Vanessa Collier

My Own Way

di Matteo Bossi

Cantante, autrice, sassofonista e chitarrista di grande talento, Vanessa Collier si è fatta conoscere in poco più di un decennio e lo ha fatto alle sue condizioni, pubblicando cinque album in studio solidi ed varii oltre ad album dal vivo, “Live At Power Station” (2022).

Chiunque abbia avuto la possibilità di assistere a uno dei suoi concerti ha di sicuro apprezzato un’artista dinamica e coinvolgente, alla guida di una band di valore con partner come l’ottima chitarrista Laura Chavez.

Il loro set e è stato uno delle migliori della recente edizione del Lucerne Blues Festival e così, qualche tempo dopo, l’abbiamo incontrata per saperne di più sul suo percorso percorso di vita e musica, in attesa di rivederla in Italia sul palco del Blue Note di Milano nel mese di gennaio.

L’intervista a Vanessa Collier

Ti capita mai di riascoltare le prime cose che hai registrato? Il tuo primo album è uscito circa dodici anni fa. 

Ogni tanto succede, qualcuno mette su Pandora e partono brani dal mio primo disco… e io penso – wow! – Ero così giovane e non avevo idea di cosa mi aspettasse. Ma amo ancora quei dischi. Un disco è una dichiarazione di dove ti trovi nel tempo, puoi guardare indietro e giudicarlo in base a quello. È bello come qualsiasi altra cosa tu possa creare, capisci cosa intendo. E lo è anche vedere la crescita dal primo disco al sesto disco che ho pubblicato l’anno scorso, sia come cantante, ora ho così tante opzioni a cui attingere che non avevo quando ero più giovane, e anche dal punto di vista del sassofono, è come se avessi trovato la mia voce, il che non vuol dire smettere di  cercare, perché lo faccio ancora, ma ero più fissata con le cose che avevo in testa all’inizio e ora sono diventate idee più complete.

Hai iniziato a suonare il sassofono a soli nove anni, cosa ti piaceva di esso all’inizio?

Sono stata catturata dal suono! E molte persone che suonano il sassofono hanno storie simili, come se ci fosse qualcosa in quel suono che mi ha attratto. È stato sicuramente così per me. L’ho sentito in un programma televisivo e ho pensato: cos’è?! Come si suona, è fantastico! E sono stata davvero fortunata ad avere molte buone opportunità da giovanissima. I programmi musicali alle elementari, alle medie e alle superiori erano di altissimo livello, tutti sostenevano le arti. Non era come dire: “Oh, non pratichi uno sport”, cosa che invece facevo, giocavo a basket. A volte le persone ti dicono : “Perché perdi tempo con la musica, non arriverai da nessuna parte con quella…”, ma non era il mio caso. Mia madre mi ha sempre incoraggiato e ha reso possibile tutto questo. Poi mi ha fatto prendere lezioni di sassofono da uno che suonava il clarinetto in una banda militare; dopo un anno e mezzo mi ha detto che avevo superato le sue conoscenze sul sassofono e avrei dovuto trovare un altro insegnante. È stato fantastico, se ci penso adesso.

Poi ho avuto la possibilità di studiare con Chris Vadala, che ha suonato con Chuck Mangione per oltre vent’anni ed era il primo a essere chiamato nell’area metropolitana di Washington, dove vivevamo. Quindi, quando B.B. King veniva in città o Aretha Franklin… lui suonava con tutti questi grandi musicisti. Ho studiato con lui per sette anni e non sapevo che si potesse fare della musica una carriera. Ho fatto un’audizione con lui quando ero in prima media, perché il direttore della banda della mia scuola mi aveva sentito suonare e gli aveva detto: “Ehi Chris, devi sentire questa ragazzina”. Così il signor Vadala mi ha preso e mi ha detto: “Di solito non prendo nessuno che non frequenti il liceo, perché i più piccoli non hanno la concentrazione, la motivazione e il livello di abilità necessari…”. Ho imparato tantissimo sotto la sua guida. Voleva che diventassi brava tecnicamente e non ha mai limitato la mia espressività. Questa è una cosa di cui gli sono ancora grata. Quando sono andata ai campi estivi come Eastman, all’Università di Miami e persino al Berklee, cercavano di farti fare tutte queste cose con l’armonia, ma io non ero ancora pronta per quelle nozioni, stavo ancora cercando la mia voce e non mi importava di sbagliare una nota o di fare il cambiamento giusto. Ma Chris mi ha incoraggiata a essere me stessa.

Credo sia un aspetto importante, specialmente in anni formativi.

Oh, assolutamente. È così che insegno anch’io. Non voglio limitare nessuno dicendo: devi seguire queste regole fin dall’inizio. Penso che soprattutto nella musica, ma anche nella vita, ci siano molte cose che si scoprono da soli. Più ci sono regole fisse, più finisci per odiarle. Se dai a qualcuno una struttura e la libertà di trovare la propria strada all’interno di quella struttura, allora puoi portarlo al livello successivo e aggiungere questo o quel particolare. È così che penso dovrebbe essere insegnata la musica, ma a volte ci sono prima le regole e non c’è divertimento, non c’è espressione… e questo conta, in fondo se sei un musicista sei l’unico che può dire quelle cose in quel modo. Ed è quello che si vede quando si pensa a tutti i musicisti che hanno cambiato il volto della musica. Nel mondo del jazz prendiamo Miles Davis, che ha detto no, non suonerò tutte quelle note, ne suono solo una, ha cambiato molto, da “Birth Of The Cool” a “Bitches Brew”… non devi attenerti a una sola cosa. Prendiamo James Brown, nessuno aveva mai suonato su un accordo così a lungo prima di lui, o Prince o Bob Dylan… è un viaggio e ognuno ha il suo.

I gusti musicali di Vanessa

Quindi immagino che anche come appassionata di musica i tuoi gusti fossero molto eclettici sin da piccola.

Sì, sono stato molto fortunata a crescere nella famiglia in cui sono cresciuta… ascoltavamo pop anni Novanta, Aretha, Ray Charles, The Eagles, Fleetwood Mac, Toto, Willie Nelson… di tutto. Tutto merito di mia madre! È fatta così, il suo amore per la musica che ha creato il mio amore per la musica. Spesso d’altronde è qualcosa che si tramanda in famiglia. Una vera fortuna avere tutte queste influenze e a trovare ancora musica che mi piace dal nulla, del tipo: come ho fatto a non conoscerla? Mi è successo con un disco di Hank Mobley un paio di anni fa.

E ovviamente ci sono sassofonisti nel jazz, nel rhythm and blues, nel funk, nel rock… in molti generi diversi.

Ecco perché dico sempre che il sassofono si adatta a tutto… pensa a Bruce Springsteen, Clarence Clemons era un elemento fondamentale del suo sound. Ray Charles suonava il sassofono in alcuni dei suoi brani… è una voce che c’è, magari non sempre in primo piano, lo stile di Junior Walker è scomparso per un po’, ma è sempre stato presente perché è uno strumento molto soul e la gente si identifica con esso. È molto viscerale e forte.

Anche nel Chicago blues ci sono stati sassofonisti come Eddie Shaw o A.C. Reed…

Sì, e in più chiunque prenda in mano uno strumento cerca di emulare uno strumento diverso… la cosa di Chicago, almeno secondo me, è che con l’arrivo del blues elettrico e artisti come Eddie Harris e il sax baritono stavano cercando in un certo senso di elettrificare il sassofono;  la chitarra è così importante che il sassofono cerca di suonare come una chitarra. E questo era simile al mio approccio, la chitarra è forte ma il sassofono lo è ancora di più! Avevano questo suono distorto e in over drive – come posso ottenerlo? – pensavo. Stavo cercando di lavorare sugli ipertoni e cose del genere. Quando sei un musicista cerchi di spingere il tuo strumento al limite. Pensi: come posso suonare come un armonicista o un chitarrista? E così impari diversi lick perché poi ogni strumento ha le sue caratteristiche fisiche su cui tutti ricadono.

E uno come Derek Trucks ha ascoltato molti sassofonisti e trombettisti.

Sì, assolutamente, e mi piace molto. Penso che sia questo che spesso ti distingue dagli altri: se prendi uno strumento che di solito viene suonato in un certo modo e lo modifichi solo leggermente… So che ha ascoltato Sun Ra e anche molta musica classica indiana, quindi nessuno suona come lui. A meno che non si cerchi di emularlo! È il primo che conosco a suonare in questo modo.

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Vanessa Collier Lugano foto Gianfranco Skala

Gli studi e la formazione

Hai studiato musica a Berklee, com’è stato avere un approccio più accademico rispetto alla libertà che hai sperimentato con Chris Vadala?

È stato molto diverso. Direi che dal punto di vista del sassofono ho faticato molto durante i quattro anni alla Berklee. Sono arrivata e ho ottenuto ottimi punteggi nei test di improvvisazione e quant’altro… e sono finita in una sorta di terra di nessuno, tutti si aspettavano che amassi il jazz e suonassi jazz, cosa che ho fatto… ma suonare un blues in 12 battute mi entusiasmava più che suonare come Charlie Parker. Non ero attratta da quello. Ma quando suoni il sax alto e vai a scuola dovresti conoscere tutta la roba di Bird… c’erano un paio di insegnanti che hanno cambiato un po’ il mio tono, a pensare i cambi di accordo in modo diverso… tutto questo è stato utile, ma non ne sono uscita pensando: Ok, so esattamente cosa sto facendo, mi sento una musicista migliore. Anzi era il contrario. Ho scoperto che mi piace imparare con altre persone, un po’ alla volta, essere guidata nel processo di apprendimento, mi ci è voluto un po’ per trovare un insegnante che potesse farlo per me.

Ho incontrato questa persona, Marco Pignataro, per puro caso: il mio insegnante era assente per un infortunio alla spalla e Marco mi ha detto: “Oh no, non devi cambiare affatto il tuo modo di suonare! Pensa solo che ora stai dipingendo con più colori primari, quindi hai dei rossi, dei blu, dei gialli e forse un po’ di verde qua e là. Ma io voglio dei lilla o dei cerulei, ed ecco come puoi ottenerli”. Era proprio quello di cui avevo bisogno. Prendere uno studente dal punto in cui si trova e aggiungere qualcosa, come se avessi già delle ottime basi, invece mostrare tutto quel che non funziona. Mi è stato di grande aiuto. Quello che mi è piaciuto di Berklee è che sei circondato da grandi musicisti. Ero molto timida, mi sminuivo troppo, quindi vedere persone che uscivano dalla loro bolla e suonavano tutto quello che sapevano era davvero importante per me.

Durante il mio ultimo anno di liceo ho frequentato un corso di tecnologia musicale della durata di un’ora e mezza, in cui abbiamo imparato a conoscere l’equalizzazione, i filtri, il missaggio di un disco,  come fare il master…cose di cui non sapevo nulla, ma è stato molto utile. Non provenivo da un ambito tecnico, ma ero davvero affascinata da tutte queste cose. Poi sono arrivata al Berklee, dove c’era una laurea in produzione musicale, di cosa si tratta- mi sono detta. E grazie a quel corso ho superato il test di tecnologia musicale di base, quindi non ho dovuto seguire il primo anno. Mi sono laureata in performance e produzione musicale, quindi ho messo a frutto molto quella formazione.

Hai prodotto la maggior parte dei tuoi dischi.

Sì, ho prodotto tutti i miei album e co-prodotto  il secondo. Continuo a imparare e crescere in questi ambiti, così da poter fare dischi migliori e concerti migliori. È tutto interdipendente. Sono grata per quei quattro anni, mi hanno aperto tantissime porte. Penso che il senso di andare al Berklee non sia nel poter dire: “Ok, sono diventato un musicista fatto e finito, completo”, ma piuttosto poter dir – ho tutte queste strade che posso percorrere. Ho imparato a suonare la batteria, il pianoforte, il basso, la chitarra… e non avevo mai scritto una canzone prima del college. Scrivevo poesie. Ma ho seguito alcuni corsi di scrittura.

Uno dei tuoi insegnanti era Livingston Taylor.

Oh, ti sei preparato! Sì, ho seguito due dei suoi corsi e anche in questo caso ero molto silenziosa in classe, non mostravo tutto ciò di cui ero capace. Ma le piccole cose che ci diceva, parlava del nervosismo come di qualcosa di egoistico, mi è sempre piaciuto questo concetto. Ero sempre molto nervosa prima di un’esibizione e lui diceva: se sei nervosa non riesci a entrare in sintonia con il pubblico e non riesci a trasmettere nulla. Diceva: certo, essere nervosi è normale, significa che ci tieni, ma devi superare questa sensazione. Queste piccole cose. Come il contatto visivo, parlava di cantare un verso rivolgendosi direttamente a una persona, guardarla negli occhi e finire quel verso, poi passare a qualcun altro. Non faccio nemmeno più caso di fare queste cose, ma quando ho iniziato era un buon modo per uscire dalla mia bolla introversa. È diventata una questione di connessione. È una buona cosa rimodellare la performance dal vivo in questo modo. Non credo nemmeno di aver saputo che fosse il fratello di James Taylor fino a metà del corso, ma ci parlava del modo di suonare di James e anche di sua sorella. E nel New England è così famoso che suona davvero ovunque.

Quando frequentavi Berklee suonavi spesso con i tuoi compagni di corso?

Ero molto introversa, ho partecipato a una jam session… ma all’epoca non ero a mio agio. Nei primi anni mi esercitavo molto da sola. Poi ho pensato che dovessi trovare dei compagni di band o degli amici. Ho iniziato a suonare in questo showcase per cantanti, c’è una sola band e una decina di cantanti, si tiene ogni autunno e ogni primavera. Si suonano brani dagli spartiti. Sono stato selezionata per far parte di quella band e di un paio di altre iniziative…È venuta Patrice Rushen e quindi, ho fatto una session con lei, è venuta Kathy Mattea, una cantante country, e abbiamo fatto una settimana di prove e uno spettacolo… cose del genere mi hanno a poco a poco coinvolta.

 Poi hai avuto l’opportunità di suonare con il compianto Joe Louis Walker.

È successo perché un mio amico, che suona la batteria con me, mi ha detto: “Oh, sai sto suonando con questo tizio, Joe Louis Walker, dovresti assolutamente venire”. Era estate e stavano passando da Philadelphia, dove vivevo all’epoca. Suonavano in un locale chiamato Warm Daddy e Joe ama avere gente che sale sul palco e suona con lui… Così l’ho ascoltato su Spotify e ho detto: “Wow, questo è proprio il mio genere, posso farlo tranquillamente” e ho suonato il sassofono ascoltando i suoi dischi… Così sono andata e mi sono esibita quella sera come ospite. Ci siamo visti durante la pausa, c’erano due set, mi ha detto: “Ti chiamo sul palco” e poi, quando è tornato, mi ha chiesto: “Vieni?”. Ho preso il mio sassofono e l’ho seguito. Non ricordo quale fosse la tonalità. Di solito si resta sul palco per due brani, poi è buona educazione scendere dal palco… Così ho iniziato ad allontanarmi e lui mi ha chiesto: “Dove vai? Resta qui! Così sono rimasta per tutto il secondo set. Dopo lo spettacolo mi ha detto: “hey, ti va di venire in tour con noi? E io ho risposto: “Sì, chiamami quando vuoi”. È andata così. Ho iniziato a suonare con lui in tutte le date della costa est, abbiamo fatto una data in Oklahoma e poi il festival di tre giorni della Tedeschi Trucks in Florida. Sono andata in tour per un anno e mezzo con Joe, alla fine abbiamo fatto mese di concerti in Turchia, un tour fantastico. È così che ho mosso i primi passi e ho capito che volevo fare questo… sono passati solo un paio di mesi da quando ho iniziato a scrivere il mio materiale, a mettere insieme delle cover, a formare una band e a costruire la mia carriera. Sono grata per il tempo trascorso con Joe.

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Vanessa Collier Lucerna foto Gianfranco Skala

Joe era un musicista molto versatile, passava dal gospel all’R&B, al blues acustico e al rock…

Sì, penso che sia anche per questo che ero in sintonia con Joe, il motivo per cui gli sono più grata è perché non era una cosa sola, era molte cose allo stesso tempo, è stato un esempio per me. È nel mondo del blues, ma ha un piede nel gospel, nel funk, suonavamo blues rock… tutto in un set di 90 minuti. Molti fanno la stessa cosa, come uno shuffle in tonalità o tempi diversi, ma sono comunque shuffle; il che è fantastico, ma è solo un altro viaggio. E per Joe non c’erano limiti. Non mi ha mai limitata come musicista, ha lasciato che le cose accadessero e non ci sono molti artisti che lasciano respirare i loro sidemen in questo modo. Era una vera enciclopedia della musica e della sua storia, ho imparato tantissimo da lui. Mi mandava a casa con dischi e libri come “The House That Trane Built”… Quando mi sono diplomata, Joe mi ha detto: “Ti porto a vedere gli Stones”. Conosce Mick Jagger piuttosto bene. Così lui e sua moglie mi hanno portato con loro e ci siamo seduti in quinta fila, proprio davanti a Mick Jagger! È stato il concerto più rumoroso a cui abbia mai assistito, ed è un ricordo fantastico! Dico sempre che suonare con Joe è stato come fare un master!  Ho imparato molto, soprattutto a suonare. Ti faccio un esempio, come forse sai, ci sono diversi tipi di bocchini, quelli più aperti tendono ad avere una proiezione leggermente maggiore, mentre io avevo un bocchino chiuso, quasi classico, e quando suonavo con Joe non riuscivo a suonare abbastanza forte, ma soffiavo così forte che mi scoppiavano i capillari del viso! Sapevo che aveva subito un intervento al cuore, ma era tornato a suonare… è stata una grande perdita per me e anche per il mio batterista Byron, che a sua volta aveva suonato con lui.

Il lavoro

Per tutti i tuoi dischi, tranne quello che hai realizzato con Ruf, hai scelto la via dell’indipendenza.

Sì, ed entrambe le strade hanno i loro svantaggi. Ovviamente ho sempre lavorato in modo indipendente e quello che ho scoperto è che, anche se la mia carriera continua a crescere, è ancora difficile vendere dischi, distribuirli, perché non sei un’etichetta discografica che pubblica diversi dischi all’anno, ma una persona che pubblica un disco ogni due anni. La casa discografica ha una macchina… ma io sono fieramente indipendente e molto testarda, sono aperta alle opinioni degli altri, ma ora ho imparato che quelle persone non sono nei miei panni. Ho capito che il processo creativo con una casa discografica è un po’ antiquato, non voglio essere vista come un’artista donna che fa un disco, ma solo come una musicista tosta che fa un disco, questa è l’unica cosa che conta. L’idea che io debba apparire in un certo modo o che le immagini debbano essere in un certo modo… inoltre tu sei l’artista, l’autore delle canzoni e senza le canzoni non c’è nulla da promuovere e a volte le case discografiche cercano di sottrarti fonti di guadagno, una percentuale dei diritti d’autore, i master… Insomma, l’abbiamo imparato da Prince. A volte hanno più contatti e tu sacrifichi certe cose, ma volevo davvero realizzare il disco come lo sentivo nella mia testa, senza che qualcuno ai vertici approvasse la musica, la produzione o le immagini. Ci tengo molto a farlo a modo mio e vedere cosa succede, mi rende più felice. Questa è stata la mia priorità. Ecco perché non ho realizzato un disco con un’etichetta.

“Meeting My Shadow” è uscito per la Ruf e ha visto la partecipazione di Laura Chavez, che ancora oggi suona spesso con te sia sul palco che in studio.

È questo il bello di far parte di una comunità: quel disco mi ha aiutato a integrarmi più pienamente in essa. Non credo che altrimenti avrei mai incontrato Laura, frequentavamo ambienti diversi, e di questo sono grata perché la nostra intesa musicale è fantastica, è inspiegabile, non è qualcosa su cui abbiamo mai lavorato.  Ecco perché ho continuato a registrare dischi con lei. E questo la dice lunga anche su di lei come persona, è molto gentile e aperta, ascolta, è molto preparata, è una delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto. Tutto questo traspare dal suo modo di suonare e dal suo approccio alla musica. Quindi sono contenta per quel disco, ho imparato molto, al di là del fatto che l’esperienza in sé sia stata positiva o negativa, ho ricevuto gli insegnamenti di cui avevo bisogno. Ho avuto modo di incontrare e suonare con Laura o TK Jackson che suona la batteria con i Southern Avenue… Abbiamo appena visto Debbie Davies sulla costa occidentale o Dennis Gruenling, l’armonicista, ed è bello essere tra queste persone che all’inizio andavo a vedere e pensavo “oh, sono fantastici” e ora vengono ai miei concerti o io vado ai loro. È tutta una questione di comunità.

Ho letto che avevi in programma di registrare un album acustico con Laura.

Sì, ne abbiamo parlato. La pandemia ci ha insegnato molte cose. Ho avuto la fortuna di incontrare Arthur Neilson della band di Shemekia (Copeland ndt) e abbiamo fatto dei concerti in duo durante tutta la pandemia: è questo che ci ha permesso di andare avanti, suonando in questi eventi all’aperto nel rispetto del distanziamento sociale. Ho suonato anche con Chris Vitarello, che ha suonato con Bruce Katz per dieci anni, e con Mike Schermer, che ha suonato in pratica con tutti, in particolare con Marcia Ball. Quindi ho tutti questi grandi chitarristi, ognuno dei quali ha un approccio leggermente diverso alla musica, e suonare in duo con loro potrebbe essere la scintilla che ha dato vita al disco. Potrei fare un disco solo con Laura, ma anche vedere come si intreccia con alcuni dei miei chitarristi preferiti. Quindi a un certo punto succederà. Ho sempre voluto scrivere un disco insieme a Laura, ma per farlo dovremmo trovarci nello stesso spazio e nello stesso momento, lei è sempre impegnata e io sono sempre impegnata… ma spero che succeda, sarebbe fantastico. Ho sempre in testa una miriade di progetti!

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Vanessa Collier Lugano 2019 foto Gianfranco Skala

Per quanto riguarda la scrittura dei tuoi brani nei dischi hai dimostrato di saper prendere diverse direzioni, fa tutto parte di un continuo processo di apprendimento?

Sì, amo la psicologia, il modo in cui le persone pensano e come questo si riflette nel mondo, e il mio cervello funziona in questo modo, come per l’ingegneria meccanica, smontare le cose, capire come funzionano e rimontarle per vedere se funzionano ancora. E per me scrivere canzoni è così, è come dire: ok, hai tre strofe per arrivare da qui a qui e ogni strofa deve aggiungere qualcosa. E diventa come un puzzle, hai questi pezzi e devi modificarli e rifinirli continuamente. Non ricordo chi ha detto che le canzoni non sono mai finite e in questo senso è molto liberatorio, non devono essere perfette, puoi sempre capire quali sono i pezzi mancanti o come renderle più forti. Quando entriamo in studio nessuno ha sentito la canzone tranne me e la registriamo in due o tre giorni e basta. Dal vivo è diverso, sentiamo che questa canzone ha bisogno di più spazio per respirare, allunghiamo un po’ l’introduzione o lo spazio… ecco perché ho pubblicato un album live, quelle canzoni dopo tanto tempo hanno preso altre forme.

Come ti predisponi a fare un disco, ci deve essere un concetto che lega le canzoni? O è il contrario?

Oh, è interessante, mi piace l’approccio di Prince in questo. L’ho letto di recente e ha perfettamente senso quando dice che non vuole stare in tour per un anno intero perché sarebbe solo eseguire cose che ha già pensato… ma questo è essere un intrattenitore, non necessariamente un artista. Bisogna pensare al materiale nuovo. E questo mi piace perché non so mai come sarà il prossimo disco, ovviamente ho questa idea del disco in duo, ma deve essere giusto e le canzoni devono portarti in quella direzione, è questo che determina tutto. Il primo disco era tipo: “Oh, queste sono le mie canzoni preferite, mettiamole su un disco”. Il secondo era intenzionale, stavo attraversando un periodo difficile e l’intero disco era il mio modo di uscirne. Per “Do It My Own Way” volevo scrivere qualcosa di più soul, anche se ci sono progressioni blues, ha un’atmosfera diversa. Volevo realizzare un disco soul/funky in stile Daptone e Memphis soul… Ho scritto tenendo presente questo obiettivo. Ma credo che il prossimo disco sarà completamente diverso, anche se non so ancora come. Non mi sono ancora seduta a scrivere dei demo. Non avrei mai immaginato che questo disco sarebbe stato nominato nella categoria blues, perché ha ottenuto la nomination come album blues contemporaneo dell’anno. È incredibile, sono felice che abbiano riconosciuto le mie radici. Mi piace distanziare gli album, non si può pubblicare musica ogni quattro/sei settimane, come si fa a crescere come persona? Non ci sono cambiamenti significativi. Tendo a fare album ogni due/tre anni per capire chi sono in quel momento.

C’è qualche musica che stai ascoltando e che magari prima non conoscevi così bene?

Sì, direi che recentemente mi è successo con Tina Turner. Hanno pubblicato un documentario su di lei e l’ho guardato mentre facevo questi concerti. Conoscevo alcune delle sue canzoni, ma non mi ero resa conto delle difficoltà che aveva dovuto affrontare per diventare la rock star che era. Sapevo del periodo con Ike, ma non sapevo che fosse stato lui a darle il nome Tina e che prima di dedicarsi al rock avesse fatto musica country, soul… Ho approfondito un po’ di più la sua discografia. Anche Aretha è una di quelle artiste di cui conosci i grandi successi, ma scoprendo i suoi dischi mi sono imbattuta in un album live che ha registrato in Francia… Io e il mio compagno adoriamo andare nei negozi di dischi. Lui mi ha fatto conoscere gli Hermanos Gutierrez e anche la musica africana, come quella di Fela Kuti… Più sei eclettico, più idee ti vengono in mente.


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