Summer Jamboree 2026 – Senigallia (31 luglio – 9 agosto)
Se le vostre ginocchia vi stanno chiedendo formalmente il divorzio, congratulazioni: avete ufficialmente vissuto il Summer Jamboree 2026, l’evento che trasforma Senigallia nella capitale europea del Rock’n’Roll e dello Swing degli anni ’40 e ’50 con tutto il suo pacchetto completo: il Dance Camp & Boot Camp, il Vintage Market, l’Oldtimers Park, il Dopofestival alla Rotonda a Mare and more. Quest’anno dal 31 luglio al 9 agosto 2026 è stata l’occasione ideale per mettere da parte gli smartphone e viaggiare nel tempo tra mercatini vintage, macchine d’epoca, pin-up, brillantina e camicie hawaiane (a volte assurde) per godervi la vacanza più calda e rock’n’roll del pianeta. Se al contrario avete preferito il divano alla brillantina: siete ufficialmente rimasti fermi nel 2026, mentre Senigallia ha appena finito di fare baldoria! Pentitevi quindi, ma non disperate! Avete esattamente un anno di tempo per rimediare. La DeLorean del Summer Jamboree tornerà a scaldare i motori la prossima estate… Vietato mancare due volte di fila! Però, visto che abbiamo un cuore d’oro, non vogliamo lasciarvi a bocca asciutta; ecco quindi un assaggio delle nostre sensazioni nel racconto dei concerti a cui abbiamo assistito! .. Non tutti ahimè!
HERA STAGE / Giardini Rocca
Eddy y Los Grasosos
Una graffiante identità latina è arrivata in città! L’esibizione dei messicani Eddy y Los Grasosos si rivela un travolgente avventura che proietta gli spettatori nel cuore del rockabilly statunitense degli anni cinquanta. Capitanato dal carisma di Eddy, questo gruppo originario di Città del Messico si conferma un punto di riferimento assoluto per gli amanti del rock’n’roll in lingua spagnola, grazie a uno spettacolo ricco di dinamismo, impatto visivo e tanto sudore. Tra camicie rosso fuoco e acconciature scolpite nella brillantina, stabiliscono un contatto immediato con la platea. A dettare il ritmo è il battito incessante e ipnotico del contrabbasso, che fa da fondamenta a una scaletta strutturata con intelligenza; interessantissima la rilettura di “Be My Baby”, il famosissimo brano delle The Ronettes. Lo show mescola infatti i grandi inni del passato, modernizzati da un’esecuzione muscolare, a composizioni inedite cantate in spagnolo; una scelta stilistica che dona alle tracce un calore esotico e un’autentica atmosfera di strada. In questo contesto, la vocalità vigorosa del frontman dialoga costantemente con assoli fulminanti di chitarra che pagano il dovuto tributo a leggende del calibro di Chuck Berry e soci. Il vero elemento distintivo della formazione risiede però nella sua anima bipolare: se da un lato gli arrangiamenti restano filologicamente legati alla vecchia scuola, dall’altro l’energia interpretativa mostra una freschezza tipica del punk, sprigionando tutta la natura della vivace scena alternativa messicana.
Sean “Mack” McDonald

Sean McDonald – Foto di Simone Bargelli
C’era molta elettricità nell’aria per il live di Sean “Mack” McDonald, giovane talento di Augusta (Georgia) già finito sotto i riflettori grazie all’album “Have Mercy!” e ai tanti premi vinti. Dal vivo, le promesse del disco si sono trasformate in una solida realtà: McDonald si muove con la maturità di un veterano tra jump blues anni ’40, Texas swing e squarci di viscerale gospel. La sua forza sta nell’equilibrio. Lontano anni luce dai cliché dei lunghi assoli autocelebrativi, il chitarrista sfoggia uno stile a nota singola ispirato a giganti come T-Bone Walker e B.B. King. La sua formula è essenziale ma letale: sa graffiare al momento giusto per poi fare un passo indietro e lasciare spazio al groove della band dove ritroviamo il sempre bravo Marco Meucci al piano. A questa precisione chirurgica si unisce una voce da tenore calda e vellutata, sorprendente per estensione e controllo emotivo. Il concerto è un viaggio perfetto tra inediti e cover arrangiate con classe, come una vibrante “My Soul” e il suo mix tributo a Chuck Berry. È proprio questa freschezza che permette a McDonald di conquistare anche i puristi del genere. Il suo live dimostra che le radici della musica americana non sono un museo polveroso, ma una filosofia viva e attuale, capace di rigenerarsi attraverso il talento e l’inventiva. Il festival mette a segno un’altra straordinaria esclusiva, regalando al pubblico uno dei momenti più alti e memorabili di tutto il cartellone di quest’anno.
Jessie Gordon

Jessie Gordon – Foto di Simone Bargelli
Con la sua essenza puramente jazz, l’artista evoca un fascino e un’eleganza d’altri tempi. La sua presenza scenica, sensuale e magnetica, domina il palco, mentre la complessità del linguaggio musicale viene continuamente alleggerita da una travolgente ironia. A rendere la performance memorabile è la sua forte impronta narrativa e teatrale: anziché limitarsi a eseguire i classici dell’American Songbook, la cantante li reinterpreta con uno sguardo critico e contemporaneo. Mette a nudo i cliché e le dinamiche di genere ormai superate dei vecchi testi jazz, ne “riscrive” il clima con arguzia tagliente. Tra un brano e l’altro, esprime tutta la sua leggerezza attraverso passi di danza, mentre la platea non può che ammirare la sua bellezza correlata anche da una simpatia contagiosa e da battute improvvisate e sorrisi inebrianti. Riesce a ricreare l’atmosfera intima di un club d’epoca in cui il pubblico che diventa parte attiva dello show. Tante originali tra blues, jazz e rhythm blues; piace la sua versione di “As Long As I’m Moving” di Ruth Brown e lo standard jazz “I Love Being Here with You”. Infine va evidenziato il supporto del Don Diego Trio, realtà nota per i frequentatori di Senigallia. La qualità della band è un punto di riferimento per gli amanti del country e dell’honky tonk, ma ascoltarli in un contesto così distante dal loro habitat naturale è stata una sorpresa esaltante, a testimonianza della loro indiscutibile versatilità e professionalità. Un’esperienza fuori dagli schemi, unica e imperdibile, una delle più riuscite di questa edizione.
Seven Seas Orchestra

Seven Overseas Orchestra – Foto di Simone Bargelli
“Non tutte le ciambelle riescono col buco”, recita il famoso detto, ma non per questo sono meno buone. La Seven Seas Orchestra – progetto musicale nato sulle sponde del Lago Maggiore – è specializzata in jazz, swing degli anni ’20 e ’30 e nelle sonorità della Golden Age. Il collettivo fonde look e strumenti vintage con una scaletta che viaggia tra i classici del dixieland, il ragtime e le radici della musica creola. Durante l’esibizione ai giardini della Rocca, la band è apparsa parzialmente fuori contesto, in una location dove il pubblico predilige ritmi incalzanti e groove accesi. La proposta, caratterizzata da una certa staticità e distante da atmosfere ballabili, è risultata poco affine allo spirito del luogo. La giovane età gioca tuttavia a loro favore, offrendo il tempo necessario per affinare il sound in ambiti più consoni; eccellente, in ogni caso, la reinterpretazione di “Minnie The Moocher” di Cab Calloway.
Gone Hepsville
Dimenticate la nostalgia fatta di ricordi; i Gone Hepsville prendono gli anni ’50 e li catapultano nel presente a colpi di pura personalità. Quest’ottima formazione arrivata dalla Repubblica Ceca non si limita a suonare il rock ‘n’ roll, ma lo vive con una freschezza e una spinta propulsiva che lasciano senza fiato dal primo all’ultimo accordo. Il segreto del loro impatto live risiede in una sezione ritmica affiatata e in un dialogo costante tra gli strumenti. Il repertorio spazia da brani originali scritti con un’autenticità disarmante a classici del jive ri-arrangiati con una forte carica esplosiva ma mai eccessiva. Non c’è spazio per la nostalgia statica o per il semplice esercizio di stile; la band dimostra un’intesa ben rodata, frutto di oltre dieci anni di palcoscenici condivisi, ma ciò che arriva dritto al cuore è la loro gioia pura nel fare musica. Quello dei Gone Hepsville è un’iniezione di energia di stile, una celebrazione gustosa e divertentissima della musica più allegra al mondo. Se cercate il vero spirito del rock ‘n’ roll, questo sestetto ne detiene le chiavi.
TRENITALIA STAGE / Piazza Garibaldi
Gina Haley

Gina Haley – Foto di Simone Bargelli
Essere figlia d’arte porta con sé il peso di un’aspettativa inevitabile, a maggior ragione quando il cognome che si porta sulle spalle è Haley. Eppure Gina dimostra fin dalle prime note una personalità dirompente, capace di conquistare la scena con un carisma autentico e di trasportare all’istante il pubblico nel cuore ruggente degli anni ’50. Tra ritmi boogie-woogie incalzanti e sezioni di fiati graffianti, la sua presenza sul palco è un concentrato di dinamismo e pura energia, in cui un’attitudine vintage e rigorosa si fonde perfettamente con un approccio fresco, moderno e travolgente. A rendere unico lo spettacolo, esclusiva italiana per il SJ, è anche la sua straordinaria versatilità vocale: un timbro caldo e soulful che le permette di spaziare con disinvoltura dai classici del rock ‘n’ roll e del rhythm & blues fino alle sfumature più intime del country. Ottime le versioni di “Mamma, He Treats Your Daughter Mean”, celebre cavallo di battaglia di Ruth Brown e “See See Rider”, standard blues inciso da icone come Ma Rainey, Big Mama Thornton. In questo viaggio musicale diventano poi immancabili e profondamente emozionanti i momenti tributo al padre Bill Haley, dove brani iconici come “Shake, Rattle and Roll” e “Rock Around the Clock” trasformano il concerto in una grande festa collettiva, capace di unire il rispetto rigoroso per la storia della musica a un’irresistibile carica festosa. Così, la straordinaria capacità di far ballare persone di ogni età non si affida semplicemente alla notorietà dei pezzi o all’effetto nostalgia, ma nasce dalla passione travolgente e dalla naturalezza con cui Gina si riappropria di questo repertorio, regalandogli ogni volta una nuova vita. Nota di merito alla band che l’ha accompagnata; Marco Di Maggio e i suoi Friends, un lavoro difficile il loro ma sempre impeccabile.
Les Greene
Quando l’eccesso ha un riscontro positivo, il nome è presto fatto: Signori e signore… Les Greene! Non ci sono mezze misure quando sale sul palco lo showman di Baltimora; nei movimenti, nella teatralità, nel vestiario, del concedersi ma soprattutto nella sua potente vocalità… tutto con Les è spinto al massimo; basti pensare che dopo tre minuti dall’inizio del set già si era catapultato in mezzo al pubblico. Sa come intrattenere e sa quello che il pubblico vuole e con astuzia e mestiere tiene sempre alta l’attenzione dei presenti. Ma la cosa che conquista di più è la sua capacità di rimanere un personaggio autentico e spontaneo, nonostante una presenza scenica studiata al millimetro. Eravamo stati facili profeti quando, dopo la performance della passata edizione, avevamo previsto che non avremmo dovuto attendere molto per un suo ritorno al Summer Jamboree. Greene replica in gran parte la proposta musicale del suo debutto marchigiano: chiunque fosse curioso di approfondire, non deve fare altro che ripescare il nostro racconto del 2025.
The Extraordinaires

The Extraordinaires – Foto di Simone Bargelli
Il ritorno dei The Extraordinaires al SJ è un cerchio che si chiude. C’erano già quando il festival muoveva i primi passi – ospiti storici della seconda edizione – e oggi riaccendono quel palco con la stessa identica fiammata. Il quintetto non si limita a esibirsi: scatena un vero e proprio party a cielo aperto fatto di puro groove, vocalità pazzesche e ritmi impossibili da non ballare. Il segreto del loro elisir di giovinezza? Una tempesta di rhythm & blues, soul e pietre miliari del passato che azzera il peso degli anni e travolge il pubblico. In prima linea c’è una voce solista d’altri tempi – brillante, calda e limpida – che si fonde con cori polifonici ben strutturati, capaci di far vibrare ogni singolo ritornello direttamente sotto la pelle. Dimenticate le pause superflue o i discorsi logoranti: grazie al supporto impeccabile dei Good Fellas, la scaletta corre via come un treno ad alta velocità (visto il palco), legando ogni traccia alla successiva senza un attimo di tregua Quello che va in scena in Piazza Garibaldi non è un semplice concerto, ma un abbraccio collettivo tra vecchi amici, un’esplosione di pura euforia che ha contagiato l’intero popolo del rock and roll.
Albert Lee

Albert Lee – Foto di Simone Bargelli
Non si diventa “il chitarrista dei chitarristi” (così lo chiamano i colleghi) per caso. Che la fama che precede Albert Lee sia del tutto meritata lo abbiamo capito chiaramente durante gli ottanta minuti di uno show memorabile. Non importa la carta d’identità: quando questo monumento della musica britannica sale sul palco, unisce la freschezza di un esordiente al carisma di chi ha letteralmente riscritto le regole della chitarra country-rock. Cercare paragoni con altri eroi delle sei corde è del tutto inutile, perché la sua transizione tecnica è su un altro pianeta. Davanti a lui si può solo prendere appunti: è il re assoluto dell’hybrid picking – la micidiale combinazione di plettro e dita della mano destra – e del chicken picking. Da sotto le sue dita escono valanghe di note che corrono a velocità folli, eppure il suono non impasta mai; ogni singolo tocco resta nitido, pulito, cristallino. È la firma inconfondibile di una leggenda vivente e vista l’età e i “trentotto gradi all’ombra” gli si perdonano facilmente alcune sbavature nel tempo. Ma il vero miracolo dello show non è solo il virtuosismo da capogiro, bensì l’assoluta umiltà dell’uomo sul palco. Lee suona per il puro gusto di farlo e per far stare bene chi lo ascolta, complici un sorriso perennemente stampato in faccia e quel tipico, irresistibile aplomb inglese. Impossibile non farsi contagiare da un entusiasmo così sincero, persino per chi non mastica rockabilly o country. Il live diventa così una festa e un tributo ai grandissimi con cui ha condiviso lo studio e i palchi di tutto il mondo. E tra un omaggio a Elvis, una gemma degli Everly Brothers, i punti fermi “Spellbound”, “Tear It Up” portata al successo da Johnny Burnette e classici di Fats Domino, la certezza è una sola: questo concerto resterà nella storia del festival.
Jad Tariq

Jad Tariq – Foto di Simone Bargelli
Jad Tariq è un chitarrista fenomenale! Jad Tariq è un musicista straordinario! Jad Tariq è un artista completo! Se non lo avete ancora capito il finale di questa edizione è stata la classica ciliegina su una torta già abbondante e dolcissima. Origini libanesi e input musicali giovanili che inglobano la musica araba e il rock americano… il risultato? Un garbo e un gusto melodico fuori dal comune in un tormento di rhythm and blues, swing e blues dai colori jazzati e un linguaggio squisito, mai esagerato. Less Is more… tanto per essere chiari… c’è solo da imparare! Tante le originali, anche da un album che arriverà a breve e alcune cover saggiamente rilette. Compagni di viaggio per l’occasione, i Good Fellas in forma strepitosa hanno contribuito a creare un’atmosfera magica per una serata che nessuno avrebbe voluto veder terminare. Ma c’è quel non so che di malinconia anche nello stile di Jad che racchiude tutte le emozioni contrastanti tipiche di un viaggio solitario coast to coast, che potremmo paragonare a questi dieci giorni di festival evaporati più in fretta della birra al primo concerto. Una performance di spessore per un artista di rara eleganza e un finale di alta scuola!
In conclusione…
È tempo di affrontare la triste realtà. Dopo più di una settimana passata ad ignorare il presente, in mezzo a una tribù di circa 400 mila amici, rimettersi delle sneaker normali e incrociare qualcuno senza un ciuffo scolpito nella roccia sembra quasi illegale. Questa ventiseiesima edizione si chiude così: con le anche che cigolano a ritmo di swing, il conto in banca che piange (come sempre) e la consapevolezza che a Senigallia si sono consumati più barattoli di brillantina che bibite ghiacciate. Se cercate un festival intimo e tranquillo, avete decisamente sbagliato pianeta. Se invece volete far parte del più glorioso e affollato delirio collettivo d’Europa, volando nel 1955 con l’inflazione del 2026, ci vediamo il prossimo anno… “Let the good times roll” o forse più giusto urlare “Go, Johnny, go!”!
Simone Bargelli









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