Robert Cray

Ritroviamo Robert Cray con grande piacere, a due anni dal suo passaggio italiano precedente; se allora aveva fatto tappa alla Santeria di Milano,  stavolta l’appuntamento è per la prima serata del Chiari Festival, organizzato con passione da ADMR. Cray, classe 1953, non ha un nuovo disco da promuovere, anzi in realtà l’album precedente, l’ottimo That’s What I Heard, risale addirittura al 2020, ma questo conta relativamente ed anzi ci fa forse comprendere come la vita dei musicisti sia, oggi ancor più che in passato, legata all’attività dal vivo.

egidio ingala

Egidio Ingala foto Gianfranco Skala

Ma, facendo un passo indietro, occorre raccontare che dopo i saluti di rito da parte del patron Maurizio Mazzotti,  la serata è stata inaugurata degnamente da Egidio “Juke” Ingala & The Jacknives, ensemble molto collaudato, tra l’armonica e la voce del leader, la chitarra impeccabile di Marco Gisfredi e la sezione ritmica, che abbina precisione e senso dello swing, composta da Enrico Soverini e Max Pitardi. In un set di poco più di quarantacinque minuti condensano diverse pagine del loro repertorio, dispiegato in diversi dischi, il più recente dei quali è “Keep On Dreaming”, uscito nel 2024 per la tedesca Rhythm Bomb Records, ulteriore segno della stima di cui il gruppo gode in vari paesi europei. Spaziano tra Chicago, la Louisiana o la California con lodevoli riprese di artisti quali Johnny Young, “Money Taking Mama” e il compianto Snooky Pryor, “Boogie Twist” e originali come la simpatica “So Deep”.

Robert Cray

Robert Cray foto Gianfranco Skala

Non sono ancora scoccate le 21 quando la Robert Cray Band sale sul palco, attaccando subito “Anything You Want”, un pezzo ritmico, già indice della sua scrittura. Quasi settantre anni portati con scioltezza, Cray è in giro da oltre cinquant’anni, fedele ad una sua combinazione soul/blues personalissima, una ricetta che ha attraversato le mode per arrivare pressoché inalterata fino ad oggi. Con lui l’amico di sempre, i due si conoscono dal 1969, Richard Cousins al basso, preciso e groovy, nonché, come suo solito, scalzo sul palco, Les Falconer alla batteria e Dover Weinberg all’organo completano la formazione.  I quattro si trovano a occhi chiusi, brani sono praticamente composti dalla band o dalla sua cerchia e fluiscono l’uno l’uno nell’altro talvolta con una breve intro del leader. A “You Can’t Make Me Change” segue il recupero di un vecchio pezzo, “Where Do I Go From Here” (era su “Bad Influence”) e una scintillante “Won’t Be Coming Home”, scritta da Cousins.

Weinberg ha un suo ruolo nella spaziatura del suono, ad esempio in un lento come “Two Steps From The End”, una composizione di Jim Pugh, che per tanti anni ha ricoperto quella stessa posizione nel gruppo. Cray è  in possesso di una voce estremamente soulful che sembra immune allo scorrere del tempo, accoppiata ad uno stile chitarristico molto riconoscibile, fatto di parti ritmiche solidissime e assolo in grado di abbinare incisività e gusto melodico, una sorta di fusione tra O.V. Wright e Albert Collins. Altri buonissimi momenti sono costituiti da”I Shiver”, in una versione diversa per arrangiamento rispetto ad altre ascoltate in passato e “Poor Johnny”, con il suo andamento sinuoso.

Il set volge verso il finale con un uno/due da musicista di caratura superiore; prima infila il suo hit, “Right Next Door (Because Of Me)”, quasi per indurci a ricordare il quarantennale del suo disco di maggior successo, “Strong Persuader”(1986), poi regala uno dei suoi pezzi più lirici, “Time Makes Two”, fornendo un ulteriore saggio di controllo,  gestione delle emozioni e delle dinamiche. Molto applauditi da un pubblico attento che ha riconosciuto il valore della performance di classe e coerenza appena andata in scena,  la band concede due bis, la nota “Phone Booth” e “This Man”, un pezzo dell’ultimo disco citato in apertura, con riferimento, nemmeno tanto velato all’attuale inquilino della Casa Bianca, anche se scritta ai tempi del suo primo mandato, “who is this man in our house? we need to get him out!”, canta Cray. Una serata appagante al termine della quale è bello ritrovare  tanti appassionati e musicisti venuti anche da lontano per non mancare al live di uno dei grandi artisti della sua generazione.

Matteo Bossi

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