TRASIMENO BLUES 2026 - TRENT'ANNI DI MUSICA SUL LAGO

Ci sono festival che compiono gli anni e festival che compiono la storia. Trasimeno Blues appartiene alla seconda categoria. Trent’anni non sono un numero, sono una geografia sentimentale e, soprattutto, musicale. Sono le rive di un lago che ha imparato a suonare come il Mississippi, sono le piazze di borghi medievali trasformate in juke joint, sono i passi mossi dalla passione e dalla tenacia di chi ci ha creduto e si è messo in cammino, seguendo il blues come stella polare.

Passignano sul Trasimeno: Il ritorno alle origini

L’appuntamento con il destino è stato fissato nel luogo sacro del debutto: Passignano sul Trasimeno, nella ridente cornice del Parco del Pidocchietto, con un tramonto mozzafiato sul lago. Per celebrare questo traguardo, il Festival è tornato a graffiare la terra dove tutto è iniziato. A presentare l’evento è il direttore artistico Gianluca Di Maggio che, da trent’anni, muove i fili di questa magia, custode di un legame invisibile che unisce le sponde del Trasimeno alla segregazione dei campi di cotone e tabacco del Delta del Mississippi, ai club affollati di Chicago, alla Beale Street di Memphis, ai locali dell’Hastings Street di Detroit, ai ranch texani, al deserto africano, ai battelli fluviali di New Orleans, facendoci viaggiare tra le infinite sfumature del blues. Prima dei grandi ospiti, sul palco il Sindaco Sandro Pasquali. Le sue parole consacrano la ritrovata alleanza tra il Comune di Passignano e Trasimeno Blues, e aprono a nuove collaborazioni future. Pochi istanti e il graffiante tocco della chitarra di Roberto Morbioli (special guest della band) fende l’aria trasportando il pubblico nelle radici viscerali del blues. Poi, a scatenare un’ondata di pura energia primordiale, entra in scena Lakeetra Knowles, texana di Little Rock, Arkansas, una forza della natura. Non è stato un concerto, ma un rito collettivo. Gospel, soul, voce sensuale e viscerale, supportata dalla Music Train Band di Pablo Leoni (batteria), con Andrea Vismara (basso) e Davide Rossi (tastiere), Lakeetra è padrona della scena: si toglie le scarpe per sentire la terra sotto i piedi, fa cantare la piazza all’unisono, rompe la distanza scendendo tra la folla e il parco diventa una festa vibrante. “Siamo qui stasera, domani chissà, viviamo e balliamo adesso“. Nel backstage ci racconta la sua verità: “Nella mia famiglia ci sono sempre state donne molto forti. Era la donna a dover supportare l’intera famiglia. Penso di essere una donna molto forte anch’io. In America facevo teatro (musical). Arrivata in Italia non parlavo la lingua e ho trovato nella musica uno spazio immenso dove esprimere me stessa”. I piedi nudi di Lakeetra e le sue scarpe rosse gettate a terra, evocano la lotta di emancipazione delle donne blues afroamericane che, attraverso la loro musica, hanno urlato per prime la rivendicazione di diritti e libertà. Quando si tratta di blues, non è mai solo musica.

Cantina Cenci: Roots and Blues, la jam di comunità

La seconda giornata del 19 luglio, si sposta alla Cantina Cenci, il cuore simbolico del Festival, dove tutto fu sognato. Sul maxi schermo le immagini che hanno fatto la storia di Trasimeno Blues. Sul palco, montato all’aperto nella suggestiva campagna umbra, la House Band, sotto la guida esperta di Roberto Giuli e Fausto Goracci, a coordinare una grande jam session collettiva, che inizia sulle note di “Rock me baby”. “Tore down”, “Route 66”,“Mojo Working”.  Tra i tanti ospiti che si alternano: Crystal White con la sua versione delicata e sensuale di “I just wanna make love to you”; Mario Donatone (piano); Mauro Carboni (sax); i Sacromud della famiglia Pugno (Maurizio e il figlio Leo, chitarrista emergente di talento) con la loro ricerca oltre le strutture tradizionali del blues; i Rico Blues Combo, quartetto quadrato e legato alla tradizione, con Riccardo Migliarini (voce e armonica); Laura Madeo con “The Sky is crying” di Elmore James; Mauro Magrini; i Martin’s Gumbo con la “Cigar-box guitar” scritta a New Orleans dopo un furto della chitarra; i Kartner Brothers di Nate Kantner, un country rock con la pedal steel; Billy Shaker (voce, chitarra, basso); Tony Cinelli (chitarrista); Massimo Discepoli (batterista). È la notte della comunità blues umbra, convocata da Di Maggio, che si diverte insieme al pubblico, in una lunghissima jam, dal pomeriggio fino a notte inoltrata. In vigna, ottimo vino, cibo e tanto blues. I musicisti si danno il cambio, anche mischiandosi tra le diverse band, riportandoci ad una atmosfera di festa all’insegna del blues. Sul finale a sorpresa: Gianluca Di Maggio canta “Littel red rooster” di Willie Dixon. Una serata emozionante, sold out, un vero e proprio party tutto roots & blues.

Il blues respira nel concerto di Alberto Visentin e la sua Band

TRASIMENO BLUES 2026 - Alberto Visentin Band

Dopo una pausa di un paio di giorni, il Festival riprende nel Parco di Panicale, il 22 luglio con Alberto Visentin (chitarra e voce) e la sua Band che regalano al pubblico un concerto intenso e coinvolgente, oltre la tecnica, oltre l’interplay, perfino oltre la precisione: una sensazione che si avverte quando una band funziona davvero. Sul palco con Visentin, tre musicisti strepitosi: Piero Perelli alla batteria, Marco Pandolfi all’armonica e Riccardo Di Vinci al basso. Un quartetto solido, affiatato e risonante che presenta l’ultimo album di Alberto “Back Again”, integrato con brani del precedente “Away” e con diversi inediti del prossimo disco atteso per dicembre. Una grande sensibilità artistica per un viaggio eufonico tra pezzi energizzanti e pezzi avvolgenti, in cui il blues diventa respiro collettivo. I brani di Visentin hanno carattere e anima così come la sua chitarra resofonica. E arrivano. Perché vibrano nei testi, negli arrangiamenti e nell’interpretazione. Dietro c’è una band con un background ricchissimo. La batteria di Piero Perelli (lucchese) non è solo metronomo, parla, canta e, nell’assolo, lascia tutti senza fiato perché racconta una vera e propria storia. “Il ritmo per me è una bolla, non una linea: c’è aria all’interno. La musica è suono e silenzio, suono e ascolto. Se parliamo ininterrottamente non c’è spazio per lo scambio. Quando si suona insieme serve fiducia. Il cantante ha la connessione con il pubblico, noi dobbiamo creargli una base affidabile che gli dia sicurezza”, rivela quando li intervisto. Riccardo Di Vinci, è il poliglotta musicale del gruppo con una formazione che spazia dall’orchestra classica al rock, al jazz all’etnico, all’afro, fino alla psichedelia. “Il basso è il mio amore più puro, quando lo suono seguo l’istinto” E nell’assolo è istinto puro. Ha la black music nel sangue: “mi sento più africano che europeo”, confessa. Questo suo vissuto artistico lo rende estremamente versatile con contaminazioni che sono veri e propri guizzi di originalità e creano contrasti o sottolineature attraverso codici musicali di altri linguaggi per un risultato interessante. Basso e batteria sono una base solidissima che permette al cantante grande libertà espressiva. Marco Pandolfi incanta con la sua armonica parlante. Veneto di genitori abruzzesi, da oltre trent’anni sui palchi di Europa e USA, tredici dischi, due volte all’IBC di Memphis, reclutato di recente da Luigi Grechi De Gregori. Sia lui che Visentin hanno rappresentato l’Italia all’EBC (Pandolfi nel 2014, Visentin nel 2025). “L’armonica mi dà un senso di libertà”, afferma con candore. Per tutta la durata del concerto, sul palco tra i musicisti un affiatamento fortissimo e l’intesa è anche nei dettagli oltre che in certi silenzi che sono essi stessi musica. Visentin dialoga con il pubblico con sincerità disarmante. Insegna il ritornello del brano “In The Morning” (una dichiarazione d’amore a New Orleans e al sogno americano), e lo fa cantare al pubblico; un brano morbido e caldo, in cui il basso si inserisce con colori classici che diventano accattivanti. Poi “Better Man”, brano nato dopo un ascolto ossessivo di J.J. Cale, dove il Groove è corpo; “Island”, che parla di comunità e di come invidie e paure possano vanificare la possibilità di vivere in condivisione e la dedica “a chi ci crede ancora”; l’inedito “I Will Be the Same”, nato in cinque giorni a Spalato all’EBC, dall’amicizia profonda con musicisti tedeschi. Questi solo alcuni dei numerosi pezzi che hanno regalato al pubblico in questo live magico e generoso: “Non amo le dimensioni troppo cerebrali, possono diventare veleno. Lascio che la spontaneità sia la mia stella polare. Se c’è il sentimento giusto, quello che deve arrivare, arriva”, mi dice sorridendo Alberto. Ed è arrivata tutta la loro bravura e la loro creatività. Tra gli alberi, sotto le stelle, il pubblico ha ballato, applaudito e, in questa serata bellissima, si è fuso con gli artisti in un respiro blues inalato a pieni polmoni che Alberto Visentin e la sua Band, hanno saputo catturare con le loro note e restituire a Panicale come ossigeno vitale.

Blueswoman e ballo blues

La quarta giornata di festival, si è aperta con un evento di gioioso movimento: il Dance Camp, un workshop in piazza Mazzini, gestito dagli insegnanti della Rock Your Boogie School, in cui il pubblico ha potuto cimentarsi in passi di blues. La sera, la stessa piazza è stata avvolta da una voce che, se chiudi gli occhi, pensi afroamericana. È quella di Gloria Turrini (voce, batteria), reduce dal successo mondiale alle finali dell’IBC di Memphis. Si esibisce con The Doctors: Simone Scifoni (piano) e Riccardo Ferrini (chitarra), artisti straordinari. Durante il concerto, il dialogo tra gli strumenti è dinamico, con una connotazione secca che lascia alla voce il massimo spazio. Gloria è una vera blueswoman; ha all’attivo 7 album, di cui uno registrato a New Orleans e diverse collaborazioni con artisti di grande calibro. Esuberante, simpatica, immensa dietro alla sua batteria mignon. Nel suo timbro vocale vibrante e scuro, prendono vita le grandi leggende femminili del blues e del soul. Sonorità ruvide che diventano cifra stilistica. Scifoni, anche in questa occasione, spiazza per il suo virtuosismo strumentale e il suo genio creativo, alternando sostegno armonico a interventi incisivi. Ferrini, con il suo tocco espressivo e abili fraseggi strutturati, contribuisce a mantenere quel carattere essenziale e ruvido che definisce l’estetica performativa artistica della cantante tutta orientata al blues tradizionale. L’energia e il calore della voce di questa artista particolare si diffonde in tutta la piazza che, con la complicità dei ballerini della Scuola Rock Your Boogie, si trasforma in una vera pista da ballo d’altri tempi e la performance di Gloria in uno spazio condiviso, popolare, in contrasto con l’approccio dei musicisti, decisamente esistenzialista e schivo. Una connotazione performativa che potrebbe avere un suo senso e merita di essere esplorata. Un’attitudine, quella di Gloria, solare e schietta, che affonda le radici nella sua identità romagnola e che convive con una dimensione più intima e romantica, evidente soprattutto nelle ballad e nei brani autobiografici. Il suo solido approccio tecnico, infatti, si fonde con la sua gioiosa e divertente ironia. Dietro le quinte confessa: “L’energia me la dà la musica. Quando finisce la musica, finisce anche l’energia”. Una dichiarazione che non suona come una metafora, ma come una chiave di lettura dell’intera sua presenza scenica e artistica.

Il Delta del Mississippi abita la Rocca con la Treves Blues Band

La quinta giornata del trentennale di Trasimeno Blues si apre nel cuore di Castiglione del Lago, in Piazza Mazzini. Alle 18.30 salgono sul palco gli I Shot A Man. Trio torinese nato nel 2014, con una filosofia chiara: riprendere il blues delle origini e suonarlo come se fosse nato oggi. Niente rifiniture, niente orpelli. Un suono volutamente essenziale, grezzo, viscerale. Il pubblico, carico di movimento, per il Dance Camp, si accomoda ovunque: sulle sedie, sui gradini della fontana, sugli scalini dei portoni, ai tavolini dei bar lungo il perimetro della piazza. E il trio trascina subito in un viaggio alle radici: ritmi ipnotici del Delta e dell’Hill Country mescolati a sfumature moderne, underground, urban e soul. La scelta stilistica più forte è l’assenza del basso. Una scelta che li costringe a reinventare da zero la sezione ritmica. Nasce così un dialogo serrato e continuo tra percussioni e fingerpicking d’altri tempi, tra chitarra resofonica, acustica ed elettrica. Nonostante usino tecniche centenarie, non c’è effetto museale. È un blues alternativo, fresco e graffiante, che unisce purezza primordiale e avanguardia. Dopo cena il festival si sposta di pochi passi e cambia dimensione. La Rocca Medievale in cui si ha la sensazione di essere fuori dal tempo in un’atmosfera suggestiva. Un luogo speciale che fa da cassa di risonanza naturale, come Arte, Natura e Storia si fossero sedute sul palco accanto ai musicisti per suonare insieme a loro. Le gradinate adagiate, gli olivi secolari, il cielo stellato si predispongono ad accogliere nell’aria le note totalmente blues dell’armonica di Fabio Treves e della sua Band. A fare gli onori di casa è Andrea Dini, braccio destro di Gianluca Di Maggio. Con parole toccanti, ricorda il legame viscerale tra il festival il Puma di Lambrate. Oltre cinquant’anni di coerenza, dignità e passione immutata. Ricorda l’impegno con Emergency (presente al Festival anche quest’anno) e l’amicizia profonda con Gino Strada: a testimonianza di come il blues, fin dalle origini, sia musica di riscatto sociale, umanità e giustizia. Treves entra con la sua ironia: “Viva il Trasimeno Blues che da domani non sarà più Trasi-meno ma Trasi-blues”. Poi il piccolo atto di fede che è ormai un rito: “Chiudete gli occhi per un secondo. Ora riapriteli: siamo a Memphis o in uno storico club nel cuore di Chicago”. E improvvisamente la Rocca diventa Memphis. Parte l’odissea. Hendrix, Blues Brothers, Rolling Stones, Beatles, Santana e tanti altri, in una sequenza di scaletta messa in piedi a regola d’arte con il ritmo serrato dei treni blues che evocano quell’immaginario storico e selvaggio del blues itinerante dei contesti in cui gli hobos saltavano sui treni merci in corsa per spostarsi da una città all’altra. L’armonica di Treves è intramontabile. La band è navigatissima e strepitosa: Alex “Kid” Gariazzo a chitarre, mandolino, ukulele e voce, Marcello Borsano a batteria e percussioni, Gab D a basso e contrabbasso. L’aria della Rocca è totalmente intrisa delle note della Treves Blues Band che è una garanzia. Shuffle incalzante, distanza zero tra artista e pubblico, battute, sorrisi, complicità. Treves è l’amico ideale con cui vorresti passare una serata al bar: profondo, ironico, autentico, rappresentativo di se stesso. Un blues vivo, pulsante, libero da catene ed etichette. E tra le note, le grandi tematiche blues: l’amore, ma anche quelle attuali che ci toccano, come il desiderio di pace, il dolore per le morti sul lavoro, la sete di giustizia. Zero burocrazia rock: al momento del bis, Treves smaschera il rituale, ironizzando sulla vecchiaia che incombe. “Resto qui sul palco per voi, mi evito la fatica di far finta di uscire e rientrare”. E il pubblico lo ama ancora di più e risponde al gioco implorando il bis. Si chiude così una giornata avvincente: dal pomeriggio essenziale e crudo degli I Shot A Man, che hanno riportato il blues al suo osso primordiale, alla notte senza tempo di un gigante che, con la sua band strepitosa, porta avanti una storia musicale e umana di mezzo secolo, ancora capace di trascinare ed emozionare il pubblico come al suo esordio. E sempre molto amato.

Un ponte tra l’Africa e il Lago: il deserto del Mali si specchia nel Trasimeno

TRASIMENO BLUES 2026 - Vieux Farka Touré

Il 25 luglio il Trasimeno cambia pelle. La Rocca Medievale si accende di un rosso Africa, un rosso Sahel. Alle 21.30, dopo che nel pomeriggio Piazza Mazzini aveva già ballato con il boogie ruvido e di pancia dei perugini Manara Blues, Vieux Farka Touré incendia Trasimeno Blues. Lo abbiamo incontrato nel pomeriggio, con il suo bassista Marshall Henry. Composto, riservato e una presenza corporea densa e regale. Non concede confidenza facile, ma quando ti guarda dritto negli occhi capisci che conosce il senso del rispetto. È uno degli artisti più talentuosi del panorama musicale contemporaneo e porta addosso un’eredità che pesa quanto il mondo: quella di suo padre Ali, il Leone del deserto, fondatore indiscusso del Desert Blues. A lui ha intitolato l’album del 2022, rivisitando otto sue canzoni come un rituale intimo e solenne. “In Mali, l’educazione arriva dal padre: è lui che ti mette sulla strada giusta”, racconta. “Tutta la musica che suono è passata da mio padre a me. Ma devi dimostrare chi sei, creare qualcosa di tuo”. Avere quel cognome è un’arma a doppio taglio: “È dura, se non lavori sodo non emergi. Ma sei avvantaggiato, hai una spinta notevole. La gente conosce già tuo padre ed è più facile che notino anche te. Ma devi impegnarti a fondo”. Alì Farka Touré è stato un padre amorevole e severo. “Non ha mai accettato che mi accontentassi. È così che mi ha educato”. Vieux nasce percussionista: congas, calabash; la chitarra arriva dopo e diventa il suo strumento ineludibile che manovra sul palco come un alchimista. “Fin dall’inizio sentivo che suonare uguale al disco non andava bene. La musica richiede creatività, devi cambiare in base al pubblico, capire come si sentono. L’album è un ticket, il vero musicista si vede dal vivo”. Nel suo percorso ha allargato l’innovazione del padre di introdurre strumenti occidentali nella band (nel 1994 con Ry Cooder in “Talking Timbuktu” Alì aveva già introdotto basso e batteria vincendo il Grammy). La matrice desert blues di Vieux si orienta verso rock, funk, reggae, guadagnandosi il titolo di Hendrix del Sahara. Dieci dischi, tour mondiali e grande sensibilità umana: dirige la Fondazione Ali Farka Touré e con Amahrec Sahel fornisce strumenti e materiale scolastico ai giovani musicisti del Mali. Il concerto si apre con un gesto forte. Gianluca Di Maggio invita sul palco Halim Sbai, direttore dello Zamane Festival nell’Oasi di M’Hamid in Marocco e annuncia l’embrione di una collaborazione tra i due festival con l’intento di coinvolgere altri festival del Mediterraneo per promuovere musica di qualità e una società migliore. Halim parla di ponti, di acqua come bene comune facendo un parallelismo tra il Trasimeno che si abbassa e il fiume Draa che, nella sua oasi, ora è secco e sottolinea la necessità di unirsi, attraverso la musica, per tutelare il pianeta. Trasimeno Blues è, da sempre, un festival popolare, nel senso che sta dalla parte del popolo, sensibile alle tematiche sociali e ai diritti umani e, oggi, questo si declina soprattutto nello sforzo verso la tutela del patrimonio ambientale e verso l’inclusione sociale. Anche quest’anno, infatti, soprattutto grazie alla collaborazione di Omar Ndiaye, educatore generoso e competente in un Centro di prima accoglienza per migranti, il Festival ha ospitato un gruppo di ragazzi migranti minorenni: oltre ad assistere ai concerti in cartellone della giornata, sono stati coinvolti nell’operatività; hanno vissuto il dietro le quinte, hanno aiutato lo staff nel montaggio e smontaggio dei palchi e i loro occhi pieni di meraviglia davanti ai mixer e alla strumentazione sono stati davvero commoventi. Aspettavano Vieux come un simbolo africano che li facesse sentire a casa, anche solo per una sera. Trasimeno Blues non è solo selezione musicale accurata, è incontro e scambio tra idee che guardano alla dimensione umana e al pianeta e ora apre un ponte tra i paesi del Mediterraneo, iniziando con il Marocco. Quel ponte diventa suono con Vieux Farka Touré. Sale sul palco con la sua band; accanto a lui la bandiera della Palestina sventola silenziosa rivendicando pace. Un breve e incisivo saluto al pubblico e la chitarra fa il resto. Non è blues del Mississippi, è blues del Niger. Polvere, vento, ritmo che entra nelle ossa. “Il blues arriva dall’Africa, con gli schiavi deportati in America. In Africa ci sono le radici dell’albero del blues, altrove le foglie e, questo, mio padre lo ha sempre sentito. Il Blues è una musica che ha due facce: quando sono felici suonano il blues e quando sono tristi suonano comunque il blues. È una forma di comunicazione potentissima. Per questo la prima cosa che fanno le autorità quando vogliono dominare è quella di imporre di smettere di suonare: vogliono interrompere quella comunicazione.”. La band è un unicum: Marshall Henry al basso, Adame Kone a batteria e calabash, Ousmane Dagno al ngoni. Marshall spiega: “Nella musica originale del Mali non c’è il basso. Nel primo disco di Ali non c’era. Il mio ruolo è aggiungere quella nota bassa, espandere, collegare la tradizione al blues americano, al funk, al reggae. Il basso è il ponte”. La band usa lo spazio per come è nel deserto, con pattern calmo e ripetuto che lascia alla chitarra di Farka Touré la libertà di esplorare e di creare. “Lo spazio ti dà libertà di improvvisare”. I musicisti sono una cosa sola. “Se guardo il bassista capisce cosa voglio, lo stesso il batterista. Siamo come un’unica persona”, afferma Vieux. Sulla scena è imponente quanto la sua musica. Ieratico, carismatico, ogni nota pesata, ogni assolo che sale piano e poi esplode. Il pubblico in estasi, occhi chiusi, movimenti istintivi. Sonorità che arrivano da 4000 km di distanza e si specchiano nelle acque del lago. A mezzanotte il blues migra, alla Darsena (storico locale in riva al lago), con i marchigiani The Rootworkers (Enrico Palazzesi: chitarra e voce; Lorenzo Cespi: basso; Andrea Ballante: chitarra; Enrico Bordoni: batteria); un Groove stridente, crudo, viscerale, notturno, che ti fa venire voglia di restare fino all’alba. Perfetto contrappunto alla nobiltà austera del deserto. Con i Manara Blues alle 18.30, Vieux Farka Touré alle 21.30, i Rootworkers a mezzanotte, il pubblico ha viaggiato tra declinazioni estremamente diverse di una stessa radice blues. Vieux è stato l’indiscussa star della serata: non ha cercato la festa facile, ha portato una musica che ti obbliga a tacere e ascoltare, ti travolge con ritmi penetranti e sonorità insolite. E quando finisce ti senti diverso, migliore, pieno di gratitudine. Per una notte, davvero, il deserto si è specchiato nel lago e lo ha tinto di rosso e di blues.

Il gran finale con JJ Thames & Luca Giordano Band: Buon compleanno Trasimeno Blues

Per il gran finale, Di Maggio sceglie una location particolarmente significativa: Spina, frazione di Marsciano. Un piccolo borgo medievale umbro che ha trasformato un dramma in opportunità: ferito dal terremoto del 15 dicembre 2009, ha saputo ricostruirsi più bello e più forte. È stata una scelta d’amore, anche in ricordo di Matteo Berlenga, storico e amato videomaker di Trasimeno Blues originario di Marsciano, scomparso due anni fa e commemorato l’anno scorso. Con il supporto della Pro Loco, partner organizzativa del Festival, la comunità coesa accoglie musica e pubblico con entusiasmo. È nei vicoli di Spina che il blues ritrova la sua storia. Rinascere, resistere, rimboccarsi le maniche, riconoscersi in una condizione comune e darsi da fare, tirando per la giacca l’allegria in fuga. Sembra di ripercorrere le origini del blues. L’evento, previsto il 26 luglio, rimandato al 27 per maltempo, è iniziato nel tardo pomeriggio in una piazzetta che sembra un salotto a cielo aperto, in fondo a Via del Tempio, con un’acustica naturale e vibrante: sul palco i The Fabulous Heads: Sarah Minciotti alla voce, Tony Cinelli alle chitarre, Antonio Cavallaro alle tastiere, Massimo Discepoli a batteria e percussioni. Un concerto swing amabile e intimo. Un jump-blues anni ’40-’50 filologico eppure fresco. Chitarra in pulito con leggero crunch valvolare, batteria con spazzole e ride appena accennato, piano elettrico poliedrico, una voce che ti riporta a quegli anni. Giocano sulle dinamiche, non sul volume; una lezione di garbo: elegante, ballabile, senza sovrastrutture. Intorno, tavoli apparecchiati lungo la via, nessuna formalità. La gente prende nelle taverne, a prezzi popolari, prodotti veri: salumi, formaggi, torta al testo, ottimo vino delle cantine locali. E li consuma lì, al tramonto, ascoltando il blues come si viveva una volta, in condivisione. La sera il cambio di passo. L’esplosione. Piazza dello Statuto piena, illuminata, carica di aspettativa per l’ultimo atto: sul palco, per chiudere col botto, JJ Thames. Uragano vocale, dinamica enorme, improvvisazione totale. Ad assecondarla, una band italiana strepitosa, specializzata nella tradizione afroamericana: Luca Giordano alla chitarra, Alberto Durante all’Hammond, Fabrizio Cecconi alla batteria, Walter Monini al basso. Timing solidissimo di basso e batteria di matrice R&B; una macchina perfetta che infuoca la piazza. Il tocco di Luca Giordano, inconfondibile, energico e raffinato allo stesso tempo, preciso, elegante. Alterna il blues tradizionale dai toni sgargianti a ritmi più sperimentali con gusto per il gospel, un fraseggio pulito con pentatonica minore e blue note e con un overdrive caldo, mai fangoso, con un suono sanguigno e scarno, molto blues, con aperture soul e R&B. Abruzzese classe 1980, fuoriclasse della chitarra, suono sporco al punto giusto. Cresciuto a Chicago suonando con leggende come Sharon Lewis, Bob Stroger, Willie “Big Eye” Smith, ha partecipato al Chicago Blues Festival; due dischi all’attivo e in uscita un terzo con Crystal Thomas. Quando lo intervisto mi racconta: “Adoro il pubblico di Trasimeno Blues e adoro Gianluca e Andrea, collaboriamo da vent’anni. Hanno creduto in me quando non ero nessuno. Sono onorato di esserci per i 30 anni e con una cantante eccezionale come JJ Thames, The Hurricane”. E lei, la Future of the Blues, è davvero un uragano. Di Detroit, soprannominata così dalla sua stessa band per la presenza scenica travolgente. Formazione classica e jazz, pianoforte da bambina, cresciuta a gospel, Motown, soul, hip-hop. Voce roca, cruda, controllatissima; lavora sul bending alla Etta James, passa dal growl graffiante al sussurro soul senza mai perdere intonazione. Blues tradizionale, soul, R&B fuso con funk e reggae. Quando attacca un lento ti vengono i brividi, poi ti fa esplodere in standing ovation. Canta, balla, trascina tutta la piazza. Sotto, un muro di solidità: una band compatta; con Luca Giordano suonano da anni in tutta Europa e in America. Interlocking ritmico perfetto, Groove granitico e pulsante, shuffle, bounce, Groove, funk totalmente coeso. Pee Wee Durante si è inserito nella loro sezione ritmica, gestendo l’armonia, i tappeti Leslie, gli assoli, dialogando costantemente con la chitarra di Luca Giordano. Basso e batteria radicati sul Groove, chitarra e voce libere di duellare, rincorrersi, incendiarsi. Un concerto generoso e davvero strepitoso: festa pura.

For ever Blues

Il festival itinerante di Gianluca Di Maggio ogni anno porta il blues in giro per il Trasimeno, in contesti suggestivi, ricchi di cultura, storia, arte, natura e il resto del mondo ne diventa parte, scoprendo le meraviglie di un territorio magico. In questa edizione ha festeggiato tre decenni di vita, fatti di passione, tenacia, rigore, creatività e tanta competenza musicale, affrontando con lo stesso afflato sia le difficoltà che i tanti momenti di gloria. Nei suggestivi Comuni intorno al lago, abbiamo visto avvicendarsi sui palchi di Trasimeno Blues artisti incredibili. Un festival coraggioso. Quest’anno ha accolto il pubblico in un’atmosfera di festa che si è respirata durante tutta questa edizione; alcuni artisti hanno fatto gli auguri a Trasimeno Blues dal palco e il pubblico ha sentito di far parte di una storia lunga sei lustri, nata dal sogno di un ragazzo che amava il blues e ne ha fatto un appuntamento d’amore annuale, molto apprezzato. Si chiude così il sipario sul blues, con una vera e propria star, con musicisti incredibili, con un concerto che ha emozionato, commosso, travolto: una degna celebrazione dei 30 anni di Festival, costruito con passione, tappa dopo tappa, Comune dopo Comune, fatica dopo fatica, emozione dopo emozione. A ribalta chiusa, con le note che vibrano nella notte, pigramente, indugiando, ci si saluta, col cuore che pulsa in risonanza con l’eco gioiosa della festa. Che dire? Buon compleanno Trasimeno Blues.

(Maria L.T. Pasquarella)

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