Polistrumentista di valore, attivo da circa venticinque anni sulla scena di Chicago, Gerry Hundt ci aveva raccontato il suo cammino artistico nel corso di una lunga intervista un paio d’anni addietro, realizzata in occasione del bel disco “Damn The Rent” dei Dig 3, uno dei progetti che lo vede coinvolto assieme ad Andrew Duncanson e Ronnie Shellist. Lo ritroviamo, per questo suo nuovo lavoro, alla testa di un’altra formazione a tre, per un disco inciso dal vivo in studio in Lussemburgo lo scorso anno. Accanto a lui ci sono due musicisti che lo hanno accompagnato più volte in tour europei, ovvero il lussemburghese Tom Lenhert (batteria) e il belga (come lo è del resto la moglie di Gerry, la fotografa Lola Reynaerts) Renaud Lesire (basso, armonica).
L’ensemble trova una bella sintonia su dieci brani, recuperando alcuni autografi del suo repertorio a cover affrontate con gusto, confezionate al massimo in un paio di take, al massimo una ulteriore giusto per sé stessi, da qui il titolo del disco, “One More For Me“. Il tre sembra dunque un numero ricorrente, tali sono anche gli strumentali, dall’iniziale “Pimenta”, dichiaratamente ispirato a Bo Diddley, passando per la brillante interpretazione di “Runnin’ Wild”, di Eddie C. Campbell (lo incise sul suo “That’s When I Know”, oltre trent’anni fa su Blind Pig).
E infine ritroviamo “End Of The Day Blues”, che già chiudeva, quasi vent’anni addietro, il suo primo disco solista “Since Way Back”, incentrato sul mandolino e allora edito per la Blue Bella di Nick e Kate Moss, qui riproposto in una versione con in primo piano la slide, in omaggio a Earl Hooker che di questo stile era un maestro riconosciuto.
Come sa chi ne ha seguito fin qui la traiettoria, Gerry ha conoscenza, un profondo rispetto per il blues e gusto nell’interpretarlo, ce lo ricorda quando imbraccia il mandolino per “Rambler’s Blues” di Tampa Red, (l’avevamo apprezzata anche nel suo “On 14th Street) e “Kid Man Blues”, scritta da uno dei più grandi mandolinisti in ambito blues, ossia Johnny Young.
Senza dimenticare i brani di cui è autore lui stesso, i cui testi si distinguono per uno sguardo ironico sulla realtà, è il caso di “Strange Things Happening”, dal ritmo incalzante o di “Ruby Doobie”, una sorta di boogie con due armoniche, oltra a lui anche Lesire. Ad ogni ascolto si avverte il piacere di Hundt e soci nel suonare insieme questi blues in modo radicale e coinvolgente, sanza nulla di artificiale o formattato. E di questi tempi non è affatto scontato.
Matteo Bossi









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