Invertiamo la rotta per una volta e apriamo il sipario partendo direttamente dal traguardo finale, perché i numeri di questa edizione meritano il primo piano.
Il festival ha letteralmente polverizzato ogni precedente primato storico, superando le stime più ottimistiche grazie a un incasso record di ben tre milioni di euro.
Il flusso di spettatori ha registrato una crescita eccezionale, portando sotto i palchi oltre 46.000 paganti e segnando un balzo in avanti del 26 per cento rispetto ai 42.000 ingressi della già straordinaria stagione 2024.
Questa straordinaria risposta del pubblico ha generato una caccia al biglietto senza sosta, facendo registrare il tutto esaurito anche nei santuari dedicati ai puristi della musica, come le suggestive sale del Teatro Morlacchi e gli spazi storici della Galleria Nazionale dell’Umbria.
Per dieci giornate consecutive Perugia è diventata il cuore pulsante della scena internazionale, ospitando 500 artisti e 80 formazioni musicali provenienti da tutto il mondo.
Con una media impressionante di 28 appuntamenti giornalieri, la manifestazione ha invaso la città e ha regalato una spinta economica senza precedenti alle attività commerciali e ricettive del territorio, andando ben oltre i pronostici della vigilia.
Ogni anno si ha la sensazione che il festival abbia toccato il suo apice insuperabile, ma questa rassegna ha dimostrato che la capacità di stupire e di rinnovarsi è nel suo DNA profondo.
Spazio ora alle nostre cronache: un viaggio dettagliato tra recensioni, analisi e commenti ravvicinati sui concerti che abbiamo seguito per voi in prima fila.
ARENA SANTA GIULIANA
Sting – venerdì 3 luglio

In questi anni lo abbiamo ammirato in varie vesti, sperimentando ogni vezzo stilistico avesse in mente.
Oggi con il nuovo tour torna all’essenza, spogliandosi di qualsiasi sovrastruttura o influenze ingombranti.
Nulla a che vedere con i fasti dei Police, certo, ma comunque è a nostro parere la migliore forma per godere del suo elegante talento.
Un concerto ricco di vigore che mantiene la linea costante dell’incontro intimo nel susseguirsi dei suoi successi senza tempo.
Anche se la voce risente delle primavere trascorse, il coinvolgimento è sempre quello di un instancabile “ragazzaccio.”
Al suo fianco un fedele Dominic Miller alla chitarra che, colpevole di una sensibilità armonica unica, è il tassello indispensabile per dar vita ad un live di altri tempi.
E all’Arena, dove mancava da 14 anni, sono accorsi in 13mila per farsi travolgere da ogni singola emozione e cantare i suoi intramontabili brani.
Perigeo – sabato 4 luglio
Nel 1973, mentre muovevamo i primi passi nel mondo, questi “giovanottoni” inauguravano la prima, storica edizione di Umbria Jazz.
Non potevamo esserci allora, ma il loro ultimo valzer, no, non lo avremmo perso per nulla al mondo.
I Perigeo non sono stati solo una band; sono la leggenda che ha tracciato un segno indelebile nella storia della musica.
Pionieri di una sperimentazione audace, tecnica e raffinata che ancora oggi suona incredibilmente moderna.
Hanno fuso jazz, rock ed esplorazioni mediterranee con un virtuosismo raro, mai fine a se stesso.
Il live è un viaggio seducente fra le atmosfere ancestrali che evocano “La valle dei templi”.
Rimarcano quelle geniali intuizioni geometriche che richiamano le architetture di “Genealogia”.
Splendida la versione di “In Vino Veritas”.
Regalano spezzoni mai eseguiti dal vivo dove un ironico Giovanni Tommaso ride su un “piccolo” inciampo tecnico e un inizio di serata non proprio da ricordare.
Un’energia pura, unica, dove il “profumo” dei sintetizzatori vintage si fonde con la forza acustica di un tempo, in un flusso carico di urgenza espressiva.
Delicato il sax di Fasoli, precisa la chitarra di Sidney, inimitabile lo stile di Franco D’Andrea.
Se è vero che “Abbiamo Tutti Un Blues Da Piangere”, questa volta le lacrime sono solo di pura gratitudine… per un concerto che non dimenticheremo facilmente.
Beat – sabato 4 luglio
Il rock progressivo, per sua struttura è sempre stato molto affino al mondo del jazz e in questi decenni la naturale conseguenza è stata quella di avere una presenza “silenziosa” nei programmi del festival.
Non è quindi una sorpresa la partecipazione dei Beat, supergruppo capitanato dal chitarrista Adrian Belew esponente degli iconici King Krimson nel periodo ’80.
Se qualcuno può pensare a un’operazione nostalgica fa un grave errore.
La band è un perfetto supergruppo con Steve Vai, Tony Levin e Danny Carey.
Se Vai non snatura mai le storiche parti di Fripp, al contrario le arricchisce, dall’altra parte c’è un Levin devastante e impressionante, colloquiare con la batteria di Carey, creando un suono complesso quanto armonico e sinergico.
Tecnica si, ma a disposizione di un concerto che vuol fare conoscere con passione un’epoca musicale a volte snobbata.
Rileggendo Elephant Talk, The Sheltering Sky e altre, la serata scivola via in un concerto impattante e prezioso.
Sonorità non per tutti.
Annie and The Caldwells – domenica 5 luglio

Con i loro canti gospel intrisi di blues e i ritmi incessanti del southern soul, il pubblico dell’arena è stato travolto dalla vitalità di Annie and The Caldwells, gruppo a conduzione familiare che trasporta sul palco le viscerali atmosfere del Mississipi.
45 minuti di genuinità corale dove il coinvolgimento più puro diventa il cardine di un set tutto energia e sfrontatezza. Il pubblico li ha subito amati.
Jon Batiste – domenica 5 luglio
Lo avevano descritto come uno dei performer più generosi e fisici della scena attuale.
La prova l’abbiamo avuta nella sua serata perugina, unica data italiana.
Imprevedibile, comunicativo ed esplosivo; come vuole la pura tradizione afroamericana che insegna il coinvolgimento del pubblico in primis.
C’è gospel, soul, funk ma soprattutto gioia, in uno show dove la qualità esecutiva raggiunge livelli altissimi.
Trascinato da una band impeccabile, il travolgente ritmo dei suoi brani si alterna a magistrali assoli di pianoforte, includendo tutti quei colori che il jazz e la musica moderna hanno fino ad oggi creato.
Inizia il concerto infiltrandosi tra il pubblico e organizzando una sorta di brass band improvvisata, sulle note di “When the Saints Go Marching In“; incalza con ritmiche blues ostentate e a chiudere il cerchio omaggiando Thelonius Monk, in una toccante ‘Round Midnight.
Ventiquattr’ore dopo, quell’esibizione era già chi la considerava tra i ricordi più iconici del festival.
Certamente tra i migliori set di questa edizione.
Charles Lloyd Quartet – lunedì 6 luglio
Il maestro Charles Lloyd torna ad UJ e lo fa con la sua incredibile sensibilità.
La spiritualità di questa leggenda affascina sempre, anche dopo tante volte che lo si ascolta.
Il palco si trasforma in un luogo quasi mistico, dove i suoni più ricercati di una world music di rara bellezza, abbracciano i canoni più classici di un linguaggio jazz mai banale.
La chiave è nel suo tono delicato che s’intreccia in un’improvvisazione fatta di equilibri, sostenuti da un trio fantastico.
Grazie maestro.
Terence Blanchard & Ravi Coltrane – lunedì 6 luglio
Nato per celebrare il “Miles Davis & John Coltrane Centennial”, in realtà il concerto di Terence Blanchard e Ravi Coltrane è un percorso di jazz contemporaneo che abbraccia i ritmi più contaminati della musica afroamericana.
L’omaggio non si basa giustamente su riletture nostalgiche bensì offrono la loro sintesi di quello che i due pilastri hanno lasciato alle future generazioni.
Terence, considerato tra i migliori eredi di Davis, e Ravi, figlio del mito John, diventano leader di stili che catapultano l’ascoltatore nel futuro attraverso esplorazioni linguistiche, effetti elettronici e interazioni complesse ma sempre efficaci.
È un set tecnico e virtuoso dove una band straordinaria li accompagna.
Da segnalare la strepitosa chitarra di Charles Altura.
Laurie Anderson – martedì 7 luglio
Forse non è totalmente esatto chiamare con il termine “concerto” la performance di Laurie Anderson.
L’artista newyorkese, nota per le sue modalità avanguardistiche, trasforma il tempo sul palco in una specie di racconto riflessivo sulla società di oggi, l’arte e le sue strutture.
Inevitabile quindi che il lato politico (non partitico) emerga in modo evidente dato che
il progetto “Republic of Love” presentato a UJ insieme ai Sexmob, è concepito come una personale fotografia sul rapporto tra governi e popoli.
Concetti e decisioni globali, che danno un’immagine più di conferenza che di reale live musical performance.
Laurie Anderson ha necessità di essere capita prima che ascoltata.
La conseguenza è un’emozione personale che può alternarsi tra amore e odio.
Christone Kidngfish Ingram – martedì 7 luglio

A quattro anni di distanza dalla sua prima presenza a Umbria Jazz torna l’esplosivo Christone Kingfish Ingram, oggi ventisettenne chitarrista di Clarkstade.
Come lui stesso annuncia “the Blues Is back in Town” ma attenzione; il suo è uno di quei blues contaminati, tra rock metropolitani, soul moderno e ritmi che cercano qualcosa di diverso.
Cresciuto da un punto di vista compositivo, offre sempre un set dove l’impatto sonoro ed emozionale strutturano uno stile ben preciso, che non guarda certo al risparmiarsi.
Kingfish comunque non è più alla ricerca di un’esibizione virtuosa perfetta, ma un’intesa costante con i suoi nuovi compagni di viaggio e una maturità che sta ogni anno migliorando.
Per questo è considerato il futuro del blues americano.
Presenta nuovi brani da quello che sarà il suo futuro progetto e propone gran parte di “Hard Road”, l’opera più recente.
Set di spessore, per una figura amatissima dal pubblico del main stage.
Snarky Puppy & Metropole Orkest – mercoledì 8 luglio
Possono coesistere suoni sinfonici e groove jazz-funk?
A quanto pare sembrerebbe proprio di sì. Anzi, a giudicare da quello che si è visto sul palco, vanno d’amore e d’accordo.
Il connubio Snarky Puppy e Metropoli Orkest è così presto fatto.
Un muro sonoro di oltre 50 elementi nel main stage di UJ, un’esperienza unica e forse irripetibile, che offre un modo decisamente inedito per apprezzare lo stile degli Snarky Puppy, forse tra le band più presenti e amate del festival negli ultimi quindici anni.
La loro nota precisione strumentale viene inglobata nella potenza architettonica dell’ orchestra guidata da Jules Buckley.
Quello che maggiormente stupisce è di come il progetto sia riuscito a combinare la rigida disciplina tecnica della musica classica con l’improvvisazione incessante del jazz.
Le armonie nitide abbracciano le linee melodiche degli archi, mentre un basso martellante si accomoda alla perfezione tra l’alternarsi dei fiati e il battito delle percussioni. Tutto si mescola magicamente, eppure ogni singolarità riesce a emergere in modo inatteso.
C’è spazio per tanto materiale estratto dal nuovo progetto Somni, ma rimane l’iconico brano “The Curtain” il momento più intenso dell’intero set.
Menzione d’onore, infine, per un Michael League sempre bravissimo e ispirato.
Parlando di visioni; il colpo d’occhio nel vedere così tanti musicisti su un palco è sempre esaltante.
Forse il momento più alto di questa edizione.
Stefano Bollani All Stars – giovedì 9 luglio

Presenza ormai costante e quasi cittadino d’adozione di Perugia, grazie alle sue assidue partecipazioni a Umbria Jazz.
Questa volta però c’è qualcosa di nuovo. Stefano Bollani torna al festival con una proposta del tutto inedita.
Si tratta di un progetto artistico tanto ambizioso quanto caratterizzato da un profondo senso di gioia, la cui cifra distintiva risiede nella sua natura multimediale.
La prima parte della serata prevede la proiezione del docufilm “Tutta Vita” di Valentina Cenni.
La pellicola mostra la genesi del progetto: una convivenza artistica e isolata a Gorizia, fatta di prove, risate e ascolto reciproco.
Quando il docufilm s’interrompe, i dieci musicisti salgono sul palco.
Quella medesima intimità catturata sullo schermo si traduce istantaneamente in una vibrante e contagiosa energia live.
Bollani si conferma uno straordinario maestro di cerimonie, condividendo la scena con una formazione di assoluti fuoriclasse: Rava, Fresu, Sepe, Mascetta, Tavolazzi, Gatto e Magoni.
L’alchimia tra i componenti è impeccabile: i musicisti più giovani non rivestono un ruolo marginale, ma ridefiniscono l’equilibrio dei veterani con naturalezza, stimolandoli in un dialogo alla pari.
Il repertorio non si piega a schemi rigidi.
La scaletta spazia liberamente tra generi diversi e suggestioni geografiche provenienti da tutta Europa, offrendo una sintesi ideale per una serata artistica fuori dal tempo.
Ancora tangibili emozioni nelle calde serate di Umbria Jazz.
Zucchero – sabato 10 luglio
Il padre del blues italiano (come lo chiamano) non è il padre del blues, ma questo lo sapevamo.
Zucchero Fornaciari si conferma piuttosto un rocker travestito; un artista intelligente, scaltro ed esperto, capace di mettere in piedi uno spettacolo visivamente memorabile, indubbiamente tra i più creativi e riusciti di questa edizione del festival.
Dal punto di vista tecnico e scenografico, lo show è semplicemente impeccabile.
La macchina da palco gira alla perfezione, scorrendo fluida, senza intoppi né cali di tensione.
Tuttavia, la scelta di una scaletta fortemente sbilanciata verso le ballate rischia di penalizzare il pubblico generalista, mettendo a dura prova l’attenzione di chi non è un fan della prima ora.
Il concerto ritrova il suo smalto migliore durante l’esecuzione dei cavalli di battaglia più ritmici e travolgenti, anche se va segnalata una splendida versione di Iruben Me, che si attesta come uno dei momenti musicalmente più alti e raffinati dell’intera serata.
Ciò che è mancato davvero, però, sono le emozioni autentiche. Quelle vibrazioni viscerali che spesso scaturiscono da un live meno “confezionato” e perfetto, ma più viscerale e sentito. Il sodalizio tra Zucchero e il prestigioso palco dell’Arena si chiude così come un evento pop-rock di grandissimo richiamo, che pecca tuttavia di freddezza. Un’ottima performance che, per mancanza di vero trasporto, lascia l’amaro in bocca come la classica occasione mancata.
Judith Owen – domenica 12 luglio
Tra le figure più carismatiche di questa edizione ricorderemo la stravaganza della britannica Judith Owen.
Espressività, sarcasmo e disincanto in uno show che porta direttamente l’ascoltatore nei caldi luoghi dei jazz club della Louisiana.
Audace come sempre, sorprende per quella voce dalle capacità più varie passando con naturalezza da blues accattivanti a ritmi travolgenti.
Tanta sostanza quindi oltre che ad un’estetica evidente e una teatralità contagiosa.
Lo spessore musicale è costruito da una band strepitosa con un gusto impeccabile.
Dato che accompagna Judith ormai da tempo, sa come vestirla; le basi e le armonie sono quelle più correlate al suo essere.
Ottima la versione di “I Put a Spell on You” di Screamin’ Jay Hawkins.
Assistere a un concerto di Judith Owen non significa vedere una semplice esibizione, ma vivere un’esperienza liberatoria .
È un live che cura lo spirito, unendo una qualità esecutiva di livello, alla capacità, ormai rara, di non prendersi mai troppo sul serio.
Elvis Costello – domenica 12 luglio
L’edizione numero 53 di Umbria Jazz cala il sipario con il genio di Elvis Costello, uno dei cantautori più influenti e paradossalmente sottovalutati della propria generazione.
La sua grandezza?
Non aver mai scelto la via più facile, preferendo le strade secondarie, tortuose e imprevedibili, alla monotonia delle grandi autostrade commerciali.
Sul palco, il tempo ha inevitabilmente graffiato la sua voce.
Chi cerca la perfezione millimetrica resterà deluso, ma chi cerca l’anima troverà un’onestà e un’intensità emotiva rare.
È uno spettacolo intriso di una nostalgia calda, la stessa che ha dato vita ai suoi capolavori più memorabili, ma anche a inattese versioni di classici blues come “Help Me”.
L’energia, però, resta intatta, refrattaria ai chilometri accumulati e ai tantissimi dischi alle spalle.
Nota di merito assoluta per il “silenzioso” Charlie Sexton alle chitarre: il suo tocco ha riacceso la scintilla di quel sound leggendario che, oltre trent’anni fa, rese Austin una delle capitali musicali più creative d’America.
TEATRO MORLACCHI
Cécile McLorin Salvant – domenica 5 luglio
Una presenza magnetica, ma questo lo sappiamo: una tecnica che rasenta la perfezione, ma questo lo sappiamo; un’intonazione millimetrica dai colori illimitati, ma anche questo non è una novità.
Pathos, teatralità, carisma ma anche ironia e timida simpatia… Si chiama Cécile McLorin Salvant, ormai una costante dei palchi di UJ che la accoglie fin dai suoi esordi europei del 2013, quando ancora non notissima lasciava il pubblico a bocca aperta.
Partecipare ad un suo concerto è vivere un’esperienza ricca di emozioni, ritmo, dinamiche raffinate, silenzi improvvisi e accelerazioni inaspettate.
Blues, folk, jazz… Nulla manca nel suono di Cécile.
Il suo set è la dimostrazione di come il jazz possa essere colto, teatrale e accessibile al tempo stesso. Un trionfo di classe e fascino.
Peter Bernstein – martedì 6 luglio

Un puro concerto jazz, di quelli che custodiscono i sapori più autentici e classici del genere.
Questo, in sintesi, è stato il bel set di Peter Bernstein, chitarrista newyorkese da tempo nel cuore degli appassionati, capace di trasformare il palco in uno scrigno della grande tradizione.
Si è respirata a pieno l’aria dei leggendari precursori dello strumento, come Grant Green e Wes Montgomery, evocati non per sterile imitazione, ma attraverso l’eleganza innata e il gusto sopraffino che contraddistinguono lo stile di Peter.
Un focus, il suo, incentrato sul suono: un timbro rotondo, pulito e cristallino, guidato da un fraseggio sempre magistralmente equilibrato.
Bernstein dimostra una maturità rara, dove ogni singola nota è pesata, dosata con cura e mai di troppo.
Tra i momenti più alti del concerto spicca l’esecuzione della sua composizione originale, “Dragonfly”: un brano magnetico e ipnotico.
Il resto del set si è sviluppato tra uno swing di altissima scuola e un bebop dalle calde sfumature vintage.
La ricchezza dei dialoghi ha trasformato le note in pura energia positiva, regalando al pubblico quella singolare sensazione di totale serenità che ti rimette in pace con il mondo.
Bill Frisell – giovedì 8 luglio
Ancora una volta, il palcoscenico del Morlacchi si accende per ospitare la chitarra straordinaria di Bill Frisell, qui alla guida di un eccezionale quartetto che vede Greg Tardy al sax tenore e clarinetto, Thomas Morgan al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria.
A rendere unico questo artista è la sua innata capacità di non ripetersi mai, offrendo ogni volta al pubblico una prospettiva inedita della propria essenza musicale.
In questa particolare dimensione a quattro elementi, il suo stile iconico, caratterizzato da pattern ipnotici e atmosfere quasi sospese, si arricchisce di nuove sfumature. Le trame geometriche e le melodie dal sapore a volte alienante degli arpeggi, dialogano alla perfezione con il lirismo dei fiati di Tardy e la solidissima sezione ritmica di Morgan e Royston.
Il suono si fonde, a sorpresa, con caldi ritmi latineggianti, creando un dialogo sonoro imprevedibile dove la sperimentazione d’avanguardia incontra una profonda sensibilità ritmica.
È la conferma definitiva che il cartellone di UJ 2026 resta il luogo ideale per questi magici incontri e dialoghi culturali.
Kenny Baron – domenica 12 luglio
Parola chiave: tradizione.
Il rispetto per una cultura e i suoi maestri in un concerto magistrale per un ritorno di una leggenda come Kenny Baron.
Il teatro Morlacchi si è confermato il luogo perfetto per un quartetto acustico come il suo.
Il centro focale del concerto è stato l’intenso dialogo intergenerazionale.
Al suo fianco la contrabbassista Linda May Han Oh ha letteralmente incantato la platea.
La sua fisicità esile si contrappone alla forte autorità delle sue decise linee di basso.
Lo strumento non si limita a essere parte ritmica ma diventa voce armonica straordinaria, doti che racchiudono la natura dei fuoriclasse.
La bella sorpresa del progetto “Songbook” è però la giovane cantante Ekep Nkwelle.
La sua voce, profonda, malleabile e colorata di blues e storytelling, ha creato un’aurea dinamica e brillante dei classici suonati.
Lo stile colto ed elegante di Barron è stato la dimensione più agevole per le fascinose interpretazioni di Ekep fino a esplodere in modo viscerale anche in composizioni più moderne come il loro recente singolo “Illusion”.
Il risultato finale è un’esperienza immersiva di rarissima bellezza.
Un concerto che viaggia su visioni sospese capaci di far sognare a occhi aperti una platea che, a luci accese, si rifiuta ancora di svegliarsi.
Giardini Carducci, Piazza IV Novembre e oltre.
Non potevano mancare quei live capaci di racchiudere la vera essenza di Umbria Jazz, custodi storici dello spirito con cui questa straordinaria macchina culturale è nata.
Parliamo degli eventi gratuiti, la linfa vitale che mantiene intatto il ritmo e fa battere il cuore pulsante del centro storico, seguiti anche da chi la musica la vive in modo secondario.
I Free Outdoor Concerts tornano a infiammare le piazze dalle tredici fino a tarda notte, alternando sul palco vecchi e nuovi amici del festival.
Ray Gelato & The Giants: Ormai una vera e propria istituzione per Umbria Jazz, il poliedrico frontman britannico incarna lo spirito più autentico dello swing d’annata.
Con il suo fraseggio al sax e una forte carica d’ironia, si conferma uno degli artisti più amati e attesi dal pubblico perugino.
Nico Gori Quartet: Al timone troviamo un musicista dall’esperienza immensa e trasversale.
Vero camaleonte sonoro, Gori abbatte le barriere di genere passando con naturalezza dal rigore accademico alle improvvisazioni jazz, fino a toccare le contaminazioni più ritmiche del funky e dell’acid jazz.
Jonté Mayon: Una delle scommesse più riuscite dell’anno arriva dritta dalla culla della musica nera, New Orleans.
Con un timbro potente e versatile, l’artista spazia dal calore del gospel al groove del soul, blues e R&B, regalando una performance dalla forte carica emotiva.
Anthony Paule Soul Orchestra: Direttamente da San Francisco, un ensemble composto esclusivamente da fuoriclasse del genere.
Capitanata da Anthony Paule, chitarrista dal fraseggio elegante e assiduo frequentatore del festival, la band vanta un curriculum di altissimo livello e promette un live di puro, autentico soul.
Brassense: Energia e versatilità sono i tratti distintivi di questo collettivo di fiati e non solo, il cui repertorio spazia con disinvoltura dal jazz classico alle sonorità degli anni ’80, passando per le tensioni del funk.
Sugarpie & The Candymen: Maestri del crossover stilistico, i membri di questo quintetto sono noti per le loro riletture stravolte ad altissima energia.
Il gruppo metabolizza brani di ogni genere ed epoca, filtrandoli attraverso una sofisticata estetica gipsy-jazz e un timing ritmico che contagia la platea al primo ascolto.
Thomas Kahn: Artista per cui la black music rappresenta una vera e propria prova di verità. Schietto, profondo e privo di artifici, Kahn domina il palco grazie a una maturità artistica figlia di un attento ascolto dei giganti del genere, ricreando quell’equilibrio perfetto tra l’eleganza pop di Detroit e il soul rurale di Memphis.
Conosci Mia Cugina: Una vera e propria macchina del tempo musicale, dedita alla rivitalizzazione dello swing italiano d’altri tempi.
La band rilegge i classici degli anni ’30 e ’50 con un approccio fresco e contemporaneo, capace di far dialogare la memoria storica della nostra musica con un groove moderno e trascinante.
Allan Harris and Harlem After Dark: Una narrazione in musica che celebra lo straordinario fermento culturale di Harlem nel suo momento di massimo splendore.
Harris mette la sua classe al servizio di uno show evocativo, capace di far rivivere l’energia, il ritmo e lo stile di un quartiere che è stato l’epicentro assoluto della creatività afroamericana.
A completare questo mosaico sonoro tornano anche gli Accordi e Disaccordi con il loro virtuosismo gipsy, l’energia boogie-woogie di Mitch Woods, le College Band Statunitensi e l’imprevedibile rituale delle jam session di tarda notte.
È proprio in queste sessioni improvvisate che si accende la vera magia di UJ, grazie a un’interazione unica tra i musicisti e tutte quelle band che, pur sfuggendo all’elenco, lasciano un segno indelebile nel festival.
Conclusioni.
Chiudere il diario di questa edizione significa rendersi conto che Umbria Jazz non è mai stata una semplice rassegna di concerti, ma un patrimonio culturale collettivo che respira insieme alla sua città.
L’edizione 2026 ha dimostrato come la grande musica sappia ancora essere un linguaggio universale capace di superare ogni barriera e di generare una comunione profonda tra artisti e pubblico.
Le emozioni vissute tra i vicoli di Perugia, il silenzio quasi sacro delle sale storiche e l’energia travolgente delle arene restano impresse sulla pelle, ricordandoci perché questo festival è un pilastro insostituibile della nostra identità culturale.
Con la consueta malinconia spengiamo i riflettori su quest’anno memorabile; ci portiamo però dentro la certezza che la magia di Umbria Jazz non si esaurisce con l’ultima nota, ma continua a risuonare nel cuore di chiunque abbia avuto il privilegio di farne parte.
Al prossimo anno… sempre se gli “Dei” del Jazz vorranno.
Simone Bargelli








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