keb mo

Avevamo lasciato Keb’ Mo’ accanto a Taj Mahal, per la loro seconda collaborazione “Room On The Porch“, pubblicata lo scorso anno e seguita da alcune date comuni, purtroppo soltanto negli States.  La sua ormai lunga discografia conta una ventina di pubblicazioni, senza considerare le sue esperienze negli anni Settanta (ad esempio con Papa John Creach), a partire dal 1994, anno del suo omonimo album,  edito tramite il rivitalizzato (da Sony) marchio Okeh, un lavoro che aveva fatto, in un certo senso,  da apripista per una generazione di artisti di valore come il coetaneo Eric Bibb, Guy Davis e i più giovani Corey Harris e Alvin “Youngblood”Hart. Accomunati almeno inizialmente, da un approccio acustico e da una grande conoscenza della tradizione, oltre che dall’ammirazione per Taj Mahal, ognuno di loro ha poi seguito una propria traiettoria.

A voler ben vedere però, finora Keb’ Mo’, che tiene regolarmente concerti da solo, ne ricordiamo ancora con piacere uno a Varese ormai sette anni addietro, non aveva ancora realizzato un intero lavoro in solitudine (con due eccezioni) come questo suo nuovo “The Breakdown”. Non sappiamo se avesse già l’intenzione di muoversi in tal senso o se siano state anche le vicissitudini personali che ha dovuto affrontare in questi ultimi anni ad indurlo a compiere questo passo. Ad un delicato intervento cardiaco per aneurisma aortico, scoperto per caso, si è sommata la fine del suo ventennale matrimonio. Tutto ciò filtra in queste dieci canzoni, nove inedite scritte talvolta con altri, più l’inserimento di una nuova versione della sua nota “Hand It Over”, spesso interpretata dal bluesman sardo Francesco Piu. Qui molto riuscita grazie alle ariose armonie vocali (e al battimani) del Soweto Gospel Choir.

Un altro gruppo vocale i Take 6, è coinvolto in “They Don’t Make ‘Em Like They Used To”, per raccontare con una punta d’ironia come la nonna gli abbia fatto notare che i tempi siano cambiati, le donne di oggi sono andate al college e non sono certo lì a preparargli la cena, meglio prenderne atto e imparare a fare da sé. I restanti otto brani vedono Keb’ Mo’ voce e chitarra, alternando momenti più cadenzati ad altri di taglio nettamente più cantautorale. Alla prima categoria appartiene “Fussin’ And Fightning”, scritta con Arthur Adams, “dove è finito l’amore che conoscevamo?”, si interroga il nostro, guardandosi indietro e riflettendo sulla fine di una storia, le note della sua chitarra national a scandire il tutto.

Altrove però prevale il Moore cesellatore di ballate fini, che potrebbero appartenere al canzoniere di colleghi come James Taylor o Jackson Browne, è il caso di “Every Step Of The Way” o “Walking On Water”, appese a pochi arpeggi di chitarra e ad una voce quasi narrante, come stesse suonando per la sua famiglia dopo cena, attorno ad un fuoco, sorseggiando qualcosa di fresco di tanto in tanto. A quasi settantacinque anni, sa che i giorni vissuti sono probabilmente più di quelli futuri, ma vive la cosa con serena accettazione, senza che venga intaccata la sua tendenza a vedere per così dire, il bicchiere mezzo pieno. Lo esprime in due episodi altrettanto delicati, “More Yesterdays”, “this life and every breath we take is borrowed”, canta lui, sentendosi grato di quel che la vita gli ha regalato e in “Living In The Moment”.

In “We Make Love” esorta a creare fabbriche di amore, pace, compassione…in giro per il mondo, qualcosa che non necessita di tecnologia, ricordandoci quel che ci rende umani e rafforza il concetto con un’altra ballad dal picking lieve, scritta con l’amico Colin Linden, “One Day Away”, potresti essere ad un giorno soltanto dal tuo miracolo, rammenta, come stesse incoraggiando un amico che attraversa un periodo complicato. Da quello che ha attraversato lui sembra essere uscito bene, forse anche per merito della musica, mai come in questo caso minimale e sentita. E se  non appare ancorata strettamente ai canoni blues, resta tuttavia in grado di toccare alcune corde in chi vi si accostasse con una certa predisposizione d’animo.

Matteo Bossi

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