Tinsley Ellis

Tinsley Ellis – Back to the Acoustic Roots

di Matteo Bossi

Avevamo già avuto modo di parlare con Tinsley Ellis (Il Blues n. 158), poco più di due anni addietro e lo abbiamo ritrovato con piacere per dare seguito a quella conversazione, nell’imminenza dell’uscita del suo nuovo album. Si tratta, per la prima volta nella sua lunga carriera, di un disco acustico e solitario, “Naked Truth” (Alligator), una dimensione in cui si è immerso con la passione e l’entusiasmo dello studente.

L’ultima volta che abbiamo parlato dicesti che il tuo prossimo album sarebbe stato o un disco acustico o uno di cover di canzoni del passato. Questo è quello acustico.

È così. Terrò il disco di cover che mi hanno influenzato per un’altra volta. Questo è un album che ho sempre voluto fare e i fan mi chiedevano da tempo. Sto suonando in questo format e mi piace molto, trovare una connessione col pubblico, il piacere di suonare le mie canzoni e raccontare come le ho scritte…storie vere. E nel disco oltre a nove canzoni nuove ce ne sono tre che sono parte dei miei concerti, una di Muddy Waters, una di Leo Kottke e una di Son House.

In un tuo vecchio album, “Cool On It”, avevi già inciso quel pezzo di Leo Kottke, “Sailor’s Grave On The Prairie”.

Oh è vero! Ne ho fatta una versione in elettrico su quel disco, per questo invece in acustico. Ma è una canzone che suono da cinquant’anni. L’ho imparata dal primo album di Leo Kottke, un disco meraviglioso. Imparo sempre qualcosa di nuovo guardando dei video di Kottke, è una canzone che cambia sempre anche se la suono da tantissimo tempo.

Dunque sei un fan anche di quel tipo di chitarristi acustici, John Fahey, Kottke o Robbie Basho.

Oh sì, e di Bert Jansch, Jimmy Page, Stephen Stills, che è un grande chitarrista acustico…quest’album è una combinazione di blues e musica folk. Ci sono cinque o sei accordature diverse, standard, open G, Drop D, D minor…ne dimentico qualcuna. È qualcosa di proprio della musica folk e la mia passione risiede lì ora, nel suonare queste canzoni in acustico.

 Hai sperimentato con le accordature aperte fin da quando hai iniziato a suonare la chitarra?

La prima volta che ho sentito qualcuno suonare con una accordatura aperta credo sia stato Brian Jones con i Rolling Stones, quando hanno inciso The Little Red Rooster, probabilmente suonava la slide con accordatura di Sol aperto. Solo dopo ho capito che era lo stile del primo Muddy Waters o di Son House. In termini di musica folk, non sapevo chi fosse Bert Jansch…lì ci sono arrivato tramite qualcuno come Jimmy Page. È interessante il fatto che tenda ad avere le mie influenze non solo per il blues ma anche per il folk, attraverso il British blues. Ma la roots music è questa, il passaggio tra generazioni diverse di musicisti. Certo ci sono persone che mi correggerebbero dicendo che il blues viene da certi posti in Africa e la musica folk da altri in Scozia o Irlanda…ma penso che puoi sempre scavare più a fondo e trovare cosa è successo prima.

E ad un certo punto queste tradizioni si incontrano.

Sì e si torna ancora alla musica acustica. L’acustico è il modello per tutti gli strumento. Ed è  un apprendimento continuo per  me. Sono più un chitarrista elettrico che acustico, ho provato a registrare questo album un anno fa ma non ero pronto. Allora sono andato in tour e ho tenuto circa cento concerti in acustico, la maggior parte dei quali con Marcia Ball ed ho imparato molto. Al ritorno ho inciso il disco come lo si ascolta ora. Ho testato il materiale dal vivo insomma.

Tinsley Ellis Kim Reed

Tinsley Ellis foto Kim Reed

Come è nato il tour con Marcia Ball?

Ci conoscevamo da anni e ogni tanto tenevamo un concerto insieme. Ci siamo sempre trovati bene, ho altri concerti con lei in previsione. L’ho chiamata io stesso e le ho detto la mia idea di uno spettacolo di canzoni e storie, in acustico, lei avrebbe potuto fare lo stesso su piano a coda e alla fine avremmo suonato insieme. Abbiamo girato tutta l’America, dalla Florida a Seattle. Sarebbe bello incidere qualcosa, ma ora credo che lei sia al lavoro sul suo nuovo album, perciò ci vorrà un po’ di tempo…Amo la sua musica e quella di New Orleans in generale, ho tutti i dischi. Credo sia rimasta sorpresa che conoscessi canzoni di Chris Kenner e cose più oscure, Cookie & The Cupcakes…E anche lei ama la musica classica americana come Bob Dylan. È una cosa che mi porta fuori dalla mia comfort zone, insieme abbiamo suonato cose diverse dal solito.

Dal vivo avete suonato anche canzoni di Dylan o Gregg Allman.

Si, cose come “I Threw It All Away” o “Multi-Colored Lady” o “Melissa”…la cosa bella di questo format , solo acustico, è che se voglio suonare un pezzo di Buddy Holly o dei Rolling Stones semplicemente lo faccio. Mi piace avere questa flessibilità…la cosa difficile è ricordarsi i testi, per questo ho sempre dei fogli di carta intorno, le cose di Bob Dylan in genere hanno un sacco di parole!

 Ho visto un video dove suoni “It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry”.

Oh, quella è una delle più facili. Ha tre strofe ed è in pratica un blues e sai una cosa? Ho anche pensato di metterla nel disco, alla fine non l’ho fatto, ma fa parte del repertorio dal vivo. Rispecchia il mio amore non solo per il blues ma anche per il folk rock, gente come Stills, come dicevo, o persino Pete Townsend, un altro grande chitarrista.

Di recente è scomparso Tommy Talton, eravate amici?

Eravamo ottimi amici con Tommy, sin dagli anni Settanta. Lui aveva appena finito il tour di Laidback con Gregg Allman e la Capricorn stava fallendo. Perciò molti musicisti di quel giro si erano trasferiti chi a Muscle Shoald, chi ad Atlanta, qualcuno anche in Florida o sulla West Coast. Tommy era uno di quelli che si è trasferito ad Atlanta, è stato la prima rock star che ho conosciuto ad essere gentile con me. Lui, Chuck Leavell, Bill Steward e Jaimoe, certo, erano tutti su “Laidback” di Gregg. Anche Randall Bramblett. È stato molto triste. Tommy ha combattuto il cancro a lungo. Io e lui abbiamo tenuto un concerto per il celebre scrittore Alan Paul, autore di un bellissimo libro su “Brothers And Sisters” degli Allman, quell’era della band….credo che Tommy e Chuck siano i soli musicisti ad aver suonato su “Laidback”, “Brothers And Sisters” e “Highway Call” di Dickey Betts. Al concerto c’era anche una tribute band degli Allman, chiamata End Of The Line, come un loro brano. Poi Tommy ha suonato “Dreams” ed ha rievocato davvero lo spirito del suo caro amico Duane Allman. Ha suonato splendidamente. Ero contento perché sembrava in salute, ma poi qualche mese dopo è tornato. Siamo stato tutti rattristati per la sua scomparsa qui ad Atlanta.

Anche i dischi dei Cowboy erano buoni.

Sì, se dovessi descrivere la loro musica la definirei minimalista.  Non era complicata, si rifacevano a certe cose del Laurel Canyon, Byrds, Buffalo Sprinfield, Jackson Brown…Erano unici. Mi ricordo che ero con Tommy la notte che John Lennon venne ucciso e ne fu talmente scosso. Era un po’ più vecchio di me e comprendeva la musica dei Beatles molto meglio di me. Anzi aveva cominciato suonando le loro canzoni quando venivano fuori.

Una canzone, “Death Letter Blues”,  proviene da una session diversa.

Sì, “Death Letter” è rimasta da una session che ho fatto con Eddie 9V e suo fratello Lane come ingegnere del suono. Sono andato a casa loro, è stato prima dei concerti con Marcia.  Non ero pronto a fare un album, ma è stata una bella session. L’ho inclusa nel disco perché non credo che avrei potuto farla meglio. È una canzone che è stata ripresa, ma non di recente, i White Stripes l’hanno fatta, è diventata quasi uno standard, è un pezzo molto triste. Ci sono molte strofe, almeno otto…ma Son House non l’ha mai cantata due volte nello stesso modo. Credo improvvisasse le parole sul momento, cominciava la canzone con la storia del ricevere la lettera e di portarla al cimitero e poi aggiungeva versi man mano che proseguiva. La versione che suono è tratta da quel famoso video, ce ne sono diversi, ma mi riferisco a quello col giovane Buddy Guy, penso sia la mia versione preferita. Altre in studio o dal vivo sono un po’ diverse.

 Conosci John Mooney? È cresciuto a Rochester ed ha imparato da Son House.

Anni fa ho tenuto un concerto con John Mooney e Greg “Fingers” Taylor, che è morto da poco. Abbiamo anche suonato insieme, George Porter suonava il basso. Ma è stata l’unica volta che ho suonato con lui. John è qualcuno che potrebbe insegnarmi, ma non lo vedo da tempo. New Orleans è un posto speciale e lui è diventato una persona di New Orleans. Come Jon Cleary. Ricordo quando si è trasferito lì, forse quarant’anni fa, uno dei suoi primi ingaggi è stato con Walter “Wolfman” Washington. L’ho incontrato allora. Di recente l’ho visto suonare con Taj Mahal sulla Blues Cruise, Taj faceva canzoni di Huey Piano Smith e Cleary guidava il gruppo…bellissima musica.

“Windowpane” mi ha ricordato certe cose di Skip James o Jack Owens, lo stile di Bentonia.

Sì, davvero spettrale, con la chitarra accordata in Re minore aperto. Un’accordatura con cui avevo familiarità perché la adoperava Albert Collins. Quando ho cominciato ad interessarmi al folk blues, Skip James era uno dei  miei preferiti e ho letto che accordava così la chitarra. Ho provato a suonare “Hard Time Killing Floor” e ho subito pensato, “oh in questa accordatura è molto più facile suonarla”.  Mi sono seduto e ho scritto “Windowpane”. L’ho semplicemente cantata, è venuta fuori così mentre suonavo. Ho dovuto riascoltare la registrazione e trascrivermi le parole che avevo cantato. Ci sono alcuni pezzi del disco che sono stati fatti in questo modo, “Tallahassee Blues” è un altro esempio.

 Ed è qualcosa di insolito per te.

Beh sì. Continuo a scrivere per l’elettrico, ho buttato giù un sacco di testi.

E altri artisti continuano ad incidere le tue canzoni.

John Mayall ha inciso “A Quitter Never Wins” nel suo ultimo album, Mike Zito e Albert Castiglia hanno quasi avuto un hit con una canzone che ho scritto, “Tooth And Nail”, sul loro valido disco. Una bella versione. Ora Mike avrà Joe Bonamassa come produttore del suo prossimo album e inciderà un altro mio pezzo. Registro ancora anche in elettrico e ora dopo aver suonato acustico per un po’ fare bending mi è molto più facile. Questo disco è in pratica realizzato dal vivo, c’è anche pareccho foot tapping. Invece quando scrivo una canzone suono tutti gli strumenti, basso, chitarra, batteria, a volte anche una tastiera…strati di strumenti e poi dopo un giorno o due la riascolto e ci metto le parole. Questa volta è diverso, ci sono solo io con la chitarra acustica.

 

Ci sono artisti di oggi che suonano in acustico che ammiri? Penso a John Hammond o Kelly Joe Phelps per esempio.

John Hammond  è il mio eroe e un mentore, da quando abbiamo suonato insieme per la prima volta quarant’anni fa. Era ancora sulla trentina all’epoca, suonava prima di noi in acustico e poi ci raggiungeva in elettrico, talvolta per l’intero set. Conosce ogni blues e sa a memoria tutti i testi! I suoi concerti acustici sono meravigliosi. Hai citato Kelly Joe Phelps, lui l’ho conosciuto a Portland, Oregon, quando aveva aperto dei miei concerti. Penso fosse grande, aveva quelle sonorità inquietanti. Se ne è andato, come anche John Campbell. E ho dimenticato di menzionare Jorma Kaukonen. Ho imparato molto anche da Bob Margolin quando abbiamo fatto insieme il tour Blues At The Crossroads. Mi ha mostrato diverse cose sulla National steel. Muddy aveva fatto lo stesso con lui. Racconta l’episodio di quando stava suonando “Can’t Be Satisfied” e Muddy gli ha urlato, “sbagliato!”. E poi gli ha mostrato il modo giusto di suonarla. Devo trovare altre persone da cui imparare! Jontavious Willis è molto dotato e sa suonare in stili differenti. Taj l’ho visto sulla Blues Cruise, ma non era mai da solo, era sempre o con la band o con il suo trio. Suonava anche musica delle isole Hawaii, lui è un etnomusicologo…mi piace molto Taj. Ry Cooder una volta venne ad un concerto e sono stato felicissimo di incontrarlo. Suonavamo con John Lee Hooker al tempo in cui era tornato con “The Healer” e ho una foto con lui e Cooder. Tre generazioni. In generale mi sembra ci sia molta gente che fa quello che faccio di solito, suonare in elettrico su note singole, ma molta meno che suona folk blues in acustico.

 

È una buona cosa avere qualcuno come Jontavious in circolazione.

Si. Non so come abbia imparato, ma sembra provenire da un altro pianeta! Un pianeta in cui non è mai esistito Jimi Hendrix. Quando è arrivato Jimi ha cambiato tutto e dovevi venire veramente da un altro pianeta per non esserne influenzato. Ci sono alcuni artisti che hanno suono a parte, Lil’ Ed è uno di essi, non sento Jimi nel suo stile…ma anche se ascolti Buddy Guy oggi ci senti un po’ di Jimi. Poi ci sono altri la cui musica sembra svilupparsi in un vuoto, senza contaminazioni di elementi pop o di psichedelia e Jontavious è tra questi. Ha un suono regionale. E in America resta solo una parte che possiede ancora una identità regionale ed è la Louisiana meridionale. Per il resto potresti venire da qualsiasi parte del paese, ma il suono della Louisiana meridionale non lo puoi simulare. Perciò quando arriva uno come Jontavious è una cosa speciale. Io sono diverso, potrei essere di qualunque zona, ho sempre ascoltato di tutto, passando da Otis Rush a Peter Green o Cream, Leo Kottke o ancora le cose della Capricorn degli anni Settanta…io sono tutto questo.

Tinsley Ellis foto Kirk West

Però non suoni come uno del Texas o di Chicago.

Beh, ma ho di certo cercato di farlo! E posso avvicinarmi, magari anche ingannare qualche persona suonando uno shuffle texano o un blues di Muddy Waters. Ma è più facile farlo così che suonando musica della Louisiana. La Interstate 10 attraversa lo Stato e ad ogni uscita puoi trovare un suono diverso. C’è Lake Charles, da lì viene Marcia Ball, poi Lafayette, ancora diversa coi suoni dello zydeco, Breaux Bridge, la città natale di Sonny Landreth con sfumature cajun. L’uscita dopo è Baton Rouge, dove sono cresciuti Tabby Thomas, Chris Thomas, Kenny Neal…e poi ovviamente New Orleans. Non conosco altri luoghi simili negli USA.

 Nemmeno nella Georgia rurale o in Mississippi?

No, forse per qualcuno davvero vecchio, cresciuto prima della televisione…Il mio stesso percorso è cominciato con la tv e i Beatles. Quando li ho visti all’Ed Sullivan Show il giorno dopo ho implorato i mie genitori di avere una chitarra. Suonavano pezzi degli Isley Brothers, di Little Richard, della Motown…quella musica esisteva ma non la conoscevo finchè non la portarono alla mia attenzione. La tv è stata un grande livellatore e internet lo è ora, dove hai dei ragazzini che suonano come Stevie Ray Vaughan.

 Quando parlavi di qualcuno che ha imparato prima della tv ho pensato a Jimmy “Duck” Holmes.

Oh, certo, lui ha imparato da una comunità. Come hanno fatto Kenny Neal, Lucky Peterson o Lil’ Ed. Lo stesso è successo nel bluegrass o nel gospel, dove sentono quella musica ancor prima di venire al mondo! Dal canto mio, ho avuto alcuni maestri che erano più vecchi di me, come Chicago Bob Nelson o Nappy Brown, ma ho imparato di più dai dischi. Ascoltavo i dischi di Buddy Guy anni prima di vederlo dal vivo o incontrarlo. Stessa cosa con Otis Rush o Albert Collins.

“Devil In The Room” ha a che fare con una espressione che usava Colonel Bruce Hampton?

Sì, sai ho iniziato a suonare con Bruce quando avevo poco più  di vent’anni e ogni volta che stavamo per salire sul palco lui diceva “let’s put the devil in the room!”. Me ne ricordo sempre ed ho pensato che fosse un buon titolo per una canzone. Sono contento e un po’ sorpreso quando conosce lui e la sua  musica era un personaggio alla Captain Beefheart.

Derek Trucks mi ha raccontato che Hampton gli parlava anche di John Coltrane.

L’ho sentito dire, ma con me parlava sempre di Albert Collins, Jimmy Reed, Son House, Fred McDowell, i bluesmen…abbiamo seguito allo stesso tempo la riscoperta di R.L.Burnside. Penso che Bruce, quando parlava con qualcuno, cosa avesse bisogno di sentire. Tra l’altro il mio primo produttore con gli Heartfixers, George Mitchell, aveva scoperto Burnside a fine anni Sessanta. Siamo ancora amici, gli ho mandato questo disco e ne è stato molto contento. George adora la musica acustica, lui e Mike Bloomfield erano compagni di stanza e sono stati i primi a organizzare concerti blues con gli artisti del South Side di Chicago nei locali per studenti come il Fickle Pickle. Era lì fin dall’inizio con gente come Charlie Musselwhite, era parte di quella scena. Ma quando ha scoperto noi ed ha prodotto il nostro primo album non sapevamo niente di tutto ciò. Non ci ha detto nulla di Bloomfield…pensavamo fosse soltanto qualcuno che conosceva qualcun altro in una casa discografica. Lo abbiamo saputo solo dopo che aveva registrato Fred McDowell, i musicisti di fife & drum…Jessie Mae Hemphill. In un certo senso ha scoperto anche noi. Con gli Heartfixers stavamo provando in un edificio abbandonato ad Atlanta e poi siamo usciti a prendere un po’ d’aria fresca e lui era lì, appoggiato al muro. Era il 1981. “Stavo aspettando che qualcuno venisse fuori, per vedere chi suonava questa musica”, disse. E siamo usciti noi con Chicago Bob. “Posso trovarvi un contratto discografico”. E lo ha fatto. Abbiamo inciso il disco in una notte, in un edificio di mattoni a pochi passi da dove ci aveva ascoltati la prima volta. Nessuna sovraincisione, quasi una field recording. Il nostro primo disco. Ma avrebbe dovuto raccontare queste storie anni fa. Lui era una specie di Alan Lomax, sistemava i microfoni e registrava ovunque…se qualcuno è davvero bravo, come Burnside, non hai davvero bisogno di uno studio lussuoso. Anzi forse è anche meglio. È anche la ragione per cui così tanti grandi album blues sono stati fatti dal vivo, “Live At The Regal, “Hoodoo Man Blues”, dal vivo in studio con i finali senza fade out…o anche nel rock, “Live At Leeds” The Who o “At Fillmore East” degli Allman Brothers, è come la fotografia sportiva, catturi un momento, magari non perfetto, ma unico.


leggi in inglese

Category
Tags

Comments are closed

Il Blues consiglia

 

Per la tua grafica

Il Blues Magazine