chris bergson

Chris Bergson ci aveva anticipato l’uscita del suo nuovo lavoro nel corso dell’ intervista, realizzata lo scorso anno durante il tour estivo con l’amico Ellis Hooks. “[…] ho appena finito di registrare un nuovo album, che uscirà il prossimo anno ed è più orientato verso il soul / jazz, con Larry Grenadier al basso e Herlin Riley alla batteria. In origine doveva esserci Al Foster ma è scomparso tre settimane prima delle session. Siamo stati fortunati ad avere Herlin. È una combinazione tra il trentennale di quando mi sono trasferito a New York ed ho studiato con Jim Hall e uno sguardo indietro alle mie prime influenze jazz e blues”.

La descrizione del suo autore è del tutto pertinente e nell’ascolto di questi sette brani ritroviamo molti degli aspetti che caratterizzano la sua musica. Bergson, ha da poco compiuto cinquant’anni e si è regalato per l’occasione un album che è insieme una celebrazione del percorso finora compiuto e una ulteriore affermazione del suo gusto eclettico. Non sappiamo quanti altri artisti possano affrontare, con pari credibilità, un pezzo di Muddy Waters, come l’iniziale “Mean Disposition” e uno di  Herbie Hancock, lo strumentale intitolato “Driftin’”, dal suo album di debutto su Blue Note, “Takin’ Off”(1962). Se allora al sax c’era nientemeno che Dexter Gordon, qui troviamo un vecchio amico di Chris, sovente suo partner musical, il bravo Jay Collins.

Significa avere maturato la capacità di esprimersi in linguaggi simili ma con differenze, alternando la ruvidità del Chicago blues alla lievità giocosa del pezzo di Hancock o di un altro strumentale, Sad Strains,  dedicato al padre. Non è nemmeno, o non soltanto, una questione di tecnica chitarristica, cosa che comunque a Bergson di certo non manca, essendo anche docente al Berklee College. Tuttavia, essa resta sempre al servizio della musica, mai gratuitamente dimostrativa, le note e la loro spaziatura sono gestite con naturalezza e classe.

Vale la pena soffermarsi sulla sezione ritmica e sul dialogo fitto, continuo tra loro e Bergson, tutto giocato su misura e sensibilità. Del resto, è formata per l’occasione da due musicisti dal curriculum impressionante; Larry Grenadier è contrabbassista che ha illuminato centinaia di session, dalle splendide registrazioni in trio con Brad Mehldau a quelle con Charles Lloyd, Paul Motian, Pat Matheny…, mentre Herlin Riley è batterista richiestissimo (Ahmad Jamal, Wynton Marsalis).

Non stupirà affatto, quindi, che siano in grado di assecondare Bergson in ogni piega, dalla rilettura di “What Would I Do Without You” di Ray Charles, ben cantata, al boogaloo soul della canzone titolo, sempre per citare ancora le sue parole, ispirato ai dischi Blue Note di Lee Morgan, Grant Green o Lou Donaldson.

Rileggendo quanto scrisse Marino Grandi sul n. 126 de Il Blues, a proposito di un precedente album dell’artista di stanza a New York, il “Live At Jazz Standard” e di come si trattasse di “un’opera che non perde mai la possibilità di incuriosire ed emozionare, ed il cui merito è da ascrivere indistintamente alla personalità dei musicisti”. Ecco, queste parole ci sembra calzino a pennello anche per questo riuscito“East River Blues”.

Matteo Bossi

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