credo di essere “esplosa” nella musica come cantautrice, scrivendo testi prima per gli Alligator Nail ed ora per Bayou Moonshiners (…)  [continua a leggere nel n° 140– settembre 2017]