The New Blues Wave-Young Rell
di Matteo Bossi
Ad nemmeno vent’anni Harrell “Young Rell” Davenport si è già fatto conoscere ben al di fuori dei confini del suo stato natale, il Mississippi. E questo ancor prima di pubblicare il suo primo album, intitolato inevitabilmente “Young Rell” appena uscito tramite Little Village Foundation e coprodotto dal suo manager, Matthew Skoller, con Kid Andersen. Lo avevamo apprezzato già due anni orsono anche al festival di Lucerna, in mezzo ad una revue di veterani quali Little Jimmy Reed, Benny Turner e Trudy Lynn, notando come fosse a suo agio su chitarra e armonica e manifestasse l’attitudine attenta, rispettosa e curiosa caratteristica dei migliori studenti. D’altronde, quando artisti della statura di Billy Branch o Charlie Musselwhite spendono parole importanti nei suoi riguardi non vi sono dubbi sul fatto di poter contare su Davenport per gli anni a venire.
Come avete lavorato a quest’album? Sembra che alcune di queste canzoni siano con te da parecchio e abbiano un significato profondo nella tua vita.
La lavorazione dell’album è stato un periodo molto divertente. Ho iniziato a scrivere canzoni quando avevo all’incirca dodici anni, credo che la prima che ho scritto sia stata proprio “Giving Me The Blues”, che è la numero quattro del disco. Stavo parlando con qualcuno al telefono e mi stava dicendo qualcosa del tipo “cerco sempre di stare attento a come mi comporto ma c’è sempre qualcuno che mi dà il blues…”, ho pensato subito che potevo cavarci qualcosa e così è stato. Comunque, è vero, molte di queste canzoni sono con me da parecchio. Kid in realtà mi contattato già tre o quattro anni fa, avevo un altro manager al tempo…stavamo cercando di lavorare ad un disco ma la cosa con Kid e Little Village non è andata in porto. Lo scorso anno Kid mi ha contattato di nuovo e gli ho detto: mi piacerebbe molto! Stavamo cercando di realizzare un album ma in realtà non avevo i soldi, non sono ricco, avevo organizzato una raccolta su Gofundme e stavo usando quel denaro per registrare, ma erano tutte cose soliste. Ma ci dicevamo che sarebbe stato bello fare un album con un gruppo, sarebbe stato un inizio molto più d’impatto. E volevamo appunto farlo ma non disponevamo del budget per pagare un gruppo di musicisti. Che coincidenza quando Kid mi ha detto, “ci piacerebbe incidere qualcosa con te qui a Greaseland” e ci ha poi messo in contatto con Jim Pugh. Abbiamo parlato e due mesi dopo siamo andati in California per registrare. È stato bello lavorare con quei ragazzi, ci sono voluti solo tre giorni per completare il tutto.
Come hai scelto le canzoni dell’album? Ti hanno aiutato Matthew (Skoller) o Kid nella selezione?
Beh, ho scelto le canzoni che volevo in un certo senso lasciare andare, cose come “Fatherless Child” e “Hurt People, Hurt People”… perché dopo un po’, voglio dire per quanto tempo puoi essere un bambino senza padre? C’è un limite, per me, non è per sempre, quando hai 26 anni le cose sono diverse. L’ho scritta quando ne avevo 14, perciò è rimasta con me per tutti questi anni. L’ho suonata dal vivo e ho sentito che era venuto il momento di raccontare queste storie, farle uscire. Ci tengo anche a menzionare che io e Matthew abbiamo lavorato sodo alla pre-produzione per quasi due anni prima che qualcuno ci abbia cercato. E so che qualcuno potrebbe dire, “pensavo Matthew fosse il tuo manager, ma ora si occupa anche della produzione?”, ma mi piace il suo modo di produrre, i dischi di Lurrie Bell per esempio o i lavori con suo fratello Larry, è molto naturale e rilassato. Per questo quando mi ha chiesto, “chi vorresti fosse il produttore del tuo disco?”, gli ho semplicemente detto, “perché non lo fai tu?”.
Lo scorso anno hai pubblicato alcune canzoni come “Beefsteak Blues” di James “Son” Thomas e “Hate The Bite”.
Si, ed anche una versione acustica di “Fatherless Child”. Sono uscite per la mia etichetta e facevano parte del lavoro che abbiamo fatto allo studio Joyride di Chicago. Mentre cercavamo di capire cosa fosse meglio fare, almeno finché non avessimo avuto l’opportunità di incidere un intero album, abbiamo deciso di pubblicare dei singoli.
Queste canzoni e quelle del disco ovviamente, rivelano i tuoi gusti eclettici, dall’acustico, all’elettrico, con anche i fiati, e anche nelle cover da James “Son” Thomas e Fenton Robinson o Bob Dylan.
Penso che come musicista tu debba essere il più versatile possibile…perché qualcuno potrebbe chiamarti come ospite e potresti non avere la possibilità di scegliere la canzone da suonare. Dunque se cominciano a suonare “I Shot The Sheriff” devi essere preparato o rischi di fare brutta figura. I cerco di studiare tutto e fare in modo potermela cavare in qualsiasi campo con la chitarra e l’armonica. Alcune delle mie influenze non sono nemmeno blues, forse è strano ma allo stesso tempo è qualcosa che sono solo in grado di fare.
Il fatto che tu fossi appassionato di blues ti ha messo in una posizione difficile talvolta? Magari a scuola, dove immaginiamo non fosse la musica più apprezzata.
Io non mi sono mai del tutto integrato da nessuna parte, comunque! Non ho mai voluto seguire la moda del momento…sono sempre stato uno che ha seguito il cuore e l’istinto. Se tutti indossano una scarpa da tennis di una certa marca, io vado di sicuro in giro con un’altra. Non voglio essere come gli altri. E per questo sono cominciati i problemi quando ero a scuola. Ho iniziato a scrivere canzoni e per molte di quelle canzoni…sai sono stato bullizzato scuola non solo da altri studenti ma anche dagli insegnanti. Mi sono successe cose traumatiche allora e da quell’episodio convivo con ansia e una sindrome da stress post traumatico. Il modo di affrontare la cosa è stato tramite la musica, è il mio rifugio. Conosco musicisti che quando ascoltano qualcuno dicono, “oh questo tizio è terribile”, ma per me se qualcuno sta facendo musica, ci trovo gioia da qualche parte, sono fatto così, non importa se sia blues, reggae, funk…qualsiasi cosa. Trovo sempre conforto nella musica ed anche nella mia famiglia.
Quali sono stati alcuni dei primi blues che hai ascoltato e ti hanno fatto innamorare di questa musica?
Beh, ti devo raccontare la storia per intero. Un giorno ero con mio padre e lui aveva un raccoglitore di CD nel suo camion, le portava sempre con sé e ad un certo punto gli ho detto, “papà, posso mettere uno di questi CD nel lettore?” e lui disse, “ma io ascolto la radio, non questi”. “E perché hai tutti questi CD allora?”. E lui, “quando esco dal camion puoi metterne uno e ascoltare quello che ti pare”. Così li ho fatti passare e li ho osservati, quasi tutti avevano un artwork sul CD, ho continuato a scorrere finché non ne ho trovato uno che non aveva nessuna scritta o immagine. Interessante mi sono detto. L’ho messo nel lettore ed ho iniziato ad ascoltare. Ed è partita “Ride ‘Em On Down” di Eddie Taylor e poi Koko Taylor, non “Wang Dang Doodle”, un altro pezzo, forse era il lato B di quel singolo. E poi c’erano anche Johnny Young, Z.Z. Hill…un sacco di musicisti blues. Non sapevo che ascoltasse quella roba, non sapevo nemmeno che cosa fosse. Così al suo ritorno gli ho chiesto, “papà, non sapevo ascoltassi queste cose”. “Non lo faccio”, mi dice lui, “o meglio qualche volta, ma in genere no”. Avevo sette anni. E a nove anni me ne ero dimenticato. A dieci ci siamo trasferiti a Greenville e poi a Leland, Mississippi. Lì c’è un grocery store chimato Stop N Shop e sull’edificio a fianco c’è un grande murale di Jimmy Reed….Il nome Jimmy Reed mi diceva qualcosa, mi suonava. Avevo un tablet all’epoca, l’ho preso e ho digitato Jimmmy Reed, ma il primo nome che è uscito è stato Jerry Reed!
Un altro Reed, ben diverso.
Esatto e mi sono subito detto che non si trattava di lui. Così ho continuato a scorrere e mi è apparso “You Don’t Have To Go” di Jimmy Reed. Inizio ad ascoltare e mi dicono, ma questo non suona bene. Ma non era per Jimmy, era per via di come l’utente aveva digitalizzato il 45 giri! Ho trovato un’altra versione e mi sono subito detto, “wow, è il tizio che ho sentito nel camion di papà quella volta!”. E così il giorno dopo ho preso a dire “mamma, mi compri un’armonica?” “OK, ti comprerò un’armonica”, mi risponde. Allora lei è andata al Dollar Store e mi ha comprato un’armonica. L’ho usata per un po’ ma poi ci siamo accorti che era un giocattolo. E così le ho detto, “vorrei una vera armonica, mamma!”. A quel punto è andata al Guitar Center e mi ha preso un’armonica di plastica, credo fosse una armonica Fender. Un giorno sono andato in questo banco dei pegni e ho visto una chitarra appesa al muro. Ho detto, “vorrei davvero quella chitarra”, l’ho staccata dal muro e ho iniziato a suonarla, cercando di seguire qualsiasi musica stesse passando nel negozio. Non avevo mai suonato la chitarra prima. Il proprietario, un signore anziano, dice a mia mamma, “quel ragazzino suona già la chitarra a casa?”, “No, non avevo idea che sapesse suonarla”. Ed io, “mamma, vorrei questa chitarra, possiamo prenderla?”, “Non possiamo permettercela”, mi ha detto lei. Siamo tornati a casa, ma la volta successiva che siamo andati a Greenville siamo ripassati in quel banco dei pegni. Ha parlato al proprietario e lui ha detto, “Gliela darò per un prezzo dieci volte più basso di quanto l’ho pagata”, in pratica mi ha consegnato la chitarra. Ho visto anche alcune armoniche Marine Band e mi sarebbe piaciuto averle…erano usate, ovviamente, ora lo so bene. Ne volevo due, ma potevamo pagarne una sola, lui però ne mise due sul bancone ed ho pensato me ne volesse dare due al prezzo di una. Così la presi ma poi la mamma quando l’ha vista mi ha detto, “da dove arriva la seconda armonica, pensavo ne avessimo comprata una sola”. Così siamo ritornati e gliel’ho restituita. A casa ho preso i soldi dal mio salvadanaio a forma di maialino per portargli il resto. Ma lui a quel punto mi ha detto, “non preoccuparti, va bene così, un giorno ci farai qualcosa di speciale con queste”. E me le ha date. Ecco come ho iniziato.
Qual è stata la prima canzone che hai imparato alla chitarra?
Oh è stata “High And Lonesome” di Jimmy Reed. Avevo il 78 giri e un giorno l’ho portato a scuola per lo “show and tell” (quando un ragazzino porta un oggetto e lo racconta alla classe ndt)… e un bullo me lo rotto. Ed è un disco che vale qualcosa come 500 dollari ora. Me lo aveva dato mio nonno quel 78 giri, non li ascoltava ma aveva alcuni dischi di blues. Era il padre di mio padre ed è scomparso poco prima che ci trasferissimo a Leland. Mi aveva regalato alcuni di quei dischi, erano tra i pochi ricordi che avevo di lui e quel ragazzino me lo ha rotto.
Da allora non hai mai smesso di scavare più a fondo nel blues.
Sì, in special modo abitando a Leland, così vicino a Greenville, ci sono stati molti grandi musicisti in quest’area. Gente come James “Son” Thomas, Eddie Cusic che ha insegnato a Little Milton, Asie Payton, Booba Barnes, T-Model Ford…perciò ho iniziato a studiare le persone della comunità che avevano vissuto nei dintorni. Non ho ancora menzionato però la prima volta che ho ascoltato del blues, avevo cinque anni e siamo andati a sentire Bobby Rush! Io e mia mamma siamo andati in questa cittadina del Mississippi, si tiene un festival ogni anno e dunque per tre anni ho ascoltato Bobby Rush. Ho imparato a memoria il suo intero set! Letteralmente tutte le canzoni. Lo scorso anno ero ad un festival in cui suonava Billy Branch e dopo il suo set io, Billy e Mrs Rosa, sua moglie, eravamo nella balconata a guardare Bobby Rush. Ed io stavo cantando tutte le canzoni e Mrs Rosa mi ha detto, “come mai conosci tutte le canzoni?” “Oh è lo stesso set del 2012 o 2013”, le ho risposto. E ho sempre pensato questo di Bobby, a come cioè puoi proporre una stessa cosa senza la necessità di cambiarla perché il pubblico la apprezza molto e la vuole così. E Bobby riesce a cambiare qualcosina ma al contempo a dare ogni volta al pubblico quello che vuole. È qualcosa che ammiro e rispetto. Anzi gliene parlerò la prossima volta che lo vedo!
Come sei passato dallo studiare a fondo questa musica e cultura ad affermarti come musicista, anche in Europa, nel giro di pochi anni?
Beh, è difficile da dire…credo la forza di internet abbia sia stata una delle ragioni, anche perché postavo video di me stesso che suonavo quasi ogni giorno e alcuni di questi video sono diventati virali. Perciò la gente li vedeva e in questo modo mi sono costruito una fanbase ed ho iniziato a interagire con loro. Poi ho suonato al King Biscuit Festival e lì c’è gente proveniente da ogni parte del mondo, come Guy dal Banana Peel in Belgio, dove poi ho suonato, mi aveva visto al festival. Ma in realtà non saprei, è iniziato a succedere qualcosa…ma aspetta, in realtà ora che ci ripenso c’è stato un momento chiave. Ho suonato nel 2024 al Logan Center a Chicago, prima che Matthew diventasse il mio manager. Matthew però era uno dei curatori del Logan Center For The Arts, un luogo dove fanno venire a suonare non solo artisti blues ma di qualsiasi tipologia di musica. Voleva qualcuno che aprisse per Billy Branch, Carlos Johnson, Stephen Hull e Andrew Alli e dunque ha contattato il mio vecchio manager. Così sono andato a Chicago ed ho suonato e Mrs Rosa, la moglie di Billy, ha registrato e ha mandato dal vivo su Facebook il mio set e la cosa è esplosa. La gente mi ha iniziato a chiamare, chiedendomi di suonare da tutte le parti….la cosa stava persino diventando troppo complicata da gestire e a quel punto avevamo in pratica licenziato il vecchio manager. A quel punto ho chiamato Billy e gli ho detto, “Billy, mi serve una mano” e lui, “chiama Matthew, io ti aiuterò ogni volta che posso”, in quel periodo era molto impegnato. E così ho fatto e Matthew ha iniziato ad aiutarmi e dopo un po’ gli ho detto, “amico, visto che mi stai già aiutando, tanto vale che diventi il mio manager!”. Ed è stato così.
Billy è un amico e mentore, ha anche scritto le note dell’album. Mi ha raccontato che avete guardato insieme il Chicago Blues Festival lo scorso anno.
Sì, abbiamo guardato D.K. Harrell, Kingfish, Jonathan Ellsion…era il tributo a B.B. King. E lui mi ha detto, “sono davvero orgoglioso di tutti voi ragazzi, perché alla fine siete arrivati insieme…lo stavo aspettando da molto tempo!”. Mi ha fatto sentire bene. Anche perché alcuni artisti, come Billy, sono gente tosta. Se a loro piace qualcosa te lo dicono e soprattutto se non gli piace. Ed avere questo tipo di accoglienza e di considerazione da parte loro, non solo nei miei confronti ma di tutti noi giovani…significa davvero molto. Ogni volta che vedo John Primer o Jimmy Burns mi regalano qualche consiglio e mi trasmettono la loro conoscenza. O Bob Stroger, che è venuto al mio primo concerto al Rosa’s, c’era anche Jimmy Burns, ed è stato un momento speciale per me perché Bob mi ha detto, “vorrei tanto che Pinetop fosse qui per vederti”. Aveva un sorriso enorme ed io ho quasi pianto.
Con alcuni altri artisti della tua generazione siete diventati amici, come D.K. Harrell, Kingfish o Sean “Mack”McDonald.
Sì, e all’inizio ci siamo conosciuti on line prima di vederci di persona. Credo che il primo che ho conosciuto sia stato probabilmente D.K. e poi ho incontrato Mack e Jontavious Willis. Ho avuto l’opportunità di suonare sull’ultimo disco di Kingfish, su un pezzo intitolato “Memphis…e ci sono molte altre belle cose che abbiamo fatto e che faremo insieme. Ognuno di noi è diverso nel modo di esprimersi, ma alla fine vogliamo tutti lo stesso per il blues.












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